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La cronaca. Shoah, la Camera ricorda. Con Wiesel di A. Sarubbi

gennaio 27, 2010 di Redazione 

Il deputato del Partito Democratico racconta per il giornale della politi- ca italiana l’incontro con il premio Nobel Eli Wiesel nella Giornata della memoria per le vittime della Shoah.

Nella foto, Andrea Sarubbi

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di ANDREA SARUBBI*

Adolescenti brufolosi nei banchi dell’Udc, Bruno Vespa in quelli del Pd, Brunetta al posto di Berlusconi, Berlusconi abbronzatissimo che parlotta amabilmente con Napolitano: a volersi divertire, la cerimonia di stamattina alla Camera offriva parecchi spunti da cabaret. Ma non era il momento, davvero: Eli Wiesel, sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, è venuto in Aula per la Giornata della memoria. Prima di lui ha preso la parola Fini, che di Wiesel ha citato una frase straordinaria: “Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza”. Ed è proprio un calcio all’indifferenza quello che questo giorno vuole rappresentare, dai tempi in cui – era il 2000 – il nostro Furio Colombo chiese al Parlamento di istituirlo. La testimonianza dello scrittore, ormai 82.enne, è stata una rasoiata alla schiena: in alcuni passaggi – come quello della deportazione nel campo di sterminio, durante la quale molti morirono sul treno ed altri urlarono al proprio Dio con tutta la forza rimasta – ho avuto difficoltà a trattenere le lacrime. Oltre al racconto, poi, c’era il monito per il nostro tempo, che Wiesel non ha mancato di sottolineare: “il silenzio non aiuta mai la vittima, ma aiuta sempre l’aggressore”, ha ricordato, aggiungendo che “chiunque ascolta un testimone diventa un testimone”. Ma c’è un ma, e non sarei onesto se facessi finta di nulla. A rischio di non essere politically correct, perché certe cose – come mi ha detto un mio collega – si possono pensare ma non dire. Pur avendo apprezzato buona parte del discorso di Wiesel, ho qualcosa da obiettare sulla sua valutazione del presente. Ha detto, è vero, che la pace tra Israele e Palestina si farà (“Se hanno fatto pace Israele e la Germania, accadrà anche questo”), ma nel complesso non ha saputo resistere alla tentazione di fornirci una lettura unilaterale del conflitto in Medio Oriente: il presidente iraniano Ahmadinejad dovrebbe essere arrestato, gli attentati kamikaze vanno considerati crimini contro l’umanità, i rapitori del soldato israeliano devono liberarlo. Tutto giusto, per carità, ma mi pare che manchi l’altra faccia della medaglia: dove è il riferimento alle colonie? Dove quello alle condizioni di vita nei Territori? E quello alle rappresaglie sproporzionate dell’esercito israeliano, più volte condannate anche in sede internazionale? Avrei potuto capire un discorso del genere in bocca al presidente della Knesset, ma da un premio Nobel per la Pace – lo dico con grande sincerità – mi attendevo un approccio più alto, più equidistante. Se no, a forza di mettere sullo stesso piano la follia nazista e l’intifada palestinese, si rischia di ridurre un conflitto così complesso come quello mediorientale, con radici profonde e soluzioni difficili, alla categoria di antisemitismo.

ANDREA SARUBBI*

*Deputato del Partito Democratico

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