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Ogni settimana al cinema con il Politico.it Io, loro e Lara: Ulivieri stronca Verdone

gennaio 8, 2010 di Redazione 

Accanto alle grandi recensioni-guida di Attilio Palmieri, uno dei più bravi e promettenti giovani studiosi italiani che il nostro giornale ha l’onore di annoverare (da sempre) tra le sue firme, il cinema raccontato dalla penna del grande scrittore fiorentino. Che non è tenero, a questo giro, con l’ultimo film di Carlo, nelle sale in questi giorni. Un film che, scrive il critico de il Politico.it, non si discosta molto dai suoi precedenti, nonostante le intenzioni. Buon cinema con il giornale della politica italiana, e buona lettura con il grande Ulivieri.          

Nella foto, una bellissima Laura Chiatti e Carlo Verdone nelle parti di “Io, loro e Lara”

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di FABRIZIO ULIVIERI

Carlo Mascolo, sacerdote missionario in Africa decide di tornare dalla sua famiglia a Roma perché crede di aver perso la fede e la forza per continuare la missione. Come spesso succede, dopo assenze lunghe, i ritorni a casa ci pongono davanti una realtà ben diversa da quella che si conosceva prima di partire. Carlo ritorna a Roma con la speranza di trovare conforto alla crisi religiosa, che lo travaglia, all’interno della sua famiglia, ma qui tutto è cambiato e tutti sono presi dai propri problemi e nessuno avrà tempo per ascoltare quelli di Carlo.

Il padre Alberto, ex generale in pensione, ha perso la testa per una badante moldava e va avanti a scatole di viagra.
Il fratello Luigi, di professione broker è diventato invece cocainomane.
La sorella Beatrice psicologa non ha una lira e nemmeno la pazienza di ascoltare i propri clienti.
Infine la giovane e bella Lara, che entra nella vita di questa famiglia per accentuare i contrasti e il lato dinamico della storia del film.

«Non ne potevo più dei soliti personaggi cialtroni, borghesi, delle solite storie di corna – aveva detto Verdone alla presentazione del film – Dicono che fanno tanto ridere, ma io ormai non mi diverto più…”. E difatti il film non diverte che lo stretto necessario: solo qualche battuta e fondata sul mestiere più che altro. E se Verdone voleva fare qualcosa di diverso dagli altri film prodotti, tutto ciò è rimasto a livello di intenzioni. Il film non mi pare che differisca molto dai precedenti. Il mondo di Verdone è sempre lo stesso: becero, cialtrone, caciarone, dai continui litigi e con il finale alla “volemose bene” di sordiana memoria.

Le battute più o meno le stesse. Il modo di recitare non cambia. Le mimiche facciali anche. Ci si adegua solo ai tempi buttando nel calderone oltre ai soliti buzzurri romaneschi un manipolo di immigrati, tema che pare sempre più ricorrente nel cinema italiano.
La cosa che più urta è che nemmeno stavolta, pur parlando di un sacerdote in crisi di fede, ha saputo resistere alla solita macchietta del personaggio sbruffone e vanaglorioso che si loda e si imbroda, che ha viaggiato il mondo e che sa tutto (quando fa la critica ai sacerdoti: “quelli che parlano in tv e si sfregano le mani…”). Stavolta la macchietta stona ed è proprio fuori luogo.

Fa malissimo, a mio parere, vedere nei titoli di coda che il film è dichiarato di interesse culturale. Se questo è veramente il meglio che il cinema italiano sa produrre allora nessuna meraviglia che la quota di mercato del prodotto italiano sia scesa dal 27,46% del 2008 al 20,76 del 2009 perdendo per strada quasi 5 milioni di spettatori.

Unica nota davvero positiva: Laura Chiatti. Complimenti!!

FABRIZIO ULIVIERI

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