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L’italiano più quotato (ma Ulivieri lo stronca): è La prima cosa bella

gennaio 23, 2010 di Redazione 

Il film di Virzì è il contraltare del nostro cinema ad Avatar. Un’opera che la critica ha variamente apprezzato. Tra le firme che danno un voto basso c’è quella del nostro critico, deluso da una produzione al di sotto delle attese dopo le “promesse” di “Tutta la vita davanti”. Un film, comunque, da vedere. Un’altra delle possibili scelte per questo vostro sabato all’insegna del cinema. Sentiamo.

Nella foto, Paolo Virzì

La prima cosa bella

Diretto da Paolo Virzì. Con Valerio Mastandrea, Micaela Ramazzotti, Stefania Sandrelli, Claudia Pandolfi, Marco Messeri. Genere Commedia. Produzione Italia, 2010. Durata 116 minuti circa.

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di FABRIZIO ULIVIERI

Onestamente, salvo poche eccezioni, la situazione del cinema italiano è penosa. E’ un cinema povero d’idee, ripetitivo e poco innovativo, in linea con la situazione generale (politica, letteraria). Siamo dunque un paese invecchiato anche nel cinema?

Ma è possibile che ci si debba sempre, più o meno, muovere nel campo dell’Amarcord (delle memorie giovanili)?

Tanto “L’uomo nero” di Rubini quanto “La prima cosa bella” in contemporanea seguono la medesima falsariga. E che differenza c’è fra l’uno e l’altro? Il dialetto e la città. Un piccolo paesino della Puglia il primo, Livorno il secondo. Il dialetto pugliese quello, il dialetto livornese questo.

Per il resto i due film hanno lo stesso impianto, la stessa struttura: il ritorno alla propria città dopo anni d’assenza, la storia della famiglia, le urla i litigi, i toni gridati e sguaiati, la musica assordante di un paese (l’Italia) che pare vivere solo di chiasso (è forse diverso nella struttura “Io loro e Lara” di Verdone? – mi chiedo).

E’ la storia di una famiglia livornese che si sfascia all’inizio degli anni ’70, per l’egoismo macho del padre e la frivolezza della moglie svampita (Michaela Ramazzotti) per poi ricompattarsi ai giorni nostri con la morte della madre (Stefania Sandrelli).

Il film si snoda attraverso una Livorno squallida e per nulla attraente, proponendoci il volto picaresco di Livorno, o, in altre parole, l’aspetto più becero della gente di Livorno.

Sono scene che dovrebbero far ridere solo per il fatto di cogliere l’aspetto più rozzo dei livornesi – mi domando? Si dovrebbe ridere perché becero è bello? A me non pare, ma questa sembra essere l’intenzione del regista.

Livorno è una città che amo profondamente. Non è bella come altre città italiane, eppure ha un fascino unico, irripetibile, particolare. Sprigiona una magia che ammalia. Ogni angolo ha un’architettura diversa: potresti essere in qualsiasi città d’Europa eppure sei lì, a Livorno. Livorno ha il fascino della poliedricità e dell’arte di sorprenderti. La gente t’incanta per il suo modo di parlare anche se talora può apparire dura e volgare.

E perché, dunque, ridurre Livorno e i livornesi a personaggi beceri e svampiti calcando gli effetti della parlata e dei comportamenti? Perché Virzì non ha cercato piuttosto di rendere la magia di questa città invece di sottolinearne l’aspetto squallido e buzzurro?

Questo non è cinema, questo è sceneggiato alla Tornatore (Baaria). Questa è televisione, di cinema c’è ben poco.

Dopo aver visto “Tutta la vita davanti” (2008) avevo avuto la sensazione che Virzì fosse ad un passo da fare il famoso salto di qualità. “Tutta la vita davanti” non era un film riuscito ma c’erano spunti ed idee nuove. Ma con “La prima cosa bella” il regista livornese fa un passo indietro notevole.

In assoluto uno dei film italiani più piatti e monotoni che abbia visto quest’anno. E se non fosse per qualche bella canzone degli anni Settanta che ci riporta indietro nel tempo il film sarebbe un mortorio assoluto.

Solo il finale si salva. Nel finale Virzì ha un’impennata (debole in verità), e si ricorda di quello di buono che aveva fatto in “Tutta la vita davanti” e riesce a commuoverci e anche a sorprenderci (ma non troppo).

FABRIZIO ULIVIERI

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