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Esclusiva. Parlano i musulmani moderati “No a cittadinanza facile proposta da Fini”

gennaio 8, 2010 di Redazione 

«Sarebbe una bomba atomica nelle mani degli integralisti. E no a nuove moschee nel nostro Paese: o presto saranno più delle Chiese». Lo dice Gamal Bouchaib, leader degli islamici moderati in Italia. Nel giorno in cui affrontiamo il tema dell’immigrazione, e domani torneremo ad alimentare il dibattito con un intervento di grande prestigio, il giornale della politica italiana è in grado di proporvi la voce di quella parte di Islam (del nostro Paese) che non ci sta a passare per terrorista, e che nemmeno accetta forme di penetrazione troppo invasiva della nostra società. Che vuole «un’Italia e un’Europa forti e aperte», a dispetto di chi le vorrebbe «distruggere». Lo ha sentito per noi la nostra Désirée Rosadi.

Nella foto, persone musulmane in preghiera in piazza del Duomo a Milano

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di Désirée ROSADI

Gamal Bouchaib, quando e perché è nato il movimento dei Musulmani Moderati?
«Il movimento è in studio da anni e riunisce molte persone, religiosi e laici, studiosi, professionisti e associazioni. È aperto a tutti e per tutti, trova aderenti in Europa, nei paesi del nord Africa e del Mashreq. Addirittura abbiamo avuto delle iscrizioni dal Canada. La nostra corrente è cresciuta nell’ultimo decennio, da quando i tragici eventi dell’11 settembre 2001 hanno aperto uno scenario infernale: il terrorismo di matrice islamica ha chiuso l’Islam in una vera e propria gabbia, le cui chiavi sono nelle mani dei fondamentalisti, che remano contro l’Occidente. Il progetto sovversivo dell’Islam integralista si è già inserito e cresce indisturbato in tutta Europa. La nostra è una battaglia contro ogni forma di neo-tribalismo e di fondamentalismo, una lotta per riformare l’Islam in senso moderato, che abbia come base di partenza i diritti e i doveri stabiliti dalla Costituzione italiana e dai trattati internazionali».

La scrittrice e giornalista Oriana Fallaci, subito dopo l’attacco alle Twin Towers parlò di “fandonia dell’Islam moderato” e di “bugia dell’integrazione”, concetti spesso espressi anche da politici ed intellettuali. Quanto c’è di vero in queste affermazioni?
«Essere moderati significa misurare le proprie scelte, ossia sentirsi responsabili. Gli integralisti si sono insinuati in Europa, nascondendosi dietro i diritti e le libertà garantite dalla civiltà occidentale, e nel frattempo hanno costruito un tunnel oscuro e pericoloso, in cui hanno gettato la religione islamica. È compito dei musulmani moderati dare un contributo fattivo nel processo d’integrazione degli immigrati. Pochi giorni fa, l’esponente di destra Daniela Santanché, in uno dei suoi interventi sul terrorismo e le politiche d’integrazione, ci ha chiamato in causa, chiedendosi dove fossero i musulmani moderati in Italia. Ebbene, noi ci siamo, siamo tanti, viviamo e siamo inseriti in questo Paese, stiamo crescendo giorno dopo giorno ed è nostra intenzione dare una svolta alla storia della cultura islamica. Ci stiamo giocando una battaglia importante».

Quale battaglia?
«Una grande battaglia, quella contro l’Islam fondamentalista. E questa lotta passa attraverso piccole, ma grandi battaglie: non possiamo più accettare pratiche come l’infibulazione, oppure l’obbligo per le donne di indossare il burqa. Esistono delle leggi, e vanno rispettate. Si parla di battaglie per i diritti umani. Crediamo in questa battaglia perché stiamo assistendo ad una regressione preoccupante: se fino a qualche anno fa era difficile incontrare donne totalmente coperte dal burqa, oggi ne troviamo tante, in giro per le nostre città. Non è tollerabile: quelle sono donne in pericolo, che devono essere salvate, è la loro salute a non essere tutelata prima di tutto. E poi c’è la battaglia contro la poligamia, una pratica che sembra un’eccezione, ma non lo è. Esiste invece il fenomeno, in crescita, della poligamia clandestina, praticata tranquillamente in Italia».

Nel manifesto che avete pubblicato il 29 dicembre chiedete alle massime autorità dello Stato di poter vi “esprimere liberamente” al fine di “condividere un’Italia più forte e aperta”. Ciò significa che le istituzioni italiane non mostrano una reale apertura verso i cittadini e gli immigrati di religione musulmana?
«Noi musulmani moderati proponiamo semplicemente il dialogo istituzionale e interculturale, per dare un senso al futuro. Non è accettabile il clima di paura che regna il tutto il pianeta; solo per prendere un aereo dobbiamo stare ore ed ore in attesa dei controlli antiterroristici. E non possiamo permetterci di diventare come l’Olanda, dove l’islam integralista ha avuto campo libero e oggi ci sono dei luoghi pubblici e religiosi in cui addirittura è vietato l’ingresso ai non credenti. Non è con la cittadinanza facile che si risolvono i problemi legati all’immigrazione: mi dispiace per Gianfranco Fini, che aveva avanzato l’idea, ma sarebbe come dare una bomba atomica nelle mani di un folle. Sono questioni che vanno al di là della politica. Tuttavia ci sembra che il ministro Maroni abbia dato il via ad una grande battaglia contro il terrorismo, che in ogni caso supera l’esagerazione leghista».

Tra le polemiche esplose negli ultimi mesi c’è quella delle moschee. Il dibattito ha visto città come Milano e Genova al centro della diatriba tra chi vuole nuove moschee e chi è contrario. Qual è la posizione dei musulmani moderati?
«Siamo contrari. A Milano ci sono circa 80 mila musulmani, ma di questi solo il cinque per cento prega in moschea. È una follia chiedere altre moschee. Nel 2000 nel territorio italiano c’erano 380 moschee, nel 2008 sono diventate 785, cioè più del cento per cento. Vuol dire che presto avremo più moschee che chiese, ed il gioco sarà fatto. A quel punto saranno gli imam ignoranti, che non hanno neanche la terza media, che non sanno nulla in materia, che vanno avanti con fatwa e intimidazione, ad avere la meglio. È proprio in questi luoghi che cresce l’islam radicale. Ci sono dirigenti di associazioni islamiche che sono stati condannati all’espulsione e vivono ancora in Italia. Ecco perché noi non ci sentiamo rappresentati da nessuna delle associazioni islamiche nel Paese. Bisogna cambiare la gestione delle moschee: i sermoni devono essere in italiano, occorre sapere da chi prendono i soldi gli imam e dove vanno a finire e, se pagano le tasse e occorre stabilire un albo degli imam, fatto di persone capaci e ben intenzionate. Penso all’imam di Torino, che sta lottando per ripulire la sua comunità di fedeli dalle scorie fondamentaliste. Nelle moschee ci dovrebbero essere centri per la formazione religiosa e culturale e avvocati che tutelino i diritti delle donne».

L’islamofobia e fondamentalismo allontanano sempre di più il Paese dalla civile e pacifica convivenza. Secondo quanto affermato nel manifesto, sarebbe necessaria un’opera d’informazione e di educazione sulla cultura islamica. Chi e in che modo potrà contribuire a questo proposito?
«Parto da un esempio. Pochi anni fa il giornalista Magdi Allam aveva tentato di intraprendere un’esperienza simile alla nostra, ma era fallita perché era mancato lo sguardo dei media. Penso ai programmi televisivi pomeridiani, un esempio fra tutti quello condotto dalla D’Urso: sono chiamati ad intervenire su tematiche estremamente delicate imam che non rappresentano in alcun modo la realtà musulmana italiana. Noi stiamo entrando nella società, attraverso internet e la stampa nazionale, e l’interesse per le nostre istanze è notevole. C’è bisogno di capire meglio l’Islam, di conoscere per costruire una società forte, sentirsi finalmente parte di una comunità laica. Noi musulmani moderati non scenderemo mai ad un tavolo di dialogo, di fronte a persone sospettate di terrorismo. È questo che i media devono dire».

Lei, in prima persona, negli ultimi mesi è stato vittima di atti intimidatori, che ha denunciato alle autorità. Il suo progetto moderato non è piaciuto a qualcuno?
Sono stato minacciato due volte da quando sono portavoce di questo movimento. E tutte e due le volte ho trovato sul cofano della mia automobile un Corano, segno che qualcuno mi accusa di apostasia. Chiunque sia stato, di certo non è un buon musulmano, ma soltanto un vigliacco. Non ho paura, è solo un atteggiamento mafioso, che mi spinge al contrario a continuare la battaglia che abbiamo intrapreso. Per i miei figli, per la mia famiglia, per la libertà».

Sarà davvero il moderatismo a cambiare le sorti dell’integrazione?
«Sì, è l’unico modo per ritrovare un Islam degno del popolo arabo. Penso non soltanto ai musulmani del Maghreb e del Mashreq, ma anche alla numerosa comunità di musulmani macedoni e albanesi, che restano nell’ombra. Le dirò di più, non sarebbe male riportare alla luce l’idea del contratto di integrazione, che scandalizzò non poco. Io dico, perché no. Si tratta di accettare e condividere delle regole, delle leggi, per fare dell’Italia e dell’Europa un’area forte e aperta. Per questo serve una formazione culturale degna dell’Islam, un’intelligence forte e una corretta gestione delle moschee. Non facciamo come l’Inghilterra che in nome dell’integrazione ha permesso i tribunali islamici, la sharia, che ormai ha preso piede ed è fuori controllo. Non facilitiamo il gioco di chi vuole distruggere l’Europa e l’Occidente».

Désirée Rosadi

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