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Ieri 15 morti, oggi gli scontri proseguono In Iran è una vera e propria guerra civile

dicembre 28, 2009 di Redazione 

Ciò che caratterizza le tensioni e, purtroppo, il bagno di sangue a Teheran è la totale mancanza di confini religiosi e politici: un’escalation di esasperazione e di odio, scrive la nostra Désirée Rosadi nel pezzo da non perdere che state per leggere, di fronte alla quale riesce ancora più assordante il silenzio di gelo di Ahmadinejad e Khamenei. In queste ore sono in tanti a raccontarvi ciò che sta accadendo in Iran. Il giornale della politica italiana, con le sue grandi firme specializzate nelle questioni Medio-orientali, vi spiega cosa sta davvero succedendo laggiù. Sentiamo.

Nella foto, due donne fanno il segno di vittoria durante gli scontri a Teheran

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di Désirée ROSADI

Domenica 15 persone sono morte negli scontri avvenuti in piazza Enghelab, a Teheran, luogo che da questa estate è teatro di manifestazioni e repressioni violente. Nella serata di ieri, la drammatica notizia era stata smentita dalla polizia iraniana, ma oggi la televisione di Stato in lingua persiana svela il triste bilancio. Secondo i servizi segreti dieci delle persone rimaste uccise apparterrebbero a “gruppi controrivoluzionari”, cioè filo governativi, mentre le altre cinque vittime vengono descritte come “terroristi”. Definizioni alquanto vaghe.

Tra i morti c’è anche il nipote quarantenne del leader dell’opposizione Mussavi: il giovane sarebbe stato colpito alla schiena da un proiettile sparato dalle forze di sicurezza. I funerali dovrebbero svolgersi oggi, secondo la Bbc, e potrebbero trasformarsi in una nuova occasione di proteste e di scontri. Oltre ai morti, gli arresti. Tra i coinvolti, l’ex ministro degli Esteri Ebrahim Yazdi, segretario di un partito d’opposizione, che all’alba di questa mattina è stato prelevato dalla sua abitazione in seguito ad una irruzione delle forze di sicurezza.

Quello che agli occhi di un osservatore esterno appare come una vera e propria guerra civile, che vede contrapporsi i sostenitori di Ahmadinejad e gli oppositori al regime da alcuni mesi, è descritto dalla stampa come un tragico gioco del destino. Gli scontri di domenica, infatti, non sono casuali. Erano passati sette giorni dalla morte dell’ayatollah Montazeri, uno dei simboli dell’opposizione al regime iraniano, e come è consuetudine nella tradizione sciita, ieri era il giorno in cui si torna a commemorare il defunto. Ironia della sorte, nella stessa data gli sciiti ricordano l’eccidio di Kerbala, nel 680, quando Hussein, figlio di Ali, venne ucciso dal suo oppositore nella successione al profeta Muhammad, da cui la scissione dei musulmani in sunniti e sciiti. Nella domenica della commemorazione erano previste molte manifestazioni religiose, e questo clima di violenza è degenerato nel solito scontro di piazza.

La tragedia che si sta consumando a Teheran sembra essere già scritta, come se il sangue versato avesse un senso. Oggi come al tempo di Ali. Eppure, notate bene. Non si tratta della solita repressione governativa, e neanche di una guerra religiosa, ma di qualcosa di ancor più preoccupante: stiamo assistendo ad una lotta tra fratelli, che ha poco a che vedere con le ricorrenze religiose e con la politica, ma che cresce e si acuisce di ora in ora. Una commistione di esasperazione e di odio. E in tutto questo, è assordante il silenzio di Ahmadinejad e di Khamenei.

Désirée Rosadi

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