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Sarkozy: “Ora via il burqa” Fatto religioso o violenza? Si apre un grande dibattito. Speciale

gennaio 27, 2010 di Redazione 

In Francia sta per scattare il divieto di indossarlo. Altri Paesi sono pronti a seguire l’esempio. Tra questi c’è l’Italia, dove maggioranza e opposizione, per una volta, convergono. Nelle comunità islamiche impiantate in Europa, intanto, ci si confronta: che cosa rappresenta? E’ giusto, Islam alla mano, imporlo alla donna? E’ il velo integrale il protagonista indiscusso del dibattito politico-culturale degli ultimi giorni. Il giornale della politica italiana porta alla discussione in corso nel Vecchio continente (e nel nostro Paese) il contributo di questo speciale firmato Désirée Rosadi, che partendo dalla stretta attualità – vi raccontiamo chi dice cosa nella nostra politica e nella politica europea – ci conduce per mano a scoprire il vero “ruolo” del parde nei Paesi a maggioranza islamica. Assolutamente da non perdere. Buona lettura.

Nella foto, il volto di una donna celato (in gran parte) da un burqa nero

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di Désirée ROSADI

Manca poco all’ufficializzazione del divieto di vestire il velo integrale discusso dal Parlamento francese in questi giorni. La commissione appositamente istituita ha già dato parere negativo a burqa e niqab, vesti che coprono per intero la persona che lo indossa, che saranno banditi da uffici amministrativi, scuole, ospedali e mezzi di trasporto. In Francia, secondo il ministero dell’Interno transalpino, quasi duemila donne indossano abitualmente il velo integrale, due terzi delle quali sarebbero cittadine francesi e la metà avrebbe meno di quarant’anni. Nello specifico, il giudizio dato della commissione, presieduta dal comunista André Gérin, parla di simboli che offendono i valori nazionali di un Paese che fonda le sue radici nella laicità dello Stato. Il rapporto della commissione suggerisce anche il voto su un provvedimento che tuteli le donne vittime di costrizione: «Non possiamo accettare nel nostro Paese – aveva detto Sarkozy nei giorni scorsi – delle donne prigioniere dietro una griglia». Tutto questo mentre il presidente francese rafforza la linea dura nei confronti dell’immigrazione clandestina. «Non lascerò la Francia disarmata di fronte al fenomeno di sbarchi clandestini come quelli che ha conosciuto l’Italia», spiega Sarkozy, criticando indirettamente la gestione degli approdi di irregolari nel nostro Paese.

Tuttavia, la strada per arrivare alla legge definitiva non è agevole. In Francia, la decisione ha diviso maggioranza e opposizione, e lo stesso ministro della Giustizia, Michèle Alliot-Marie, ha espresso molti dubbi su una legge «che non saremo in grado di applicare». Il clima nel Paese non è dei migliori: ieri Hassen Chalghoumi, l’imam della moschea di Drancy, vicino a Parigi, è stato minacciato nel corso di un’irruzione di un commando di ottanta persone nel luogo di preghiera. Nei giorni scorsi si era schierato a favore della legge, ribadendo che il velo integrale non è una prescrizione dell’Islam. Al di là delle polemiche interne e delle minacce all’imam di Dracy, la decisione francese aprirà la strada ad un nuovo corso delle politiche sull’immigrazione e sulla laicità dello stato, che altri paesi sono già pronti ad imboccare. È il caso di Austria, Danimarca e Olanda, che sembrano orientati per il divieto del velo integrale. Anche l’Italia si avvia in questa direzione. Tra i Paesi ancora dubbiosi troviamo la Germania e la Gran Bretagna, che preferiscono lasciare alle autorità locali il potere di emanare disposizioni in merito alla questione.

La proposta francese di divieto del velo integrale nei luoghi pubblici è stata accolta con preoccupazione da una parte degli islamici italiani. Nello specifico, il portavoce dell’Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia, El Zir, critica la scelta francese che «entra in una sfera personale, vietando una scelta religiosa». Tuttavia, El Zir fa sapere anche che l’Ucoii consiglia alle donne musulmane di scoprire il viso. «Il burqa non ha nulla di religioso», risponde il rappresentante del Movimento dei musulmani moderati, Gamal Bouchaib, esprimendo al contempo solidarietà per l’imam di Dracy, vittima degli estremisti islamici. «Non vi è alcuna violazione dei diritti umani, semplicemente perché è il burqa a violare la libertà della donna». Sulla stessa linea è Ahmad Gianpiero Vincenzo, presidente degli Intellettuali musulmani italiani: la decisione, dice, «è perfettamente compatibile con l’Islam, che non prescrive assolutamente di coprire il volto delle donne». Tuttavia, secondo il presidente «il burqa riguarda pochissime donne in Italia, addirittura meno di quelle francesi», e «non vediamo l’utilità di adottare nuove misure repressive, dato che le attuali norme relative alla sicurezza nei luoghi pubblici ci sembrano più che efficaci».

In Italia, il divieto di indossare il burqa nei luoghi pubblici è stato accolto con favore dalla maggioranza. «Sono assolutamente favorevole», dice il ministro per le pari opportunità Mara Carfagna. «Questi simboli religiosi – spiega – in realtà mortificano la donna, la vogliono tenere in una condizione di sottomissione e vera e propria segregazione». Le fa eco Daniela Santanché, leader del Movimento per l’Italia, per la quale è auspicabile l’approvazione di una legge simile anche in Italia, dato che in Parlamento ci sono già delle proposte precise, come quella presentata dalla stessa Santanché. Mario Borghezio, capo delegazione della Lega Nord in Parlamento parla addirittura della possibilità di approvare una legge europea. E tra gli esponenti della maggioranza c’è chi, come la parlamentare del Pdl Souad Sbai, punta il dito su alcuni membri dell’opposizione, nella fattispecie gli onorevoli Touadi, Turco e Pollastrini, «firmatari di una proposta di legge che, di fatto, avalla e giustifica l’uso del burqa e del niqab». Si tratta infatti di indumenti che la Sbai definisce come il «risvolto più estremista di un bieco tribalismo medievale». Eppure Barbara Pollastrini difende la sua posizione, definisce quelle della parlamentare Pdl «inutili invettive», perché «siamo tutti contro il burqa e il niqab». «In Italia serve una proposta saggia ed essenziale – dice Pollastrini – che renda cogente la normativa esistente che vieta di indossare, nei luoghi pubblici, indumenti a copertura integrale, siano essi burqa, passamontagna, cappucci o altro».

A quanto pare, nel nostro Paese maggioranza e opposizione si trovano d’accordo sull’ipotesi di una legge che regolamenti l’utilizzo di questi indumenti. L’obiettivo da tutti riconosciuto è tutelare i diritti delle donne, al di là di qualsivoglia giustificazione religiosa o culturale. È anche vero che il velo integrale è usato dalle donne musulmane come simbolo di contestazione verso l’Occidente o nei confronti dell’uomo stesso, oppure è indossato per motivi estetici e di seduzione. Tuttavia, nella maggior parte dei casi si tratta di uno strumento di protezione, che difende la donna dagli sguardi altrui, dal pericolo del contatto, che può compromettere l’onore dell’intera parentela. Ricordiamo che in società come quelle dei Paesi a maggioranza musulmana, vige un sistema sociale di tipo patriarcale, a discendenza patrilineare, in cui sono i maschi ad assicurare la continuità con le generazioni successive. Ciò significa che una donna subisce non solo l’autorità del marito, ma anche della sua famiglia di discendenza. In questo ambito, la donna rappresenta l”ird, cioè l’onore dei parenti maschi, che dipende dalla sua castità e da un comportamento integerrimo. La donna può essere fonte di vergogna, ma allo stesso tempo è un elemento sacro della famiglia, da difendere. Stiamo parlando di una tradizione, che in ogni caso si va a sommare ai precetti coranici. In alcuni punti del Corano la donna appare come subordinata all’uomo, mentre in altri si proclama la parità tra i due sessi, ma esistono delle indicazioni precise sul matrimonio, oppure sulle regole di successione, che se guardate da vicino destano molti dubbi. Il marito dispone della possibilità di ripudiare la moglie e di sciogliere il matrimonio, ma non può accadere l’inverso, e poi i diritti successori delle donne, come vuole la norma, sono dimezzati rispetto a quelli maschili. Un Paese che nel diritto di famiglia applica alla lettera queste regole viola inequivocabilmente il diritto della donna di essere parificata all’uomo.

È evidente come la questione della donna musulmana sia il frutto di un conflitto tra lo sviluppo, la modernità, e la tradizione, culturale e religiosa. Uno scontro che spesso porta all’inasprimento dei radicalismi, al rafforzamento di certi costumi, che vengono sfoggiati con orgoglio. Ma attenzione a non lasciarsi guidare dai pregiudizi: non si tratta di stabilire se l’Islam sia inferiore o superiore alle altre religioni, se i costumi tradizionali debbano essere banditi o meno, ma di inglobare la questione “burqa” in quella più ampia, universale, dei diritti della donna. La storia stessa del parde, quello che viene chiamato impropriamente burqa, è legata a coincidenze che poco hanno a che vedere con la religione e la tradizione: l’Afghanistan, Paese di origine del parde, aveva vietato l’utilizzo di questa veste nel 1964, quando la costituzione sancì la parità tra uomo e donna, eppure provocò l’effetto inverso. In pratica, il crollo dei prezzi dei parde, conseguente al divieto delle autorità, fece sì che un’indumento simbolo dell’alta borghesia cittadina di Kabul adesso era per tutti a buon mercato; anche le donne dei villaggi rurali potevano indossarlo, e il suo utilizzo si diffuse a macchia d’olio. Come ogni simbolo, quello del velo integrale si è adattato a contesti sempre diversi, e si è riprodotto non sempre per motivi religiosi. Ogni codice simbolico è un sistema aperto, come lo è la pratica di indossare il parde. A questo punto, ciò che conta veramente è capire la reale condizione della donna che nasce e cresce in questi sistemi familiari, quali sono i suoi veri diritti, a cosa rinuncia in nome dell’onore. Un’esigenza universale, che va al di là delle fazioni e delle posizioni, delle polemiche da salotto televisivo e delle campagne elettorali.

Désirée Rosadi

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