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Diario politico. Premier perdona Tartaglia ‘Ma giudici diano segnale’. Sì Finanziaria

dicembre 23, 2009 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La firma, oggi, è di Ginevra Baffigo. Berlusconi: «Non si possono aggredire così le istituzioni». In mattinata aveva telefonato a Napolitano per gli auguri. Il presidente della Repubblica: «Tra noi rapporti personali buoni, ha apprezzato il mio discorso» del quale vi abbiamo reso conto ieri. Fiat verso la chiusura di Termini Imerese, la protesta dei lavoratori davanti a palazzo Chigi. Ai quali si aggiunge Barbato, Idv, che usa parole di pietra, poi smentite: «Per ogni disoccupato gliela tiro io una statuetta in faccia». Il racconto.

Nella foto, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi con il volto fasciato dopo il colpo subito a piazza Duomo

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di GINEVRA BAFFIGO

Silvio Berlusconi perdona Massimo Tartaglia, l’uomo che lo ha aggredito una settimana fa a Milano. Il premier diffonde la notizia in una conference call per gli auguri di Natale tenuta da Arcore con la sede Pdl di Roma. Perdonato l’aggressore, delega però ai magistrati il compito di giudicare il gesto, tenendo “conto del fatto che si può far passare il messaggio che si può aggredire il presidente del Consiglio, che resta un’istituzione da difendere”.
Parole importanti che si sommano a quelle che ieri il Cavaliere ha rivolto al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per uno scambio di auguri telefonico. Napolitano commenta soddisfatto: “Con Berlusconi i rapporti personali sono sempre stati buoni. Mi ha fatto piacere che mi abbia chiamato e che abbia apprezzato le linee generali del mio discorso”. “Si è infine sciolto il gelo?” chiedono con insistenza i quirinalisti in riferimento ai rapporti con il premier. Napolitano risponde parcamente: “Io sono per natura scongelato. Una cosa sono i rapporti personali e una cosa quelli tra le istituzioni. E quando vengono toccate le prerogative delle istituzioni io reagisco nel modo che mi pare più opportuno”.
Il clima si è rasserenato, e da subito il ministro per la Semplificazione normativa, Roberto Calderoli, lancia una proposta: “Credo stia iniziando un clima giusto. Invierò a tutti una bella lattina di antigelo, perché si mantenga anche dopo il 6 gennaio questo clima. E’ iniziato un dialogo con l’opposizione e con le cariche istituzionali, che dovrebbe essere prodromico alle vere riforme. Verificherò – prosegue il ministro – sia con la maggioranza sia con il governo e l’opposizione la disponibilità all’utilizzo di uno strumento, che io ho chiamato convenzione, proprio per far partecipare non solo deputati e senatori a questo processo, ma anche il territorio con Comuni, Province e Regioni”.
Ma al di là dei rapporti fra il Quirinale e Palazzo Chigi, il tema focale resta quello delle riforme, su cui lunedì Napolitano si era lungamente soffermato. Ieri rassicurava: “Non sono nè ottimista nè pessimista. Sulle riforme istituzionali sono ragionevolmente fiducioso. Quando ho detto che non c’è ancora il clima propizio mi riferivo alle scelte necessarie per ridurre il debito pubblico e riqualificare la spesa. Sulla possibilità di fare le riforme in questa legislatura sono stato più fiducioso”.

Sì alla Finanziaria. Anche da Palazzo Madama arriva la conferma di “schiarite”. Il Senato ha dato il via libero definitivo alla Finanziaria: 158 voti favorevoli, 117 contrari e quattro astenuti. Il bilancio ha ottenuto all’incirca lo stesso risultato: è stato approvato con 157 voti a favore, 120 contrari e quattro astenuti. «Mi sento particolarmente soddisfatto», dice Renato Schifani. «Avendo il governo deciso di non porre la fiducia – spiega il numero uno di palazzo Madama – è stato consentito a questo ramo del Parlamento di esprimersi, di dare voce a tutte le proprie idee, a tutte le proprie proposte a tutte le proprie riflessioni. È un fatto altamente democratico che fa onore alla vitalità del Parlamento, al centralismo del Parlamento che è un istituto-cardine all’interno del nostro sistema Paese e di questo non posso che essere pienamente soddisfatto». Per il vice ministro all’Economia, Giuseppe Vegas, «è finita un’epoca e se ne apre un’altra»: dal prossimo anno si procederà alla gestione del bilancio con una “legge di stabilità”.

Fiat a palazzo Chigi. Si preannunciano giorni di tempesta invece per quanto riguarda uno dei centri nevralgici dell’industria italiana. “Abbiamo un piano ambizioso per la Fiat, soprattutto in Italia” esordisce l’ad Sergio Marchionne, aprendo così la riunione con governo e sindacati a palazzo Chigi. “Bisogna conciliare i costi industriali con la responsabilità sociale” aggiunge con entusiasmo, annunciando che nei prossimi due anni gli investimenti della Fiat in Italia ammonteranno a 8 miliardi. Non sembravano altrettanto entusiasti i lavoratori degli stabilimenti di Termini Imerese, Pomigliano d’Arco e Arese, in presidio a piazza Colonna. Le centinaia di tute blu gridavano con foga sotto le finestre del palazzo: “Siam venuti fin qua per vedere Marchionne che fa”.
L’ad non si è fatto intimorire dai cori, malgrado abbia dovuto riconoscere che il mercato dell’auto “continua a essere sfavorevole”: la Fiat, spiega, ha in cantiere per il 2010-2011 undici nuovi modelli auto tra cui il nuovo Doblò, Giulietta, la nuova Panda.
Il problema però non è quello della creativa e del rinnovamento dell’offerta, ma quello della chiusura di importanti stabilimenti. Marchionne prova a spiegare il problema: “C’è una forte disparità dei livelli di utilizzo della manodopera tra gli stabilimenti auto di Fiat italiani ed esteri. Dobbiamo affrontare il problema di petto, da quello che decideremo dipende il nostro futuro. Se non ce la facciamo sarebbe una rovina”. “Vogliamo che l’incontro di oggi sia tutt’altro che rituale – dice ancora il manager – occorre conciliare i costi industriali con la responsabilità sociale: il puro calcolo economico avrebbe conseguenze dolorose che nessuno vuole. Un’attenzione esclusiva al sociale condurrebbe tuttavia alla scomparsa dell’azienda”.
La Fiat di Termini Imerese ha dunque i giorni contati ed una data di scadenza: dicembre 2011. “Lo stabilimento è in perdita e oggi non possiamo più permettercelo”, chiosa caustico agli orecchi dei futuri cassaintegrati. La Fiat è pronta a discutere una “proposta di riconversione” sia con la Regione Sicilia che con gruppi privati, aggiunge ancora Marchionne. “Siamo pronti a mettere a disposizione lo stabilimento”, deferendolo però ad un nuovo settore, non più dell’auto. Per Pomigliano poi la situazione è altrettanto compromessa: “Così non può reggere, è l’impianto più penalizzato per l’assenza di incentivi”. La Fiat vi ha investito 100 milioni di euro “ma ciò non è servito a sanare la sovraproduzione”.
Non tarda la reazione dei sindacati: “Il cuore del problema è Termini Imerese, bisogna sciogliere il nodo perché se si perde un centro produttivo nel Mezzogiorno difficilmente lo si potrà sostituire” commenta preoccupato il segretario generale della Cgil. Guglielmo Epifani porta sul tavolo anche il problema dell’indotto “perché – sottolinea – si è molto ristretta quest’area di produzione e in questo senso l’integrazione americana può determinare criticità”. Il ministro Scajola non cela le criticità della futura chiusura dell’impianto siciliano: “Non possiamo perdere quel polo industriale” e chiede perciò uno “sforzo congiunto” di azienda, enti locali e governo. “Abbiamo il tempo – sottolinea il ministro – di mettere insieme le risorse per individuare un diverso sviluppo industriale” dello stabilimento che garantisca l’occupazione. Già oggi dobbiamo prendere impegni”. Raffaele Bonanni, leader della Cisl, invita tutti “a muoversi perché si salvi quella realtà industriale, senza velleità ma anche senza facilonerie”. Ed in tal senso giunge repentina la rassicurazione dell’Esecutivo. Gianni Letta ribadisce che la “Fiat troverà anche in Italia la stessa responsabilità che ha trovato in America da parte del governo centrale, da quelli locali e anche delle parti sociali” sostenendo inoltre che a”oggi possiamo discutere con serietà per garantire alla Fiat uno sviluppo nazionale e internazionale”.

Parole shock di Barbato. Intanto sotto le finestre di palazzo Chigi il deputato Idv, Francesco Barbato, arringava con queste parole la folla di tute blu: “Per ogni operaio mandato via dalla Fiat gliela tiro io in faccia una statuetta a Berlusconi”. Nel frattempo su Facebook un consigliere comunale di centrosinistra riferito a Berlusconi scriveva: “O gli spari in testa o niente”.
La smentita di Barbato arriva quasi subito: “Le mie parole sono state fraintese, ai lavoratori della Fiat ho detto che per ogni lavoratore licenziato criticherò duramente in aula Berlusconi ed il governo e proseguirò nelle sede istituzionali e nelle piazze questa battaglia per la difesa del lavoro. L’Italia dei Valori come è noto è il partito della legalità ed è contro ogni atto di violenza”. Ma intanto fra la folla di lavoratori ed il deputato Idv, che per l’occasione sfoggiava una maglietta con la scritta “Pomigliano non si tocca”, si instaura una sintonia immediata. Le tute blu rispondono alle parole del deputato: “Barbato uno di noi”.
Sul web anche Fabio Busi, consigliere di centrosinistra a Paderno D’Adda, prova a difendere il suo posto in giunta. Le frasi incriminate di Busi, 20 anni: “Chi è quell’idolo che ha spaccato la faccia a Berlusconi? Sarà Fini? A parte gli scherzi, ma quanto è ridicolo ‘sto paese? O gli spari in testa o niente”. La sortita è stata prontamente registrata dalla minoranza comunale del Pdl. Il consigliere Marco Parolari, che denunciato il fatto, chiede le dimissioni di Busi: “La violenza fisica è la conseguenza di quella verbale”. A sua volta Busi parla di strumentalizzazione: “Ho definito sciagurato e pazzo chi ha colpito Berlusconi. Ne vogliono fare un caso partendo da informazioni lacunose. Era solo una battuta, forse infelice ma una battuta”. “Una battuta di cattivo gusto” aggiunge il sindaco Valter Motta, che liquida prontamente la faccenda.

Maroni su internet. E’ dietrofront del governo sulla normativa del Web. Nessun disegno di legge per prevenire reati gravi su internet dunque, ma più semplicemente un codice di autoregolamentazione tra tutti i soggetti coinvolti. A dare la notizia è lo stesso Viminale, che nei giorni a seguire l’agguato in piazza Duomo, aveva annunciato, forse con troppa veemenza, un ddl mai venuto alla luce. Il ministro dell’Interno Roberto Maroni al termine dell’incontro al Viminale con i gestori delle reti internet e i rappresentanti dei social network, chiosa: «Ci siamo impegnati ad elaborare delle proposte e a costituire un tavolo con tutti i soggetti che sono intervenuti, che sarà riconvocato a metà gennaio, per discutere le nostre proposte e valutare la possibilità di trovare una soluzione e cioè un codice di autoregolamentazione piuttosto che una norma di legge». «La materia – spiega lo stesso Maroni – è molto delicata perché va a incidere sulla libertà di espressione dei cittadini. La strada da seguire è quella di cercare un accordo tra tutti, definendo un codice di autoregolamentazione che coinvolga tutti i soggetti interessati, evitando interventi d’autorità ma ottenendo ugualmente il risultato». Ma il suddetto codice, aggiunge ancora il ministro dovrà essere approvato «in tempi rapidi, per combattere il proliferare di gruppi che inneggiano all’omicidio, al terrorismo e alla mafia». Il compito prefisso non sarà facile da portare a termine, ma se si riuscirà nell’intento, questo «grande accordo di responsabilità fra tutti gli operatori, sarebbe il primo caso al mondo»: un compromesso tra la necessità di «tutelare la libertà di espressione del pensiero e quella di rimuovere contenuti che integrino gravi reati».

Ginevra Baffigo

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