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Il ritratto del personaggio della settimana. Handyman Cicchitto

dicembre 18, 2009 di Redazione 

Più che il berluscones, come ci racconta il nostro vicedirettore, è per eccellenza il falco della politi- ca italiana. Uno che ricorda molto da vicino i falchi del Likud più ancora che alcuni repubblicani americani. L’incendiario del dopo-aggressione a Berlusconi. Il presidente dei deputati del Popolo della Libertà è il soggetto che descriviamo questa settimana. Quando la para-ideologia impedisce la comprensione (reciproca) e un punto di incontro. Godetevi il ritratto. Buona lettura.

Nella foto, Fabrizio Cicchitto

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di Luca LENA

E’ sempre più difficile distinguere la parola dal fatto, sempre più ardua la scelta tra chi rappresenta il probabile come mera minaccia e chi trasforma il pensiero in azione eversiva. Allo stesso tempo, il canale comunicativo, che vede salire alla ribalta portavoce e politici, riflette il viscerale istinto provocatorio che la politica di oggi deve tenere a freno per difendere uno ieratico moralismo culturale. Giacché sembra più essenziale trascinare il macigno del disordine, della demonizzazione, piuttosto che assestare certezze, fissare paletti in cui coltivare con pervicacia etica la preservazione dei valori.
In questo senso, dunque, il fatto sconvolgente dell’attacco a Berlusconi, vede sorgere a galla il lascito indomabile della politica, che trattiene nella dialettica aggressiva l’astio, la rabbia, il livore, e con esse le vergogne di un popolo che ad essi assiste.

E nella ridda dei commenti al fatto sbuca, tra le schiere dei motivatori del premier, Fabrizio Cicchitto. Autentico “handyman” del partito, nel senso che per non raccogliere una funzione specifica bisogna saper fare tutto ciò che non richieda specializzazione. Poiché il “fattore berluscones” affigge una stelletta d’onore sul petto di chi ruota come un’orbita attorno al Cavaliere. In fin dei conti non deve rappresentare una denigrazione in toto l’affiliazione vitale tra personalità politiche, che vedono nell’intesa professionale il risultato di una vicendevole stima privata. Il rischio sostanziale, però, è che dall’identificazione antropologica e monarchica della politica si assista ad una mutazione negli effetti sulla collettività. Cicchitto, dunque, armeggia in disparte, covando il fanatismo verso il proprio leader, e si trova a scatenare bufere dialettiche in nome di una giustezza precaria, radicata nel volto sanguinante del presidente del Consiglio, nell’umanizzazione ancora una volta umiliata della politica, che dall’uomo proviene, nell’uomo si forma, e sul volto dello stesso uomo viene sacrificata.
Così, l’attacco di Cicchitto a Repubblica, Santoro, Travaglio e Di Pietro somiglia al ruggito di un leone rinchiusosi in gabbia per necessità, che osteggia la selvatichezza dei propri simili ancora allo stato brado. E’ il risultato di una superficialità d’intenti che assicura, nell’emotività più grezza, la linfa vitale per la politica: fertilizzante nell’esposizione di un parossistico ottimismo, e malevolo paravento nelle occasioni più disagevoli.

La stessa duttilità mentale con cui, dopo la laurea in giurisprudenza a ventidue anni, Cicchitto diventa membro del PSI. Negli anni ottanta, dopo l’entrata nella P2, viene estromesso dal partito, anche se verrà riammesso da Craxi alcuni anni più tardi. Ma è solo nel 1998 che la comunanza per i trascorsi nella stessa loggia massonica avvicinano Berlusconi a Cicchitto. Inizia infatti a scrivere per il Giornale e un anno più tardi entra a tutti gli effetti in Forza Italia, divenendo membro del Comitato di Presidenza e responsabile del Dipartimento Nazionale del Lavoro e relazioni Sindacali.

Oggi, Cicchitto, capogruppo alla Camera del PDL, rappresenta una delle alabarde più grevi del fortino berlusconiano. Un po’ come Bondi, Capezzone e Bonaiuti. E mentre quest’ultimi tentano di districarsi dalla morsa mediatica che li disegna come cagnolini nell’ora del pasto, così Cicchitto ha creato “Rel”, una fondazione cattolica e liberaldemocratica che, precisa lui stesso, “non è una corrente socialista all’interno del PDL, perché il mio riferimento rimane Berlusconi”.
E c’è da dire che tra le poesie di Bondi, i voltagabbana radicali di Capezzone e le ammaccate dichiarazioni del 1994 di Bonaiuti contro Rete4 e Berlusconi, la creazione politico-culturale di Cicchitto riesce seriamente a snodarsi, seppur per un attimo, dall’attivismo religioso verso la monade Berlusconi.

Per il resto, la fiacca dinamicità dell’uomo politico, l’assenteismo in aula inversamente proporzionale alla puntualità nei dispacci sullo stato del premier e sulle infamie dell’opposizione, circoscrivono l’entità di un personaggio connaturato all’era politica attuale. Poco conta il trascorso nella loggia P2, un’associazione segreta che operava anche contro lo Stato, poco conta essere indagati per ricettazione dalla procura di Pescara con l’accusa di aver preso soldi per una candidatura.

Giacché il presente non dà tempo al passato e Cicchitto in questi giorni leva gli scudi contro la violenza del dibattito politico, trasformando un cumulo di macerie sconclusionate e becere in fortezze effigiate dal vento, in torrioni e mura merlate, in incandescenti accampamenti, in orgogliose prime linee d’assalto. E forse non si rende conto che il trasformismo linguistico e mediatico delle parole che tentano di rappresentare una realtà inesistente accende la scintilla che alimenta disagio e follia. Così il gesto di un uomo con problemi psichici assume i connotati della “spirale d’odio”, la critica di alcuni direttori di giornale s’incupisce negli involontari incitamenti alla violenza, l’opposizione di un partito trasforma “lo scontro politico in guerra fredda civile”, e la penna di un giornalista diviene il Kalasnikov di un “terrorista mediatico”.

E’ la speculazione al vaglio della criminalità politica isolata, in un refrain pressoché inesauribile che sfigura la reale visione delle cose, il buon senso, la logica del rispetto, che non ammette la comprensione e la vicinanza emotiva del nemico. Nel pregiudizio che quest’ultimo non possa che trarre vantaggio nel fingere un armistizio passionale in nome di un nemico più grande: la violenza. E allo stesso tempo non lascia adito a chi, coraggiosamente, mantiene la propria coerente posizione di scontro politico, senza negare il deplorevole danno oggettivo, estraneo alla battaglia intellettuale. E’ forse qui che la violenza cui inneggia Cicchitto trova spazio per riaccendere i tizzoni, quando la para-ideologia della politica odierna non permette ai suoi adepti di intravedere un punto d’incontro.

Luca Lena

Commenti

2 Responses to “Il ritratto del personaggio della settimana. Handyman Cicchitto”

  1. Davide on dicembre 19th, 2009 12.29

    Bello far passare una vignetta per un ritratto.
    Come paragonare Vauro a Van Gogh o chiamare Michelangelo l’imbianchino che ci sistema il soffitto della cucina.
    Non è un ritratto, è un’opinione di parte sulla persona, come le sentenze senza contradditorio di Travaglio. Perchè continuare a giocare con la nostra intelligenza?

  2. Mario on dicembre 20th, 2009 11.08

    Lena evidenzia in questo articolo gli stessi difetti che attribuisce a Cicchitto. D’altra parte non si dice sempre che non si sopportano negli altri i propri difetti? Probabilmente la sua stessa para-ideologia, come lui la definisce, gli impedisce di addivenire a un punto d’incontro con se stesso. Comunque c’è sempre la possibilità che non creda ad una parola di quello che ha scritto e lo abbia fatto solo per ordini….superiori (deve mangiare pure lui).
    Se ci crede veramente e volesse imparare a superare i propri difetti segua attentamente (ed in profondità) quanto dice Sarubbi che in questo ha dato una lezione di civiltà a tutto il suo partito e non solo.

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