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E la Turchia bandisce il partito filo-curdo “Legato al Pkk”. Preoccupazione Ue-Usa

dicembre 15, 2009 di Redazione 

La Corte costituzionale turca stabilisce un collega- mento tra il Partito per una società democratica (Dtp) e la formazione di Ocalan che fa della lotta armata la sua ragione d’essere. Critiche dalla stessa stampa nazionale, mentre Washington e la Ue temono per il processo di pacificazione con la minoranza. Ci racconta tutto la nostra Désirée Rosadi.

Nella foto, il premier turco Recep Tayyip Erdogan

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di Désirée ROSADI

Non c’è tregua sulla questione Kurdistan. Negli ultimi tre giorni Istanbul è stata teatro di violenti scontri fra manifestanti curdi e turchi, che hanno coinvolto un centinaio di persone. Si sono verificati disordini anche a Diyarbakir, nella zona curda a sud-est della Turchia. A scatenare la violenza nel Paese ottomano è stata la decisione, presa dalla Corte costituzionale turca, di bandire il principale gruppo politico filo-curdo, il Partito per una società democratica (Dtp). Subito dopo la notizia dello scioglimento del Dtp, l’11 dicembre tre militari turchi sono rimasti feriti in un conflitto a fuoco con alcuni militanti del Pkk, nella provincia sudorientale di Hakkari. Nel frattempo, l’esercito ha lanciato un’operazione di rastrellamento di militari curdi nella zona. Pochi giorni prima, infatti, un gruppo di ribelli curdi legati al Pkk ha ucciso in un agguato sette militari turchi nella regione di Resadiye, nella Turchia orientale. Il drammatico episodio avrebbe a che fare con il rifiuto di Erdogan di avviare un dialogo con il leader del Pkk, Abdullah Ocalan, in carcere dal 1999.

Nello specifico, secondo la sentenza della Corte costituzionale il Dtp sarebbe legato al Partito dei lavoratori del Kurdistan, il famigerato Pkk. Una storia, quella del Pkk, indissolubilmente legata alla lotta armata: la formazione politica turca, di orientamento marxista, ha portato avanti per decenni le istanze separatiste dell’etnia curda, contro il tentativo di turchizzazione del Kurdistan, un territorio che non è mai stato autonomo, ma diviso politicamente tra Iran, Iraq, Siria e Turchia. La lotta per l’indipendenza curda è iniziata subito dopo la partizione geopolitica dell’area abitata da questa etnia indoeuropea, prevalentemente musulmana sunnita, già al termine della prima guerra mondiale. Ma il movimento nazionalista curdo non è mai riuscito a far valere la propria voce sui capi di Stato dei quattro Paesi. Questo perché la causa curda è stata utilizzata nei contrasti tra Iran e Iraq, che per contro hanno favorito la frammentazione del movimento. Non è mancata la repressione attuata dagli eserciti turco, iracheno e iraniano nei confronti degli autonomisti, che ha spinto alla guerriglia organizzazioni come il Pkk. Anche in questo caso, la chiave di volta sta nell’oro nero: il Kurdistan, infatti, è ricco di petrolio, e difficilmente le parti interessate rinunceranno ai giacimenti.

La Turchia, dal canto suo, ha tentato di risolvere la questione attraverso un processo di assimilazione forzata dei curdi. È per questo motivo che Ankara ha contrastato la spartizione dell’Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein, che avrebbe dato la possibilità concreta di aprire la strada alla riunificazione dei territori curdi. Nei fatti, il perdurare di questa suddivisione non fa che alimentare l’instabilità dell’area intorno alla mezzaluna fertile. E in questa spirale di violenze, stupisce l’atteggiamento di chiusura manifestato dal governo di Erdogan, che nello scorso luglio aveva espresso la volontà di avviare una riconciliazione con la minoranza curda nel Paese, gesto apprezzato anche in sede europea.

Ma la decisione di vietare il partito filo curdo va nella direzione opposta, se pur giustificata da motivi di sicurezza nazionale. Molte critiche al provvedimento sono arrivate dalla stessa stampa turca, proprio mentre ad Ankara il Dtp ha annunciato le dimissioni suoi deputati. A questo punto si insinuano dubbi sulla sentenza, manifestati dalla preoccupazione di Unione Europea e Washington sulla sorte del processo di pacificazione con i curdi. Stiamo parlando di un Paese candidato all’ingresso nell’Unione Europea, che dovrebbe fare di concetti come pluralismo, democrazia e tutela delle minoranze uno slogan di governo.

Désirée Rosadi

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