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Il grande sondaggista. Quanto può valere la Kadima italiana? Crespi

novembre 30, 2009 di Redazione 

Il primo a parlarne è stato il nostro direttore. Oggi tutti fanno riferimento all’ipotesi di un partito di centro che riunisca Fini, Rutelli e Casini come alla versione italiana del partito composto da personalità di centrosinistra, centro e centrodestra fondato da Ariel Sharon da una costola del Likud in Israele, per riavviare il dalogo con i palestinesi in una fase in cui le posizioni della destra dei falchi israeliani lo impedivano. L’ex spin doctor di Silvio Berlusconi analizza allora oggi per il giornale della politica italiana le possibilità di questo ipotetico “partito della nazione”. Che Crespi in persona sconsiglia, però, a tutti fuorchè a Rutelli. Che, del resto, come scriveva il nostro giornale, è il vero “padre” di questa idea che insegue dai tempi dei primi abbozzi di Partito Democratico, che l’ex leader della Margherita ha sempre visto, in realtà, proprio in questi termini. Il numero uno dei commentatori della politica italiana sul giornale della politica. Il giornale numero uno. Assolutamente da non perdere. Buona lettura.

Nella foto, Fini, Rutelli, Casini

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di LUIGI CRESPI

In questi giorni ricevo molte sollecitazioni per quantificare elettoralmente la Kadima italiana, cioè il partito di centro che vedrebbe insieme Fini-Casini-Rutelli. I sondaggi sulle cose che non esistono in genere forniscono dati non attendibili e che difficilmente trovano riscontro nella realtà. Facciamo invece un ragionamento politico e di posizionamento sulla composizione di questo ipotetico partito.

Casini: non è in discussione il suo radicamento elettorale, oggi vale tra i 5 e i 7 punti e può da solo aspirare ad un 10%, grazie a posizioni moderate ed alla crisi dello schema bipartitico voluto da Berlusconi e Veltroni.

Rutelli: guidava un partito, la Margherita, che aveva circa l’8-10% e se si ripresentasse alle elezioni porterebbe a casa al massimo un milione di voti, cioè tra l’1,5% ed il 2,5% perché il passaggio nel Partito Democratico del suo elettorato è ormai sedimentato.

Fini: se uscisse dal Pdl e si ripresentasse con Alleanza Nazionale non raggiungerebbe certamente il risultato elettorale del passato, cioè quel 13% che aveva nei suoi tempi migliori e farebbe fatica a trascinarne a sè una metà scarsa.

Come diceva Totò la somma non fa il totale e in politica è ancor più vero, infatti secondo me i tre insieme in un partito, all’interno di un’offerta politica credibile, magari ben supportata da una campagna di comunicazione, farebbero comunque fatica ad affermarsi andando incontro ad un probabile flop elettorale.

Tra l’altro non si capisce chi ne trarrebbe vantaggio perché a parte Rutelli che è uscito dal Pd ed è portatore di una grande notorietà ma il cui consenso è ancora da misurare, Casini può contare di poter raggiungere da solo il 10% e Fini ha ancor meno interesse ad imbarcarsi in questa avventura, perché stando nel Pdl, pur con tutte le differenze e i distinguo da Berlusconi, rimane il naturale erede di gran parte del suo elettorato e tra dividersi il 10% con due soci di Kadima e intestarsi il 30% dell’elettorato italiano sfido chiunque ad esitare nella scelta.

LUIGI CRESPI

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