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Pdl, verso redde rationem post Regionali Il ruolo de Il Secolo d’Italia e de il Tempo

gennaio 27, 2010 di Redazione 

Nel centrodestra si prepara la resa dei conti. Fini è pronto a lasciare il partito del premier per fondarne uno suo, scriveva Luigi Crespi su il Politico.it. Tutto avverrà dopo il voto. Ma attraverso le scelte e le triangolazioni dei quotidiani vicini alla maggioranza è possibile sin da ora ricostruire la mappa dei rapporti e delle dinamiche dentro e fuori il partito del premier, e capire cosa potrà accadere. Oltre a Libero e il Giornale, che come abbiamo visto nella prima puntata di questa inchiesta si muovono ormai in indipendenza da Berlusconi e fanno la fronda al presidente della Camera, ci sono l’ex organo di Alleanza Nazionale, rimasto fedele al suo leader, e quello diretto da Roberto Arditti. Quest’ultimo risente della sua romanità ed è altrettanto vicino a Fini – ma senza l’ortodossia del Secolo – e spinge per l’alleanza con l’Udc. Ecco cosa accade nel Pdl. Ce lo racconta, come sempre, Pietro Salvatori.                

Nella foto, il direttore del Tempo Roberto Arditti con Silvio Berlusconi

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di Pietro SALVATORI

Abbiamo visto, negli scorsi giorni, come la guerra di posizionamento all’interno del Pdl sia ben lungi dall’essersi consolidata, nonostante l’ormai congruo susseguirsi di vertici, incontri, summit a qualunque livello, destinati a comporre i dissapori su temi etici, cittadinanza, politica economica, solo per citare alcuni dei nodi ancora irrisolti nell’azione del governo e della propria maggioranza. Tutto è riassumibile sinteticamente nella sottile guerra di annunci, attacchi, attese e ritirate che il duo Berlusconi-Fini sta animando da qualche mese a questa parte. Ma quanto è esplicativa ed esauriente una semplificazione di questo tipo? Per quanto ancora potrà efficacemente descrivere i malumori interni al partito? Se dovessimo azzardare una previsione, ci sembrerebbe difficile che i veri nodi vengano al pettine prima delle Regionali. D’altra parte, a mezza bocca, più d’uno fra i colonnelli della balena azzurra ha confermato che prima delle elezioni non si muoverà nulla. Ma se una strategia di ampio respiro per ora farà da semplice cornice alle politics di partito, la tattica che porterà di qui al voto è un campo di battaglia apertissimo. Basta una veloce lettura alla stampa vicina al centrodestra per rendersene conto. Del Giornale e di Libero si è già detto. Due direttori che sono cavalli di razza nel mondo del giornalismo d’area, che conducono con un certo grado di indipendenza le proprie battaglie, subendo però l’influenza dei propri patronati politici e, anche se in maniera marginale, del nordismo di cui sono innervati e che ne contraddistingue buona parte della redazione. Il berlusconismo di stretta osservanza può dunque contare su due corazzate che sfiorano in due le 500 mila copie di tiratura. Il presidente della Camera si è risentito, anche vivacemente, degli attacchi, spesso privi di cortesia personale ma densi di significato politico, che i due quotidiani, in particolar modo il primo, di proprietà della famiglia Berlusconi, gli hanno rivolto nei giorni passati. Se dunque Feltri e Belpietro hanno sposato con vivacità l’ortodossia berlusconiana, Fini sembra poter contare sull’appoggio del piccolo ma agguerrito Secolo d’Italia, ex organo di stampa di Alleanza Nazionale, ora, come orgogliosamente riporta l’intestazione, non quotidiano del Pdl, ma “nel” Pdl. Al timone la cinquantaduenne Flavia Perina, ormai da un decennio direttrice responsabile del quotidiano della destra italiana, oltreché, dal 2006, parlamentare di spicco dell’area finiana. Insieme a Renata Polverini è considerata uno dei volti femminili (relativamente) nuovi lanciati sul palcoscenico nazionale dall’ex leader di An. La triangolazione che vede il cofondatore del Pdl a vertice del complesso gioco di rapporti e di amicizie che si dipana tra le due signore della nuova destra, conduce inevitabilmente ad un endorsement convinto del Secolo alla candidata governatrice nel Lazio, che ha conquistato ormai da giorni il monopolio della titolazione di prima pagina. Una Polverini “ottimista” riguardo l’intesa con l’Udc, che “si smarca dal pollaio”, che “zittisce chi strumentalizza il passato”, non solo suo, ma anche quello della Bonino. Una Polverini che campeggia determinata e solare nelle foto d’apertura, tailleur rosa o maglietta bianca, volto rilassato o il piglio deciso – ed il pugno chiuso – come si poteva curiosamente osservare sabato scorso. L’ex segretaria dell’Ugl, candidata fortemente voluta da Fini, deve vincere. La campagna del Secolo va ben oltre al semplice rapporto personale che intercorre tra le due donne. L’affermazione della Polverini genererebbe un capitale politico non indifferente – soprattutto dopo che il Pd sembra aver indovinato la scelta di un candidato competitivo come la Bonino – da spendere nella complessa partita a scacchi che caratterizzerà il dopo-voto. Inoltre, le continue stilettate alla Lega, “che apre la caccia ai voti del Pdl”, che il partito deve “smettere di inseguire” sul proprio terreno, l’evidenza data alle sibilline parole di Fini in visita ad un ateneo romano, per il quale “il dissenso è il sale della democrazia”, lo scambio di link sul web con la fondazione FareFuturo, thinkthank finiano: tutti segnali di come la partita si giochi su uno scenario tattico – quello del voto del prossimo marzo – che ha ripercussioni di natura strategica, sulla definizione identitaria del Pdl del dopo regionali.

Altrettanto simpatizzante con l’anima eterodossa del partito, restio a suggestioni leghiste, conciliante nei toni nei confronti della politica ambivalente dell’Udc è il Tempo. Ma le ragioni non sono più quelle dell’appoggio incondizionato alla linea sostenuta dal presidente della Camera. Il quotidiano romano risente di influenze e pressioni che derivano dal territorio in cui nasce e si muove, quello romano. Provenienti in primo luogo dalla cerchia del sindaco della capitale, Alemanno, che domina in foto le pagine di politica, sotto l’eloquente affermazione che “il Pdl si riscopre meno leghista”, e dai suoi grandi elettori, il senatore Augello, king maker della campagna elettorale che ha determinato la sconfitta di Rutelli, e l’onorevole Rampelli, controllore di buona parte del voto destrorso di Roma e dintorni. Tutti, chi più e chi meno, in disaccordo con le uscite di Fini, ma anche tutti interessati all’affermazione del suo candidato come presidente della Regione, e a mantenere buoni rapporti con l’influente partito di Casini, che gode di un ampio sostegno in alcune zone della provincia e del significativo appoggio della potente famiglia di costruttori dei Caltagirone. In quest’ottica, il giornale diretto da Roberto Arditti, è un attento osservatore delle “cose romane” di casa Udc, pronto a mediare editorialmente i contrasti che emergono a livello nazionale per cavalcare le intese regionali raggiunte tra la Polverini ed il partito di Casini. Per altre vie, dunque, anche il Tempo si trova a sposare l’ottica finiana di gestione del partito, anche se l’endorsement per “la prima volta di Renata e Pier”, felicemente d’accordo “su sanità, lavoro e famiglia”, sembra più episodico, rispondente a rapporti e suggestioni che nascono dal territorio, e non organicamente afferibile alla linea finiana, custodita nella sua ortodossia dal Secolo. Un tipo di giornalismo più tradizionale, meno sensibile alle suggestioni di scoop e di campagne stampa sensazionalistiche, e il minor volume di fuoco quantitativo (circa 100 mile le copie diffuse dai due quotidiani), pongono sicuramente Tempo e Secolo un gradino al di sotto dei propri dirimpettai milanesi, come influenza, sia nella percezione pubblica sia nel partito. Ma non si prenda sottogamba l’importanza del quotidiano di Arditti nel panorama romano e regionale. Nè si sottovaluti l’evidenza della diversità di linea tra i maggiori quotidiani del mondo vicino al centrodestra. E’ – e sarà – cartina tornasole della animata discussione che precederà, ma, soprattutto, che seguirà, il voto di marzo nel partito di Berlusconi.

Pietro Salvatori

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