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Diario. Schifani: ‘Facebook peggio gruppi violenti anni ’70′. Donadi: ‘Come in Iran’

dicembre 18, 2009 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it, eccezionalmente al mattino per lasciare spazio, ieri, al caso dei regali sfarzosi ai deputati Pdl sollevato da Franco Laratta sul giornale della politica italiana. Maroni fa un passo indietro rispetto all’intenzione-tentazione di una stretta sulla rete ma l’idea di fondo resta, e lo dimostra l’uscita del presidente del Senato. Insorge il popolo democratico, trasversale rispetto agli schieramenti. Della Vedova (Pdl) rincara la dose del capogruppo Idv: «La pensano così i regimi totalitari». Ma ieri è stato anche il giorno del rientro a casa del presidente Berlusconi, al quale i medici hanno “prescritto” dieci giorni lontani dalla politica italiana, ma che di fatto compie il suo ritorno sulla scena proprio ieri: «Se cambia il clima il mio dolore non sarà stato inutile – dice il premier – pronti al dialogo (ma anche a fare le riforme da soli, ce le chiede la gente) con l’opposizione responsabile se isola i fomentatori (Di Pietro, ndr)». Ma Bersani: «Sì al dialogo in Parlamento, no a leggi ad personam». Il racconto, oggi, è di Ginevra Baffigo.

Nella foto, il presidente del Senato Renato Schifani

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di Ginevra BAFFIGO

Il ministro Maroni fa un passo indietro rispetto all’intenzione-tentazione di una stretta sulla rete. Il ddl non c’è, ma il dibattito continua ad animarsi di giorno in giorno coinvolgendo anche le più alte cariche dello Stato. A destare scalpore, ieri, è stato l’intervento di Renato Schifani, che a Palazzo Giustiniani, in occasione del tradizionale scambio di auguri per Natale con la stampa parlamentare, lancia l’allarme: «Negli anni ’70 non c’erano gruppi come quelli che sono apparsi su Facebook». Parole dure, che fanno esplicito riferimento ai gruppi di sostegno a Massimo Tartaglia, apparsi sul noto social network all’indomani dell’aggressione di piazza Duomo. Ma secondo quanto sostenuto dalla seconda carica dello Stato, una normativa del web è ormai necessaria «per evitare che sui siti Internet ci siano veri e propri inni alla violenza». Schifani esorta dunque un intervento legislativo: il Parlamento «deve fare qualcosa», pur «avendo come faro di riferimento la libertà di espressione».
Su Facebook, spiega il capo di Palazzo Madama, si leggono «dei veri e propri inni all’istigazione alla violenza. Negli anni ’70, che pure furono pericolosi, non c’erano questi momenti aggregativi che ci sono su questi siti. Così si rischia di autoalimentare l’odio che alligna in alcune frange».
Le parole non tardano a valicare i confini nazionali e presto giunge la risposta del portavoce di Facebook, Debbie Frost: “Facebook è ampiamente usato per sostenere buone cause, e tante persone in tutto il mondo lo sfruttano per migliorare la società”. “Quando le opinioni espresse sul nostro sito – spiega il portavoce del social network – si trasformano in dichiarazioni di odio o minacce contro le persone, rimuoviamo i contenuti e possiamo anche chiudere gli account dei responsabili. Ma la realtà – conclude infine Frost – è che, purtroppo, l’ignoranza esiste, dentro e fuori da Facebook, e non sarà sconfitta nascondendola, ma piuttosto affrontandola a viso aperto”.
Decisamente meno diplomatiche e concilianti le voci che si alzano dall’opposizione. L’Italia dei valori stigmatizza duramente le parole di Schifani: «La pensa come Ahmadinejad, Hu Jintao e Al Bahir, i presidenti di Iran, Cina e Sudan, dove Facebook è messo al bando». «Al presidente del Senato – continua Massimo Donadi – ricordiamo che Facebook non è un pericolo per la democrazia, ma una preziosa risorsa, un social network per la circolazione delle idee e delle conoscenze, per l`aggregazione e la socialità. Solo i regimi totalitari e oscurantisti vedono in Internet un pericolo, per tutti gli altri è una ricchezza. Non sentiremo mai il presidente Obama, pure oggetto di pesanti campagne sul web, invocare la censura di Facebook e della rete come fa invece il nostro governo. Evidentemente in Italia c’è ancora una pesante arretratezza culturale rispetto alle nuove tecnologie, o forse paura della libertà».
A proposito delle nuove norme per il web, Pierluigi Bersani si dice più semplicemente scettico: «Consiglierei molta cautela e di andare a vedere bene di che si tratta. Io sono molto, molto perplesso».
Ma l’invito ai distinguo sulle potenzialità della rete si registrano anche in seno allo stesso partito di Schiani. Libertiamo, rivista dell’associazione presieduta da Benedetto Della Vedova (Pdl), non condivide la posizione del presidente del Senato: «Le preoccupazioni di Schifani riflettono una realtà che non esiste, banalmente perché Facebook non è ciò che Schifani pensa che sia». «Ci sono tante parole sul web – si legge sul sito – molte cose intelligenti e molte cose stupide, ma sono sempre e soltanto parole, che tutti possono leggere e che tutti possono segnalare alle autorità, se si ritiene che rappresentino un’istigazione alla violenza o un’apologia di reato. Dire che Facebook (non alcuni gruppi di Facebook, ma proprio Facebook) è pericoloso – conclude Libertiamo – significa sostenere che è pericolosa la libertà di comunicare e scambiarsi idee. A ritenere pericolosi i social network sono i regimi totalitari, non le democrazie come la nostra».

Il ritorno a casa di Berlusconi. Il volto bendato ed il sorriso stanco. Così il presidente del Consiglio fa ritorno ad Arcore dopo quattro giorni di osservazione al San Raffaele. Quando arriva a casa sono le quattro del pomeriggio e ad accoglierlo vi sono, ancor prima di varcare la soglia, il caldo applauso dei simpatizzanti ed alcuni striscioni davanti ai cancelli della villa.
Questa dunque l’immagine della giornata di ieri: il premier italiano che torna finalmente a casa. Profondamente amareggiato, ma non al punto da abbandonare il gioco, che, al contrario, non esita a riprendere sin dalle prime ore di questo giovedì. «Mi rimarranno due cose come ricordo di questi giorni: l’odio di pochi e l’amore di tanti, tantissimi italiani». «Agli uni e agli altri – prosegue Berlusconi – faccio la stessa promessa: andremo avanti con più forza e più determinazione di prima sulla strada della libertà. Lo dobbiamo al nostro popolo, lo dobbiamo alla nostra democrazia, nella quale non prevarranno né la violenza delle pietre, né quella peggiore delle parole. In questi giorni ho sentito vicini anche alcuni leader politici dell’opposizione. Se da quello che è successo – si legge ancora nel comunicato di Palazzo Chigi – deriverà una maggiore consapevolezza della necessità di un linguaggio più pacato e più onesto nella politica italiana, allora questo dolore non sarà stato inutile. Alcuni esponenti dell’opposizione sembrano averlo capito: se sapranno davvero prendere le distanze in modo onesto dai pochi fomentatori di violenza, allora potrà finalmente aprirsi una nuova stagione di dialogo».
Che sia l’alba di un nuovo giorno per la politica italiana? L’ipotesi viene presto smentita dalla stessa nota: «In ogni caso – conclude il premier – noi andremo avanti sulla strada delle riforme che gli italiani ci chiedono». E quindi anche a colpi di maggioranza. Così Berlusconi prende congedo dalla politica, per “almeno 10 giorni” ordinano i medici. Ma il suo portavoce chiosa scettico: “Sarà dura tenerlo fermo”. Intanto le parole del Cavaliere non tardano ad arrivare a destinazione. Non passano che pochi minuti ed ecco la replica di Bersani, che puntuale chiarisce che nulla è cambiato: “Quello che dobbiamo fare noi lo sappiamo bene. La maggioranza e Berlusconi pensino a quello che devono fare loro”.
“Siamo disponibili a un confronto in Parlamento sulle riforme”, ma “noi voteremo contro ogni legge ad personam e siamo contrari anche al legittimo impedimento”.

Ginevra Baffigo

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