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Il commento. Romanisti e viola, calcio e politica di Mario Adinolfi

dicembre 7, 2009 di Redazione 

La vittoria della Roma nel derby e il No B day che ha visto scendere in piazza migliaia di persone che chiedono le dimissioni del presidente del Consiglio: cosa lega questi due momenti? Ce lo racconta il vicedirettore di Red e grande blogger. Ultrà convinti, perciò, di avere già vinto lo scudetto e manifestanti che aspettano le dimissioni di Berlusconi, quando storicamente, scrive Adinolfi, l’euforia romanista di un dopo-derby o la sbornia della sinistra in piazza non si sono quasi mai tradotti nel successo in campionato o in una vittoria completa nei confronti del potere di turno. Un bel pezzo, tra calcio e politica appunto, come sempre da non perdere. Buona lettura.

Nella foto, la curva della Roma all’Olimpico

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di MARIO ADINOLFI

Io non sopporto i romanisti, gente piccola piccola, che oggi pare che abbiano vinto lo scudetto. Sembrano quelli della manifestazione viola che pensano d’aver abbattuto il premier (e invece i campionati da vincere e i premier da battere sono roba per uomini veri e strateghi di razza, mica roba da una botta e via e siam tutti felici perché abbiam fatto casino per una sera).

E’ dal 1985, anno che considero quello della mia presa di coscienza perché non ancora quattordicenne mi iscrissi a un partito politico, che vedo sempre la stessa storia. I romanisti d’estate stanno sempre per vincere lo scudetto, i movimentisti a novembre stanno per abbattere un governo. La Roma del 1985 era quella reduce dalla tragedia della sconfitta all’Olimpico e la stagione 1985-86 fu quella della Grande Rimonta (ovviamente abortita, do you remember Roma-Lecce?). Ma in quello stesso autunno 1985 in cui muoveva i suoi passi quella Roma di Eriksson, nasceva anche il meraviglioso movimento dei Ragazzi dell’85. Slogan: “Facciamo esplodere il cortocircuito della ribellione”. Obiettivo? Abbattere il malgoverno democristiano. Risultato? Qualcuno si ricorda ancora dei Ragazzi dell’85?

E poi ve la ricordate la fine degli Anni Ottanta? La Roma in mano a Gigi Radice, c’era Giannini detto Er Principe e Voeller detto Er Tedesco con il coro continuo al Flaminio (l’Olimpico era in ristrutturazione per Italia 90) “tedesco-vola-sotto-la-curva-vola”. Er Tedesco fece quattordici goal che non servirono a niente, la Roma 1989-90 arrivò sesta. E nella stessa annata nacque la Pantera, altro movimento che tremare il mondo fece. E sparì, così com’era spuntato.

Anni Novanta. Mettiamoci la Rete di Orlando, il movimento dei lenzuoli bianchi, il movimento Popolari per la Riforma di Mario Segni, i comitati Bobi (Boicotta il Biscione), Alleanza Democratica, i Cittadini per l’Ulivo, l’Asinello, i movimenti autunnali ciclici contro ogni ministro dell’Istruzione organizzati da Udu e Studenti.net. E la Roma? La Roma degli Anni Novanta che vince tanti derby e nient’altro, l’intera stagione si racchiude in Roma-Lazio, ci si consola con la Coppa Italia 1991, unico alloro di un decennio.

Poi arriva il decennio che tra qualche settimana si chiude. Quello che si è aperto con l’urlo di Nanni Moretti a piazza Navona e si chiude ellitticamente con il movimento viola passando per i V-Day di Beppe Grillo. La Roma? Un altro decennio di nulla.

Ah, no, certo: la Roma del 2001 ha vinto lo scudetto, indebitandosi pesantemente per strapagare Batistuta e creando le premesse del disastro societario di oggi. Sembra la storia dell’Unione prodiana, che vince sì nel 2006 le elezioni per ventiquattromila voti, ma l’arlecchinismo della sua maggioranza è la pietra tombale sull’esperienza del centrosinistra di governo.

Insomma, la morale è una: i grandi cambiamenti si fanno solo dentro i grandi partiti, Obama è il leader del partito democratico, non un movimentista che sceglie un colore diverso ogni stagione gridando qualche “vaffanculo” e dissolvendosi regolarmente quando dai “no” bisogna passare alle opzioni organizzative politicamente concrete. I movimenti (come è accaduto in America con Move On) devono stare dentro e non contro le grandi organizzazioni partitiche, che a loro volta dovrebbero essere attive e intelligenti, non incerte come l’attuale dirigenza Pd. Aprendo porte e finestre ad energie acerbe ma comunque entusiaste come quelle che si sono espresse in viola. L’unità non gelosa tra movimento e partito può portare le opposizioni a vincere, ma di certo fuori da una grande organizzazione partitica non c’è alcuna possibilità di centrare il comune obiettivo: battere politicamente Silvio Berlusconi.

E così, allo stesso modo, gli scudetti li vincono le grandi squadre, non chi perde in casa con il Livorno e poi festeggia come avesse vinto la Champions un golletto ad una Lazio da serie B.

MARIO ADINOLFI

Commenti

One Response to “Il commento. Romanisti e viola, calcio e politica di Mario Adinolfi

  1. tommaso de gregorio on dicembre 7th, 2009 20.52

    Che aspetti? vieni ad animare il PDL, che è grosso come dici tu e plastico. Il PD ha bisogno doi RI-animazione, e tu lo sai. “Vieni via, niente più ti lega a questo mondo…”
    Vebbè non lo devi dire adesso qui, però perché aspettare ancora? Ciao. Tommaso

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