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Crisi, adesso è stallo. Urge un’iniezione di fiducia (concreta): ma governo dov’è?

gennaio 28, 2010 di Redazione 

Contro la politica (confusa) degli annunci che dicono tutto e il contrario di tutto, nella speranza di infondere (immaterialmente, sul piano psicologico) una fiducia che non basta, il giornale della politica italiana fa oggi il punto (vero) sullo stato della crisi. I dati parlano di una ripresa lieve che non consente di recuperare condizioni e posizioni perdute. Gli operatori confidano in un intervento della politica italiana che però, dopo aver battuto un colpo (bene) quando la crisi si manifestò, latita. E la risposta ideale sarebbe (oltre) rifondare un nuovo welfare state. Ci racconta tutto Paolo Panzacchi.

Nella foto, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti

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di Paolo PANZACCHI

Sono passati ormai quasi due anni dalle prime avvisaglie di quella che poi si sarebbe rivelata una crisi economica paragonabile solamente a quella del 1929, se non addirittura peggiore. Dopo i primi mesi, nei quali le borse internazionali sono state trascinate a fondo bruciando, nel solo 2008 17mila miliardi di dollari, si è assistito all’ovvia contrazione del sistema industriale, sia in termini di mercato interno che estero.

L’impossibilita di trovare nuovi mercati e di avere ordini dai clienti tradizionali ha costretto le imprese a tagliare la produzione, e in seconda battuta, ovviamente, ne ha risentito anche il fronte occupazionale. Basti pensare che nel 2009 (non accadeva dal 1994), la variazione netta è risultata negativa di 1,4 in termini di punti percentuali, il che ha avuto una ricaduta immediata sul reddito e sui consumi delle famiglie italiane. Un seppur flebile recupero in termini di consumi si avrà verso la metà del 2010 e sarà nell’ordine dello 0,8% – 1%4.

L’indebitamento delle famiglie è cresciuto di circa il 3,3% nell’ultimo anno, prevalentemente per far fronte al pagamento dei mutui, con un aumento di quasi un punto percentuale rispetto al biennio 2007-2008.

Un altro allarme proviene dal settore del credito, dove si registra il fenomeno del credit crunch, ovvero la “stretta del credito”, un rilevante calo, o un cambiamento delle condizioni di mercato che risulti sfavorevole al consumatore, dell’offerta di credito da parte di banche e finanziarie; questo fenomeno spesso è prodromico o un’aggravante di un fenomeno a carattere recessivo. I dati dicono che negli ultimi due anni gli istituti di credito hanno rallentato le erogazioni di 8,4 punti percentuali. Le problematiche principali che derivano da questa situazione possono essere, senza dubbio, riscontrate nelle sempre maggiori difficoltà, prevalentemente per le imprese, ad accedere al mercato del credito, quindi a poter avere liquidità per mettere in moto nuovi investimenti, per riattivare i circuiti di produzione, specialmente ora che viene registrata una timida ripresa degli ordinativi. Il mercato è in una fase in cui è la condizione dell’incertezza a farla da padrone, quindi gli operatori di mercato confidano in un’iniezione di fiducia per farlo ripartire, e tutto questo dovrebbe arrivare dalla nostra politica, ma sembra che i palazzi del potere non stiano interpretando al meglio questa situazione di stallo, contrariamente alle buone misure adottate nei momenti in cui la crisi si era fatta viva anche nei mercati europei.

Le banche italiane hanno saputo reggere il colpo, contrariamente a quanto è successo in Gran Bretagna (Northern Rock) e in Benelux (Fortis Bank) solo per citare gli esempi più eclatanti, però non concedendo credito alle imprese (il suddetto fenomeno del credit crunch) hanno limitato e di molto le possibilità di ripresa del nostro tessuto economico. Il governo Berlusconi aveva proposto i cosiddetti Tremonti Bond, ovvero obbligazioni emesse dalle banche che lo Stato italiano avrebbe comprato in modo da garantire una maggiore liquidità alle banche, per far sì che esse potessero continuare nella loro attività senza dover, in linea teorica, incontrare problemi.

Sta di fatto che nessuna banca si è avvalsa di questo strumento, probabilmente credendo di non averne bisogno o che non fosse un sistema idoneo a contenere i problemi derivanti dalla crisi, non garantendo dai rischi nell’alimentare un mercato del credito affollato da imprese in difficoltà e che sempre più spesso faticavano e faticano a rientrare delle loro esposizioni.

Le possibilità di ripresa non sembrano essere immediate, ma non sono prive di concretezza; dopo un biennio di recessione, particolarmente gravosa nel 2009 con un PIL in calo di oltre due punti percentuali, nel 2010 si dovrebbe avere una crescita stimata nello 0,7% nei primi sei mesi dell’anno.

Il governo, in concertazione con le forze di opposizione, potrebbe mettere allo studio riforme a carattere strutturale, in prevalenza nel settore previdenziale, in modo da sgravare l’Inps e gli altri enti previdenziali delle eccessive gravosità delle pensioni di anzianità, così da dar modo di migliorare la copertura per la disoccupazione. Inoltre appare irrinunciabile una nuova stagione di dialogo con le principali sigle sindacali per ridiscutere accordi ormai desueti e non adeguati alle moderne forme di lavoro e impiego.

Insomma, la strada da seguire è inevitabilmente quella di un nuovo welfare state a tutto tondo.

Paolo Panzacchi

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