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Braccio di ferro nel Pdl sulla giustizia. Ma anche l’opposizione è divisa. Retroscena

gennaio 18, 2010 di Redazione 

I processi di Berlusconi. E’ questo il tema dominante di queste prime settimane di nuovo anno per la politica italiana. Le Regionali promettono una tregua fino ad un certo punto, specie se nel Pdl dovesse prevalere la linea dei falchi, che spingono per trovare soluzioni subito. Il “no” dei giudici di Milano alla richiesta di rinvio del dibattimento su Mediaset, arrivato stamane, potrebbe riportare sul tavolo anche il per ora abortito “blocca processi”. Falchi e colombe nel partito del premier, dunque, trattativisti e oltranzisti tra i Democratici. Il giornale della politica italiana vi racconta gli scontri e le divisioni sotterra- nee nei due partiti maggiori, intorno al tema giustizia (ad personam). La firma è di Pietro Salvatori.           

Nella foto, l’avvocato inglese David Mills, condannato per corruzione: nel processo che vede coinvolto anche il presidente del Consiglio la chiave di volta delle fibrillazioni della maggioranza sul tema giustizia

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di Pietro SALVATORI

Siamo passati dalla grande epoca veltroniana di distensione, mani tese, dipietrismo agguerrito e accuse di inciucio, ai giorni in cui Franceschini sembrava aver tirato su un muro invalicabile tra maggioranza e minoranza sulla possibilità di riforme condivise al netto della sistemazione dei problemi di Berlusconi con la magistratura. Ancora da decifrare nelle sue sfumature la nuova segreteria tragata Bersani.

Al centro sempre la questione cruciale della giustizia. Se da una lato c’è chi osserva che la figura e la peculiarità di Berlusconi uomo politico, sin dalla sua discesa in campo nell’ormai lontano 1994, ha contribuito ad orientare la discussione in una direzione che non può prescindere dalla particolarità della vicenda giudiziaria del premier, dall’altro in molti sostengono che il confronto tra il leader del Pdl e la magistratura è solo la punta dell’iceberg di un problema più ampio, che va a toccare i temi della tutela della politica da una magistratura che spesso, volontariamente o meno, vi si sostituisce, e viceversa.

Troppo spesso, negli ultimi anni, le reciproche invasioni di campo hanno condizionato la serenità del clima politico, andando a volte in maniera preoccupante a minare l’assetto istituzionale e l’equilibrio fra i poteri, determinando una rissosità di fondo che ha inficiato su un sereno rapporto tra le parti.

Nel Pd franceschiniano la giustizia era un valore non negoziabile. Non ci proponete riforme che possano andare a toccare i procedimenti che coinvolgono il premier, trattiamo solamente su riforme strutturali di sistema. Questa, in sintesi, la posizione della segreteria che ha traghettato il partito all’ultimo congresso.

Di contro un orientamento, sempre più diffuso nell’establishment del Pdl, anche se non privo di sfumature da caso a caso, che mira a mettere al sicuro Berlusconi dai procedimenti che lo riguardano – e garantirsi così un sereno esercizio del potere fino a scadenza naturale – come precondizione necessaria e inderogabile a qualsiasi tavolo di trattativa e composizione di ulteriori divergenze.

Su questa linea si innestava il Lodo Schifani, approvato nel 2003 nel corso della XIV legislatura e bocciato l’anno successivo dalla Corte Costituzionale, e le “Disposizioni in materia di sospensione del processo penale nei confronti delle alte cariche dello Stato”, altrimenti definite come Lodo Alfano, attraverso le quali il centrodestra pensava di aver superato le obiezioni della Consulta e, tramite una legge generica di sospensione dei processi penali nei confronti delle quattro più alte cariche dello Stato (presidente della Repubblica, presidenti del Senato e della Camera e presidente del Consiglio dei Ministri) fino a cessazione della carica, protetto la posizione di Berlusconi da possibili scivoloni giudiziari.

In tal modo, affermavano sia i falchi sia le colombe all’interno del partito di maggioranza relativa, si sarebbe potuto procedere ad una reale apertura di credito nei confronti dell’opposizione e sedersi attorno ad un tavolo per affrontare le spinose questioni delle riforme istituzionali e della giustizia.

Ma la nuova bocciatura del provvedimento da parte dei membri della Corte, ha preso in contropiede gli estensori e riaperto il dibattito interno alla maggioranza di governo sulla linea da seguire.

L’impressione è che la segreteria Bersani non abbia ancora adottato una linea precisa sul tema, tra dichiarazioni, anche del segretario, che vanno in direzione tendenzialmente contraria a qualsiasi compromesso, e le aperture di alcuni membri del gruppo parlamentare, in particolare i senatori Compagna e Chiaromonte (condivisa, a quanto dicono gli stessi interessati, dall’area popolare del partito, Marini in testa), alla reintroduzione dell’immunità. Il tutto senza considerare la partecipazione, a “titolo personale”, del presidente Bindi al No B day dello scorso dicembre, nel corso del quale i toni nei confronti del premier e del suo rapporto con la giustizia non sono stati di certo morbidi.

Il tutto anche con, sullo sfondo, l’ingarbugliato quadro delle Regionali, all’interno del quale se il Pd ha le idee poco chiare, se non confuse, anche il Pdl in questi giorni non si mostra estremamente compatto. Sia nello sciogliere il nodo delle alleanze sia nella composizione delle liste, sulle quali gravano ancora i problemi delle “quote” tra forzisti e ex-An, e i rapporti non facili che intercorrono tra lo stesso Berlusconi ed il presidente della Camera, Gianfranco Fini, che si declinano, per esempio, nei non pochi mal di pancia che sono emersi nel partito in seguito alla candidatura di Renata Polverini – incasellata dai ben informati tra le fila finiane – alla presidenza della Regione Lazio.

Allo stesso Fini è stata garantita la partecipazione dei suoi alla Consulta per la Giustizia del partito, commissione ad hoc operante dallo scorso maggio all’interno del Pdl sotto l’attenta supervisione di Niccolò Ghedini, che nell’ultimo periodo ha acquisito una certa centralità nell’elaborazione delle proposte in materia da parte della maggioranza. Oltre che un maggior coinvolgimento, nella preparazione e nella presentazione dei provvedimenti che riguarderanno, più o meno direttamente, le vicende giudiziarie del premier.

E se l’ex leader di An è convenuto sulla necessità di mettere al sicuro il premier da eventuali assalti per via giudiziaria, ha anche vincolato il suo appoggio ad un uso accorto degli strumenti da adottare e dai toni da tenere, attento ai suggerimenti accorati che arrivano dal Colle sul non procedere a riforme a colpi di maggioranza.

Ma che le idee non sono chiare e che sottotraccia si muova un serrato confronto tra i falchi, guidati da Ghedini, che vorrebbero procedere in tempi rapidissimi (c’è addirittura chi dice prima delle Regionali del prossimo marzo) all’approvazione di norme volte a fermare i processi a carico del premier, e le colombe, finiani in testa, che auspicano un confronto sereno con la controparte e l’approvazione di norme di rango costituzionale che si avvalgano di una maggioranza più ampia possibile, è testimoniata dal frettoloso ritiro di una – non meglio definita nei contenuti – norma “blocca processi”, calendarizzata per la prima metà di gennaio e frettolosamente stoppata da una dichiarazione del ministro Vito.

Anche se la tentazione di far approvare una legge che blocchi l’appello per gli imputati assolti in primo grado – questo, nella sostanza, il contenuto del provvedimento poi saltato – rimane viva.

Sempre che l’oscuro lavoro del vicepresidente dei senatori pidiellini, Quagliarello, che sta provando ad imbastire la delicata tela del dialogo partendo da una possibile intesa sulla reintroduzione dell’immunità parlamentare, non dia i frutti sperati.

Nel frattempo il “governo del fare” ha lanciato un nuovo piano carceri, mirando alla costruzione di nuovi centri di detenzione quale soluzione al problema del sovraffollamento delle celle, al quale, numeri alla mano, l’indulto promosso dal governo Prodi non ha dato una risposta soddisfacente. Se sarà il primo tassello in vista di un riordino del sistema giustizia nel suo complesso, o un ulteriore motivo di dissapore, lo si saprà nei prossimi giorni.

Pietro Salvatori

Commenti

One Response to “Braccio di ferro nel Pdl sulla giustizia. Ma anche l’opposizione è divisa. Retroscena”

  1. 2° repubblica delle banane on gennaio 20th, 2010 09.52

    chiaro, incisivo, diretto, finalmente senza mezzi termini o prese di posizione ideologiche si cerca di dare una lettura attenta e completa del continuo braccio di ferro tra opposizione e maggioranza, ma soprattutto tra le correnti del partito del Premier Berlusconi, in merito a un tema, come la giustizia, sempre gravido di significati politici e metapolitici.

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