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L’intervento. A Celli dico: io non lascio il mio Paese di A. De Napoli

dicembre 10, 2009 di Redazione 

Il tema resta di bruciante attualità. Ricordate la lettera del direttore ge- nerale della Luiss a Repubblica? Celli si rivolgeva al figlio, laureando, invitandolo a lasciare l’Italia dove, sosteneva, per un giovane capace non c’è spazio o, meglio, c’è spazio solo per «soffrire». Oggi il portavoce del Forum Nazionale dei Giovani, una tra le principali organizzazioni giovanili del nostro Paese, risponde sul giornale della politica italiana all’invito di Celli. Sentiamo.

Nella foto, Antonio De Napoli

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di ANTONIO DE NAPOLI*

Noi non intendiamo abbandonare questo paese. È vero, la situazione è deprimente. È vero, i nostri nonni e i nostri genitori ci lasciano un debito pubblico spaventoso, un paese senza anima con la cultura della raccomandazione, del “vediamo di trovarti un posto”. È vero, questo paese compie 150 anni ma non sa da dove partire per festeggiare.
È vero, il giornalismo di inchiesta lo fa solo Striscia, Le Iene e Report. È vero, tronisti e veline sono modelli e Garibaldi viene scambiato per una marca di pasta. È vero, i miei genitori vorrebbero piazzarmi da qualche amico e non capiscono perchè “perdo tempo” con uno stage.
Generazione di bamboccioni, generazione 1000 euro (magari!), generazione Moccia. Quante ce ne dicono. Ora Pierluigi Celli ci invita anche a lasciare il nostro paese.
No, grazie.
Noi in Italia ci rimaniamo perchè senza di noi sarebbe ancora più triste di quanto sia ora; per questa ragione abbiamo deciso di cambiarlo. E poi, andare via da cosa? Se vogliamo lasciare una Italia diversa ai nostri figli, noi saremo i primi a non lasciare l’Italia. Troppo facile. La generazione che conosco io ha delle responsabilità nel suo quotidiano. Non guarda il Grande Fratello perchè sta chiudendo un progetto per la sua associazione. Non vede gli amici del liceo né il venerdì né il sabato perchè va a fare un weekend di formazione. Non vede un dvd, perchè va a dormire in fabbrica con gli operai appena licenziati che protestano. Piccoli grandi gesti di una generazione che crede nell’impegno responsabile della società civile organizzata.
È una generazione responsabile. Ne fanno parte in molti. Certo, non escono sui giornali al posto del tronista o del gossip di turno dell’attore o dell’attricetta; sanno fare progettazione europea, parlano le lingue, viaggiano con i low cost e fanno rete. Scrivono e realizzano progetti di cooperazione internazionali, sono animatori del servizio civile, giovani imprenditori, giovani avvocati che subiranno la controriforma dell’ordinamento forense. Hanno i loro blog dove scrivono dei loro sogni. Sono cattolici, ebrei, musulmani, immigrati di seconda generazione.
Non ci pensiamo a partire. Siamo una parte di Italia forse troppo silenziosa senza un ufficio stampa, anche se di cose da dire ne abbiamo. Siamo quella parte di “paese reale positivo” che sorride quando prende l’autobus, crede nel volontariato, non cerca la scappatoia, non salta la coda; ci impegniamo, da giovani, nel sindacato, nelle associazioni studentesche e ambientaliste, nei partiti. Crediamo nella Politica e nella forza del proprio impegno. Se i nostri padri vogliono levarci anche questa ultima certezza, ci farebbero un torto insopportabile.
Non siamo ingenui. Vogliamo cambiare le cose perchè ci siamo stancati di piangerci addosso e di farci leggere le statistiche dell’OCSE. Ci mettiamo in discussione ogni giorno. E ogni giorno c’è qualcuno che ci guarda con un pizzico di presa per il culo pensando che fare associazionismo non serva e che esercitare la cittadinanza attiva sia una roba da scout in pantaloncini corti. La nostra risposta è l’azione sociale e politica della nostra piattaforma: il Forum Nazionale dei Giovani, con le sue 80 organizzazioni giovanili circa. Celli venga a farsi un giro in mezzo ai rappresentanti di queste organizzazioni della società civile e chieda se intendono lasciare il paese. Più questo paese va giù, più vogliamo rimanere.
La mia generazione non cerca colpevoli. La storia di questi ultimi decenni già li ha messi a nudo, non ha senso continuare a puntare il dito. Sappiamo ciò che vogliamo, questo ci basta. Cerchiamo un patto generazionale sulle pensioni, una risposta al precariato, una reale garanzia per il diritto allo studio, una società senza steccati con reali politiche di accesso (credito, casa, lavoro, beni comuni), una visione di lungo periodo per questo paese e per i suoi cittadini.
Noi in Italia ci rimaniamo e intendiamo cambiarla. Anche Mattia Celli vuole rimanere. Sa che se va via, il suo paese farà a meno di un bravo ingegnere.
E noi, i buoni, vogliamo che restino.

ANTONIO DE NAPOLI*

*Portavoce Forum Nazionale dei Giovani

Commenti

2 Responses to “L’intervento. A Celli dico: io non lascio il mio Paese di A. De Napoli

  1. Stefano A. on dicembre 15th, 2009 17.42

    Caro Antonio,

    Nonostante non sia un argomento nuovissimo, concordo con quanto hai detto. Difficile, d’altronde, non esserlo dinanzi a cotanta evidenza. Hai detto cose giuste a mio parere. Oggi pare quasi che vada di moda lasciare il proprio Paese per cercar fortuna altrove. Ebbene, uno come me o come te, che credono al Paese, non ci sta! In Francia, in Belgio, in Spagna, in Germania o nei Paesi del Nord Europa si trova lavoro più facilmente e si guadagna meglio. Sono i nostri nonni a dircelo per primi: “Appena potete, voi giovani dovete andarvene via da questo Paese!” D’accordo! Ma la risposta è sempre la stessa: “vogliamo rimanere qui!” Anche se, a ragion del vero, di motivi per andarcene, a mio avviso, ce ne avremo.
    Guardando il problema in una prospettiva più ampia, infatti, osserveremo che questo si dipana in tanti altri “piccoli” (per modo di dire) problemi: l’Università italiana, obbiettivamente, forma poco e male rispetto agli standard europei – si vedano a tal proposito le ultime indagini condotte da alcuni autorevoli quotidiani come il Sole24ore e la Repubblica, le indagini Censis 2009 ecc.., secondo le quali l’università italiana si colloca quasi tra le peggiori al mondo. Questo influisce sul livello di mediocrità dei laureati e sulle già precarie possibilità occupazionali. Molti sono quelli che trovano un lavoro per il quale i propri studi universitari non sono serviti – I fondi alla ricerca.. pressocché inesistenti; il mondo del lavoro, gravemente danneggiato dall’attuale crisi economico-finanziaria. Ma, verrebbe da dire, non è soltanto un problema nostro; l’eccessiva burocrazia nostrana (fangosa come le sabbie mobili); le raccomandazioni – gli antichi romani perlomeno erano più coerenti: era, specie nell’esercito, una prassi consolidata e non era considerata fuorilegge in strinctu sensu – A questo aggiungerei la difficoltà di fare carriera in ambito accademico a causa dei “Baroni”; lo strapotere dei sindacati, troppo numerosi e poco concreti, infettati anch’essi dal morbo della politica, ecc.. Si potrebbe continuare ancora un bel po’.
    Se sommassimo tutti questi fattori, insomma, ce ne avremmo di motivi per andarcene via dal Paese! Ma coloro che lo fanno, a mio avviso, non risolvono il Problema, lo saltano soltanto. Poi ben per loro se trovano maggior fortuna! Ma questo è un altro discorso.
    In sintesi, prima di affermare di voler rimanere a tutti i costi in Italia, cerchiamo prima di capire, Noi giovani, Noi Universitari, come si possa cambiare questa Italia. Quali potrebbero essere le misure da adottare per combattere le deficienze nostrane e sviluppare un progetto comune! Come? Io non posso rispondere a questa domanda, e credo sia difficile per tutti rispondervi.
    La politica! Gli strumenti di quest’ultima possono servire, a patto che non si insabbi lo scopo finale. Il fatto è che bisognerebbe mettersi in gioco di più, ma molti giovani (sicuramente non i tuoi del Forum nazionale giovani!) non lo fanno per pigrizia o per pessimismo riguardo al futuro, non sapendo che quest’ultimo si costruisce nel presente, giorno dopo giorno!

    Stefano (studente, Università degli Studi di Roma Tre)

  2. Ex studentessa Luiss on dicembre 17th, 2009 10.44

    Caro Antonio,
    vengo dalla tua stessa università, la stessa diretta da Celli, e sono arrabbiata, ho una rabbia dentro per le difficoltà. le umiliazioni, le fatiche che i figli di nessuno sono costretti ad affrontare, e mi diverte che una lettera di tale sconforto l’abbia scritta proprio chi non si può certo definire un signor nessuno. Non voglio andare via da questo paese, e come te ho speso diversi anni nell’associazionismo, ma ad un anno dalla laurea sento che qualcosa non va…Non va perchè avevo un sogno da piccola, e son costretta ad abbandonarlo perchè è inutile perdere anni nella preparazione di un concorso che non vincerò, perchè non ho genitori magistrati, notai o quant’altro, o forse vincerò, perchè sarò tra i pochi fortunati per cui si è valutato anche il merito, ma è così aleatorio che non me la sento di farmi mantenere per altri due o tre anni proprio per raggiungere tale virtuosa preparazione. E così poi ho intrapreso un’altra strada, la strada del privato, dove magari il merito viene un po’ più preso in considerazione. Solo che noi poveri praticanti avvocati veniamo sottoposti a vessazioni di ogni genere (forse non è il mio caso ma ce ne sono così tanti….):nottate a studio per preparare un urgente atto, che poi si scopre che si trovava sulla scrivania del capo da più di un mese; corse da un lato all’altro di Roma per comprare i regali di Natale dell’avvocato; file in cancelleria; rimproveri continui anche per colpe che nn sono le tue; umiliazioni come se non avessi studiato nulla all’università; comportamenti come se tutti ti facessero un favore per quello che fai. Non viene riconosciuto nulla, si fanno stage su stage e in questo momento di crisi dopo i primi tre mesi da tappabuchi, al massimo ti rinnovano per altri tre e poi ti mandano via, non ci sono risorse economiche per farti rimanere. E dove sei fortunato e vieni assunto (anche se proprio assunto non è la parola giusta, visto che fai vita da fittizio autonomo, in realtà subordinato sempre ai capricci di qualcuno), quanto viene pagato,un piccolo rampante praticante avvocato?Al Sud nulla (con la scusa che stai apprendendo delle fondamentali conoscenze e quindi il tuo lavoro non vale niente), al centro-nord dai 200 euro ai 1000 euro se sei fortunato. Ma si arriva fino ai 2000 euro se sei disposto a venderti l’anima al diavolo, rinunciare a te stesso e alla tua vita e lavorare fino a non avere più le forze neanche di dormire (si racconta di ragazzi addormentati sui pavimenti dei più prestigiosi studi internazionali, perchè il tempo di tornare a casa e poi ritornare a studio per la nuova giornata alla fine non c’è, e allora forse è meglio rimanere lì a dormire un paio d’ore).
    E’ triste, caro Antonio. Eppure nemmeno io voglio andar via, anche io vorrei riuscire a cambiare qualcosa e sto combattendo perchè i miei figli possano fare davvero quello che vogliono, senza porsi il problema delle raccomandazioni, senza dover intraprendere altre strade perchè non c’è posto per loro in determinate carriere.
    Ma come?come, caro Antonio? Sono stata anche io nelle associazioni, sono stata anzi Presidente di un’associazione europeista, e mi sembra che rimangano inascoltate. Oltre la conferenza, o le belle parole, non si va…E sono stata anche io in politica, ma il nepotismo lì vale forse più che nella professione…
    E allora come si fa?Continuiamo a dire che questo mondo noi giovani lo vogliamo cambiare…ma mi sembra che, dopo le manifestazioni da liceali idealisti, alla fine siamo i primi ad essere definitivamente schiacciati dallo stato di cose esistente….

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