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Il mio amico Eric del grande Ken Loach. Con Cantona di F. Ulivieri

dicembre 7, 2009 di Redazione 

Lunedì è il giorno del cinema so- prattutto per i cinefili che, vedendo film ogni giorno, non volendo partecipare al rito più commerciale del grande pubblico nel fine settimana, si astengono dall’andare in sala ormai dal venerdì delle ultime uscite. Il giornale della politica italiana è anche il giornale della (settima) arte che più si avvicina al senso della politica stessa, e che ogni appassionato di politica non può non amare. E, tra un momento e l’altro della grande narrazione quotidiana della nostra politica, gli dà spazio. Lo fa con le grandi recensioni-guida del suo giovane e talentuoso critico cinematografico, Attilio Palmieri, tra i più promettenti studiosi del nostro cinema, vincitore in estate del premio “Giovane e innocente” per la critica cinematografica con la recensione di “Vincere” che trovate ancora nella rubrica Cultura. E lo fa, complementariamente, attraverso la guida ai film in sala del grande scrittore fiorentino, che racconta il cinema con la sua sensibilità di autore. Il cinema come non lo potete vedere su nessun altro quotidiano, solo sul giornale della politica italiana. Oggi è la volta di questo film sulla classe operaia del suo regista per eccellenza. Buona visione.           

Nella foto, un frame de “Il mio amico Eric”

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 di FABRIZIO ULIVIERI

E’ un film su che questo? Sulla possibilità di sognare della classe operaia (se ancora ve n’è una)? Sul sogno della gente comune che cerca di fuggire da una vita normale divenuta una prigione, un ergastolo da cui non c’è via di fuga?
Il film ci racconta la storia di Eric postino depresso a cui la vita va a rotoli. Abbandonato dalla moglie da cui a suo tempo era fuggito per una crisi di rigetto (panico) della famiglia, vive ora solo con i figliastri, che vivono a loro volta una vita da balordi e da delinquenti.
Eric il postino ha toccato il fondo. Ha girato in senso opposto attorno ad una rotonda per cercare la morte, ma non c’è riuscito. E’ solo finito all’ospedale distruggendo la macchina.
La sua vita è un disastro. Solo un miracolo può salvarlo. Ed il miracolo avviene ma non per intervento di un santo ma per l’intervento di un mito del calcio inglese: il centravanti Eric Cantonà.
I miti sono salvifici per la gente comune. Aiutano a uscire dal più grande dolore del mondo: la vita quotidiana. I miti indicano la direzione, ci vengono in soccorso. E quale mito è migliore per un uomo qualunque che quello di un grande sportivo che ci ha fatto sognare? Che ha contribuito a fare del calcio una religione un credo che sarà per tutta la vita? Puoi cambiare moglie, cambiare partito, cambiare fede ma non puoi mai, mai!, cambiare la squadra per cui fai il tifo!
Nel momento di maggiore disperazione, complice un giochetto “paranormale” di visualizzazione dell’oggetto del desiderio e complice la marijuana compare a Eric, il postino depresso, l’altro Eric, quello famoso il mito del Manchester Utd: il centravanti Eric Cantonà. Gli compare gli parla gli dà i consigli su come uscire dalla sua situazione disperata.
E’ un mondo quello di Eric il postino fatto di squallidi locali in cui si beve birra, di amici dalle grosse pance che litigano davanti a boccali stracolmi a causa del calcio, l’unica fede e l’unico motivo per cui vivere e sopportare una vita senza possibilità di riscatto. Il calcio è un mondo bello la vita è un mondo schifoso. E difatti le scene più belle del film le più commoventi e le più toccanti, quelle che ti fanno venire la pelle d’oca, sono i filmati veri in cui si vede Cantonà fare dei gol impossibili, di una bellezza audace e commovente.
La comparsa del mito nella vita del postino porta riscatto e voglia di vivere. Il postino ritroverà la voglia di vivere si riavvicinerà all’ex moglie di cui è ancor innamorato dopo ben trenta anni e con l’ aiuto degli amici rimetterà sulla buona strada i figliastri.
Nel film ce n’è davvero tanta di carne sul fuoco. Fin troppa. Tuttavia il film non prende se non per le scene bellissime dei gol di Cantonà per il suo modo audace rischioso quasi sovrumano di giocare.
Il finale è davvero hollywoodiano. Il mito della famiglia felice riunitasi tutta, dopo trenta anni di peripezie, alla festa di laurea della figlia prende la mano anche a Ken Loach. Nemmeno lui sa sottrarsi a questa musa dei tempi moderni. La legge di Hollywood imprime indelebile il suo marchio anche nella carne di una classe operaia in fase di estinzione.

FABRIZIO ULIVIERI

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