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Diario politico. Processo breve, primo ‘sì’ Berlusconi: “I miei? Plotone esecuzione”

gennaio 20, 2010 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La firma, stasera, è di Ginevra Baffigo. Con 163 voti favorevoli, 130 no e 2 astensioni passa al Senato il ddl che limita la durata dei procedimenti. Ecco cosa prevede. In aula è bagarre, con i senatori dell’Italia dei Valori che alzano cartelli in cui evocano un “governo criminale”, mentre il Partito Democratico conferma lo sdegno di cui vi abbiamo raccontato ieri: «Non ci sarà giustizia per migliaia di cittadini». Ma anche nel centrodestra i malumori sono molti. I finiani lamentano di essersi trovati a votare un testo diverso da quello concordato, dopo un “passaggio” del ddl a villa San Martino ad Arcore. Fini: «Guarda che è incostituzionale». Ma il premier, che attacca i giudici, è sicuro: «Napolitano me lo firma». Intanto Alfano parlava di riforme condivise… senza rinunciare però all’idea del governo di una riforma anche del Consiglio superiore della magistratura, non solo nei suoi meccanismi di elezione. Un grande racconto, in un grande diario, con tutto quanto c’è da sapere su questa giornata di politica italiana sulla giustizia. E sui processi del Cavaliere, vero cuore di queste prime settimane di nuovo anno. Buona politica (se possibile) e buona lettura. Solo con il Politico.it.

Nella foto, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi

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di Ginevra BAFFIGO

In questo concitato mercoledì si conclude infine un importante capitolo per questa legislatura: il ddl sul processo breve passa al Senato e si sposta a Montecitorio. Palazzo Madama non ci riserva nessuna grande sorpresa: 163 voti favorevoli, 130 no e 2 sole astensioni.
Il presidente del Consiglio, però, dopo tutto lo sforzo per accelerare i tempi di approvazione del provvedimento, non sembra affatto contento del risultato: “Il mio parere è negativo perché i tempi, quelli introdotti con questa nuova legge, non sono ragionevoli. Dieci o più anni… vorrei fossero più brevi”. In effetti nell’ultima versione, i cinque articoli modificati dal maxi-emendamento del relatore Pdl Giuseppe Valentino allungano la durata massima di alcuni gradi di giudizio, superati i quali il processo è da dichiararsi estinto. Eliminate delle rarissime eccezioni, delle quali il processo Mills non fa parte, tutti i processi per reati commessi prima del 2 maggio 2006, puniti con pena pecuniaria o detentiva inferiore ai 10 anni, e che il giorno dell’entrata in vigore della legge non saranno arrivati a conclusione del primo grado, verranno di fatto estinti senza sentenza. La nuova legge stabilisce che per “violazione della durata ragionevole del processo” il processo per i reati sotto i 10 anni, dal momento in cui il pm “esercita l’azione penale”, si estingue dopo 3 anni per il primo grado, 2 per l’appello e un anno e 6 mesi per la cassazione. Non più 2+2+2 ma 3+2+1.
Il maxi-emendamento sancisce inoltre, per i processi per reati con pena pari o superiore a 10 anni, termini diversi: 4 anni per il primo grado, 2 per l’appello e 1 per la cassazione. Per i reati di terrorismo e mafia i termini salgono a 5 anni per il primo grado, 3 per il secondo e 2 anni per la Cassazione, con facoltà del giudice, in caso di procedimenti complessi e con elevato numero di imputati, di prorogare la durata fino a un terzo in più. Anche per i reati contabili sono previsti ulteriori sconti di prescrizione: il processo sarà estinto se, dall’atto di citazione, saranno trascorsi più di 3 anni senza che vi sia stata l’emissione del giudizio di primo grado, e 2 in caso di appello.

Le reazioni del centrosinistra. Se il premier parla di “risultato negativo”, per le opposizioni è decisamente inaccettabile. I senatori dell’IdV alzano cartelli sui quali si leggono slogan come “la morte della giustizia” e “no al governo della malavita”. Ma soprattutto si rinnova l’invito a Berlusconi a farsi processare. Domenico Gramazio, Pdl, scaglia un fascicolo prendendo in pieno il senatore Elio Lannutti. Ma Schifani: “Adesso basta, ritirate quei cartelli”.
Anna Finocchiaro inveisce contro il governo: “Con il processo breve decretate la fine di migliaia di processi penali e quindi ci sarà denegata giustizia per migliaia di cittadini. Si vuole salvare Berlusconi dai suoi processi. Approvate così una norma che non esiste in nessuna parte del mondo”. Le fa eco Giuseppe Lumia: per salvare Berlusconi “si dà il colpo di grazia alla giustizia italiana”. Bersani: “La cosa peggiore che si potesse fare, distruggere migliaia di processi, lasciare senza giustizia migliaia di vittime per salvare uno solo”.
Dall’altra parte dei banchi si festeggia il risultato e minimizza: “La legge non cancellerà i processi. Riguarderà solo l’1% dei processi – è la tesi del presidente dei senatori Pdl Gasparri – Per i reati di mafia e terrorismo arriviamo ad oltre 15 anni di durata. E’ questo un processo breve?”. Poi è il turno della Lega, che in pieno revisionismo attacca il Pd: “Fino a pochi mesi fa eravate d’accordo con questa riforma – obbietta Federico Bricolo – Quando vi siete accorti che questa riforma avrebbe riguardato anche il presidente Berlusconi, avete cambiato idea e vi siete contraddetti. Siete voi che vi dovreste vergognare”.

Il malumore dei finiani. Ma non tutti in casa Pdl la pensano allo stesso modo. Enrico Musso manifesta il suo dissenso pubblicamente: “Stiamo commettendo un errore grave, quello di non ammettere pubblicamente che c’erano due obiettivi, quello della ragionevole durata dei processi e quello che è diventato una sorta di agenda nascosta, la tutela del presidente del Consiglio”. Ma Berlusconi nega con un ennesimo attacco alle toghe: “I miei processi? I legali mi sconsigliano di presentarmi, troverei un plotone d’esecuzione”.
Se infatti la maggioranza pronostica l’approvazione alla Camera del ddl sul processo breve per la prima metà di febbraio, ed il premier stesso dissipa dubbi su eventuali veti del Quirinale – “Napolitano? Tranquilli. So per certo che il processo breve me lo firma” – la partita è tutt’altro che chiusa, e non per le rimostranze delle opposizioni, ma per problemi in casa Pdl.
Negli ambienti vicini al presidente della Camera la questione non è solo di merito ma di metodo: in un primo momento era stato dato loro un testo, che poi a casa di Berlusconi ha cambiato fisionomia senza che Fini venisse avvertito per tempo. I finiani non hanno digerito in particolare che l’ultima versione del ddl, concordata ad Arcore, prevedesse nuovamente le disposizioni transitorie salva-Berlusconi per i processi Mills e Mediaset (che però di fatto affondano migliaia di altri dibattimenti), il processo corto per la Corte dei Conti (che oltre a non essere necessario introduce il rischio che lo Stato arrechi danno a se stesso) e per le persone giuridiche. Fini manda il primo altolà: “Silvio, quel testo è incostituzionale”. Ed in effetti la contraddizione costituzionale del ddl è di palese: l’estinzione dei processi per reati commessi prima del maggio 2006, per i quali già è stato applicato l’indulto, equivale di fatto a un’amnistia, che però si vota in Parlamento con i due terzi. Il Cavaliere non sembra curarsene troppo. Con Ghedini ed Alfano studia come ottenere in tempi brevi il legittimo impedimento, cui il Pd mostra il fianco scoperto dimostrandosi a più riprese diviso, e temporeggiando su questo si riprenderanno i lavori su un lodo, questa volta costituzionale e quindi inoppugnabile.

Alfano: riforme condivise. Sventato il rischio di un nuovo sciopero delle toghe italiane. Proprio nelle ore in cui il premier rivolge loro l’ennesimo attacco, dal suo staff arrivano parole e soluzioni concilianti, che subito trovano il beneplacito del Anm. Durante l’esame del decreto sulle sedi giudiziarie disagiate, si è trovato un accordo bipartisan: è stato approvato “con una larga maggioranza”, spiega il Guardasigilli Alfano, un emendamento dell’opposizione riformulato dal governo. Poi in vista dell’apertura dell’anno giudiziario, Alfano ringrazia il capo dello Stato per la “saggezza che ha avuto modo di dimostrare intervenendo nella delicata materia della giustizia, pronunziando parole sempre decisive nel mantenimento dei necessari equilibri istituzionali”, ma soprattutto parla di riforme. Andranno “adeguatamente ripensate, la struttura, la composizione e la funzione del Consiglio superiore della magistratura ben oltre l’esigenza di innovarne il sistema elettorale che, come è noto, può essere modificato con legge ordinaria” svela i piani della maggioranza il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, concludendo il suo discorso al Senato. “Occorre infatti restituire, in concreto, al Csm – aggiunge Alfano – la sua funzione di organo di garanzia superando ogni equivoco su una malintesa sua funzione rappresentativa che non pare coerente neppure con il disegno originario dei nostri padri costituenti e che, invece, si è insinuata spesso nella prassi consiliare”. Il titolare di via Arenula ribadisce quindi la necessità di “garantire assoluta autonomia, separatezza ed esclusiva natura giurisdizionale, anche riguardo alla sua composizione, alla giustizia disciplinare in modo da evitare le negative conseguenze di una giurisdizione domestica”.
Non manca di senso pratico il capo del dicastero Giustizia che, annunciate le riforme, indica anche le risorse per metterle in atto: “E’ arrivato a 1 miliardo e 590 milioni di euro l’ammontare delle somme confluite nel Fondo unico Giustizia, di cui 631,4 milioni sono destinati al settore Giustizia”. Le somme sono state reperite dai sequestri, mobili ed immobili, ai danni della criminalità organizzata, e su questo Alfano chiosa soddisfatto: “E’ anche questa una scommessa vinta dal governo”.

Ginevra Baffigo

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