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Frattini: “Bertolaso non coordina mondo” Incontro con Hillary, sul gas una strategia

gennaio 26, 2010 di Redazione 

Il ministro degli Esteri ieri a Washington. Oltre alle scuse per le critiche del capo della Protezione civile agli “aiuti” americani ad Haiti (che il nostro giornale tuttavia ha sostanziato, lunedì, con un reportage di Giovanna Mulas) energia, Iran e terrorismo sul tavolo. La Clinton annuncia sanzioni per le compagnie petrolifere che “tradiscono” l’alleanza con gli Usa. Nucleare, Frattini nel solco della politica estera italiana di Andreotti e D’Alema: «Coinvolgere i Paesi arabi». Ci racconta tutto, come sempre, la no- stra prima firma per il Medioriente, Désirée Rosadi.

Nella foto, il ministro degli Esteri Franco Frattini a colloquio con Hillary Clinton

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di Désirée ROSADI

Non solo scuse e chiarimenti per l’incontro di ieri tra il ministro degli Esteri Frattini e il segretario di Stato americano Hillary Clinton. Franco Frattini non era di certo volato a Washington per placare le polemiche innescate dalle dichiarazioni del capo della Protezione Civile italiana Bertolaso. Il viaggio oltreoceano aveva come scopo la pianificazione di una tabella di marcia su alcune tematiche regionali, su Afghanistan, Pakistan, Iran, Yemen e Corno d’Africa, oltre alla lotta al terrorismo, alla non proliferazione nucleare e alla distribuzione del gas in Europa.

Eppure, la principale azione diplomatica Frattini sembra averla messa in campo per mitigare la polemica sui soccorsi ad Haiti. «L’Italia non ha intenzione di criticare gli sforzi degli Stati Uniti, che la Farnesina ha già definito imponenti – spiega il ministro – né si può francamente pensare che il pur bravissimo Bertolaso sia andato ad Haiti con il ruolo di coordinatore del mondo». Come a dire, Bertolaso non intrometterti nel nostro rapporto con gli Stati Uniti. In diplomazia, si sa, ogni parola fuori posto può risultare indigesta.

In ogni caso, a preoccupare davvero Hillary Clinton non è la questione haitiana. Ciò che interessa veramente gli Stati Uniti è come l’Europa, e l’Italia in particolare, affrontano il problema del controllo della distribuzione del gas. Come riferisce Frattini al termine dell’incontro, la questione delle forniture energetiche europee «è molto stimolata dal Congresso, che dovrebbe approvare un Iranian Act, una legge che delinei una strategia di sanzioni contro le compagnie petrolifere dei paesi che considerano alleati». In pratica, la Clinton fa pressione sull’Italia e sulla Ue affinché non ci siano improvvisi cambiamenti di direzione da parte dei paesi alleati: il fronte comune europeo è una notevole garanzia per gli Stati Uniti, sia per quanto riguarda il rafforzamento della posizione internazionale americana nei confronti della Russia, sia negli investimenti economici nei paesi petroliferi.

L’attenzione di Hillary va alla nostra Eni, che negli ultimi mesi avrebbe perso i colpi. «Non possiamo imporre nulla all’Eni», chiarisce Frattini, anche perché in Iran «Eni non ha progetti di grandi investimenti che congelino quelli esistenti». La precisazione arriva dopo la formulazione dell’ipotesi di riassetto del gruppo Eni in previsione della cessione di Snam rete gas. L’ad del gruppo petrolifero italiano Paolo Scaroni rassicura: l’attività di trading nel settore gas non sarà venduta; si potrebbe spacchettare Gas&Power in due parti, una orientata alla gestione dei gasdotti internazionali e dei business regolati, raggruppati oggi in Snam, e l’altra nell’area trading. Si tratta però di un’operazione che potrebbe creare delle asimmetrie nella spartizione della distribuzione europea di gas, e che non è ben vista dagli altri operatori. Eni a parte, il ministro italiano ha proposto a Washington di redigere un documento con alcune proposte per la sicurezza energetica, in vista del prossimo summit Ue-Usa. Obiettivo di entrambi è arrivare ad una diversificazione più ampia possibile delle forniture energetiche, che preveda la realizzazione di diverse infrastrutture, tra cui Nabucco e South Stream, e che scongiuri crisi come quella russo-ucraina.

Un altro tema delicato è quello iraniano. È una mediazione, quella sul nucleare, che non potrà proseguire all’infinito. In caso di inadempimento iraniano quali saranno le misure da adottare? Entro la fine di febbraio, spiega il segretario di Stato americano, sarà presentata al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite una proposta di risoluzione che prevederà sanzioni per l’Iran. Una soluzione che trova d’accordo anche la Russia, mentre la Cina prende le distanze. Tuttavia, secondo Frattini, sarebbe «indispensabile coinvolgere altri soggetti a partire dai Paesi arabi moderati, come l’Egitto, l’India e la Turchia, ma anche la Lega Araba». Parliamo di Paesi che riforniscono l’Iran di prodotti petroliferi raffinati.

Sull’Afghanistan Italia e Stati Uniti perseguono la strategia del trasferimento graduale dei poteri alle autorità afgane. Si tratta di una delle questioni che verranno affrontate domani alla Conferenza di Londra, nel corso della quale Frattini chiederà «si ristabilisca l’Alta scuola per la formazione personale delle pubbliche amministrazioni». Per questo ruolo, l’Italia si candiderebbe a guida per aiutare il ritorno alla legalità in Afghanistan, coinvolgendo le nuove autorità in progetti di sviluppo economico. Un altro tema caldo è quello della stabilità del Corno d’Africa, nello specifico la questione dei difficili rapporti di Addis Abeba con l’Eritrea, e le crisi in Somalia, che è stata accusata di armare i ribelli separatisti dell’Ogaden. C’è poi il Sudan, Paese con cui l’Etiopia divide un lungo tratto di frontiera e che a primavera va al voto. E come non parlare della lotta al terrorismo in Yemen, una questione che sta a cuore alla Farnesina, che proporrà domani la creazione di un gruppo di Paesi “amici dello Yemen”, al fine di rafforzare le autorità yemenite nel settore della sicurezza per controllare meglio il territorio. Un progetto che si presta che per la crisi somala. Ottime occasioni per l’Italia, non solo per dare un’opportunità di pacificazione, ma anche d’investimento: il 13 gennaio Frattini si trovava ad Addis Abeba, a margine dell’inaugurazione del progetto idroelettrico Gilgel Gibe II, nel sud-ovest del Paese, realizzato dalla Salini e finanziato anche grazie a un credito di aiuto italiano di 220 milioni di euro.

Désirée Rosadi

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