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Il ritratto del personaggio della settimana SERGIO MARCHIONNE di Luca Lena

gennaio 16, 2010 di Redazione 

Il giornale della politica italiana vi racconta ogni giro di boa settimanale il protagonista de, appunto, gli ultimi sette giorni. Il nostro vicedirettore individua le linee-forza che dalle origini del personaggio innervano tutto il suo percorso professionale. Le sue scelte. Scegliere è il mestiere, duro, dell’amministratore delegato della Fiat. Che questa settimana ha confermato che «Termini Imerese non farà più auto». Il che significa posti di lavoro in meno. Altre persone senza più un impiego. Un terremoto, a suo modo, che in altri momenti sarebbe rimasto per giorni al centro delle cronache e che un altro, terremoto, purtroppo, questa settimana ha mandato in secondo piano. Ma il nostro compito è stare sulla nostra, attualità. Raccontare il Paese. Se possibile fornire qualche chiave di lettura (anticipata) per il futuro. Vicini alle persone che rimarranno a casa per la “chiusura” dello stabilimento siciliano, vi portiamo nella real politik (aziendale) dell’italiano trapiantato (da ragazzo) in Canada, da dove ha cominciato il suo cammino verso il Lingotto. La firma, appunto, come sempre, è di Luca Lena. E qui Marchionne illustrato come ogni settimana da Pep Marchegiani.           

Nell’illustrazione di Pep Marchegiani, Sergio Marchionne

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di Luca LENA

Sergio Marchionne è un personaggio che suscita interesse, malgrado non persegua quella sorta di filosofia dell’appariscenza troppo spesso in voga. Poiché è riuscito a generare un colosso dal peso incalcolabile, a far resuscitare l’azienda Fiat – un tempo marchio d’orgoglio del nostro paese – dall’abisso del 2004 quando si trovava sull’orlo di uno storico fallimento. Ed è ancor più incredibile scoprire alla direzione un uomo dalle sembianze comuni, pavidamente avvinghiato alla propria professione come un qualsiasi operaio. Il volto pingue, a tratti mascellare, scardinato da sollazzanti silenzi che rendono enigmatica la solarità dello sguardo, per un lavoratore in cui responsabilità e rischi rimangono difficilmente quantificabili.

Da quando gestisce da amministratore delegato il comparto di Fiat Auto, a decollare non sono state solo le azioni del gruppo torinese, ma perfino la curiosità del mondo politico e imprenditoriale nello scorgere la sua ferrea pacatezza tra le lame di un mercato agonizzante. Chi accusava Fiat di essere obsoleta, chi ridicolizzava lo stile, il modello concettuale, il design, chi si divertiva sadicamente a sogghignare per il crollo economico e, prima ancora, d’immagine del marchio automobilistico, avrà trovato ironico che a risollevarne le sorti sia stata una figura all’apparenza stantia, apatica, prevedibile, metodica, abitudinaria, ovvero, vicina al peggiore stereotipo attribuito al Lingotto. Come l’immancabile maglioncino nero, che Marchionne ama indossare anche nelle occasioni più formali. Eppure in lui non vi è l’inflessione del ribelle, l’irresistibile provocazione del potente, che cede alle piccole tentazioni per ammiccare alla restante autorità concessagli. E nemmeno l’istinto formativo ed anticonformista del versare estroversione e creatività nel terriccio secco e infertile del 2005. Semplicemente si sente più comodo nel portare abiti di quel tipo. La comodità, l’efficienza, l’utilità prima di ogni cosa. Così come per l’azienda: ripartire da cervelli motivati, estirpare la passività, lo scetticismo e la neghittosità latente. Infine, ricominciare con una sferza di originalità, di coraggio, annullando il grigiore del passato, la ridondanza di un’immagine vacillante in un’eredità prosciugata. E’ dall’immobilismo che Marchionne ha tratto in salvo Fiat, giacché in lui movimento intellettuale e culturale non è mai mancato.

Figlio di un carabiniere, emigra in Canada da giovanissimo, dove consegue tre lauree: filosofia, economia e giurisprudenza. Inizia le prime attività lavorative come avvocato commercialista, fino ad allargare i suoi orizzonti e a diventare, a poco più di quarant’anni, amministratore delegato di Lawson Group. Ma è il passo successivo nella SGS di Ginevra che consente a Marchionne di rivelarsi all’opinione pubblica internazionale: diventa a.d. della società svizzera, risanandola nel giro di due anni da una grave crisi finanziaria. Ed è proprio grazie al lavoro nella SGS che Marchionne nel 2004 ottiene la guida della Fiat.

Da qui in poi è un crescendo di rivoluzioni, nei fatti e nei propositi. La pressione incalzante di Marchionne nella rivoluzione interna all’azienda tocca tutti i ruoli, ma particolarmente prospetta la rinascita attraverso un attacco feroce ad altri gruppi automobilistici. Dopo trattative macchinose ed incerte, Fiat riesce ad acquisire il 20% di Chrysler, controllando l’intero blocco d’oltreoceano, e lo stesso Marchionne arricchisce la propria posizione divenendone amministratore delegato. Allo stesso modo, ma con risultati meno felici, Fiat tenta di inglobare Opel, del gruppo GM, ma oggi, in vista di un probabile insuccesso a causa dei tedeschi di Magna, Marchionne sembra intenzionato a proiettarsi sulla Saab.
Un moto in continua evoluzione, che però non ha mai smesso di generare critiche dalle sponde più derelitte del blocco: l’ammasso di operai che, con la crisi ancora imperante, faticano a mantenere il posto di lavoro. Ma per Marchionne si tratta di portare avanti un doppio lavoro, con la lucidità spietata di chi è costretto per mestiere e destino a prendere decisioni, a tagliare teste, a scegliere di alleggerire il carico per non far affondare la barca.

Con la drammatica vicenda di Termini Imprese, in molti si chiedono come sia possibile riattizzare gli investimenti, quando alcuni stabilimenti sembrano incapaci di andare avanti. “Termini non farà più auto da dicembre 2011″ sono le tristi ma obbligate dichiarazioni di Marchionne che ribadisce un concetto già fiutato in passato. “La Fiat è un’azienda e ha le responsabilità di un’azienda. Non ha le responsabilità di un governo, è il governo che deve governare. Siamo il maggiore investitore in Italia, ma non abbiamo la responsabilità di governare il paese”. E in queste parole, difficili da accettare per quei lavoratori che si troveranno senza lavoro, si riassume l’impossibilità dell’uomo Marchionne, l’uomo di potere, nel soverchiare il sorridente aplomb che lo accompagna continuamente, l’affabilità che in un leader non può mai confondersi con facile generosità. Sergio Marchionne lo sa, ma l’onestà morale ed etica dei suoi insegnamenti finisce per sprofondare tra la necessità, l’esigenza. Come il maglioncino nero si infila per maggiore comodità a scapito della forma, così una ruota dell’azienda deve potersi sacrificare per non prolungare pendenze insormontabili. E’ questa il suo estro: l’arte di seguire la necessità, di fissare un obiettivo, di sentirvisi dentro con tutte le ossa, sfogliando le leggi naturali che tracciano l’unica strada percorribile. E’ sicuramente una forma di cecità parziale, quella che imbocca colui che deve scegliere sempre, continuamente. Eppure è l’unica che possono ispirare eminenze come Marchionne, che vedono crescere tra le mani percorsi ancor più fitti e frastagliati dello sguardo che riesce a contenerli.

Luca Lena

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