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Ogni settimana al cinema con il Politico.it Fabrizio Ulivieri ci racconta ora Welcome

dicembre 17, 2009 di Redazione 

Il cinema visto con il giornale della politica italiana. Con il suo giovane e brillante studioso di cinema, Attilio Palmieri, vincitore in estate del premio “Giovane e innocente” per la critica cinematografica con la recensione di “Vincere” di Marco Bellocchio che trovate ancora nella rubrica Cultura (e del quale potete leggere una recensione de “Lo squalo” di Spielberg sul blog, appena nato, de Gli Ultracorpi). E con gli occhi dello scrittore di Montelupo, che presta la sua bella penna a il Politico.it per raccontarci ogni settimana un film in uscita. Buona visione.             

Nella foto, un momento di “Welcome”

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di FABRIZIO ULIVIERI

Il film in apparenza ripropone il tema del secolo: l’immigrazione. Ma qui non si immigra per fame o per sfuggir la guerra si immigra per amore.
Bilal è fuggito dall’Iraq per raggiungere Minna, la ragazza che ama e che vive con la famiglia in Inghilterra. Vuole riunirsi a lei e sposarla. Ma deve attraversare la Manica. E cerca di farlo da Calais nel nord della Francia. Fallito il tentativo di attraversare il canale, clandestinamente, nascosto in un camion con altri disperati come lui, gli viene l’ispirazione di attraversare la Manica a nuoto un giorno che cammina sulla spiaggia e vede in lontananza le coste inglesi.
Non sa nuotare. Decide di imparare e comincia a frequentare una piscina. Lì conosce Simon, l’istruttore di nuoto. Fra i due nasce un rapporto di amore, come fra padre e figlio.
Simon si sente un po’ per volta sempre più emotivamente coinvolto e spinto a prepararlo all’impresa.
Simon è il vero protagonista del film, un uomo che sta divorziando dalla moglie. Un uomo che vive immerso in una pesantezza del vivere che ormai sembra attanagliare tutto il mondo globalizzato. Non ha mai i toni del dramma la sua crisi esistenziale, ma quelli dell’apatia della nausea, quasi, del vivere. L’impresa di Bilal, mossa dalla tempesta ormonale che solo un ragazzo di diciassette anni può avere, sembra riscuoterlo, strapparlo al sonno di un vivere meccanico che lo inaridisce e impetuosamente gli fa riscoprire i sentimenti dell’amore e della pietà.
Il film è, dal mio punto di vista, apprezzabile per la storia che talvolta commuove e fa venire pure un nodo alla gola, ma tutto è troppo lineare, troppo vicino ai toni del documentario, troppo (neo-) realista. Non conosce picchi, non conosce accelerazioni ma procede con la monotonia di una camera troppo fissa che riduce gli spazi ed il respiro.
Il film solleva però un quesito fondamentale per i nostri tempi: devo davvero sentirmi in colpa per voler difendere la mia cultura, la mia società, il modo di vivere del mio popolo da questa ondata di invasori disarmati?
Ovviamente il film dà la sua interpretazione. Ma nello stesso tempo pone la domanda in senso individuale a cui solo personalmente si può cercare una risposta.

FABRIZIO ULIVIERI

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