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La “neutrale” Svizzera dice no ai minareti Esultano Lega-Gasparri: ‘Stanchi d’Islam’

novembre 30, 2009 di Redazione 

Il giornale della politica italiana è il giornale del dialogo. Politico-culturale e a maggior ragione, quindi, interreligioso e tra le culture e i popoli della Terra. C’è naturalmente un punto di equilibrio tra l’apertura, il riconoscimento dell’ineluttabilità e del valore della società multiculturale e la riaffermazione dei nostri, valori e anche di parte della nostra identità. Ma le parole-chiave da mettere in campo per raggiungerlo sono le stesse: apertura, dialogo, riconoscimento. Naturalmente a partire da un’idea chiara di sè e senza dimenticare il senso e il valore di tutto ciò che ci portiamo dietro da secoli. Questa è la via di un’integrazione virtuosa. Quella per la quale detta la linea, in queste settimane, Gianfranco Fini, che non avrebbe potuto mai essere così lontano dalle idee leghiste. Che sono in perfetta sintonia con il voto contrario da parte dei cittadini svizzeri (hanno detto no il 57,6% degli elettori) alla costruzione delle torri delle moschee dalle quali si affaccia il muezzin, colui che annuncia la preghiera islamica. Un esito inatteso, per il referendum promosso dalla destra nazionalista elvetica, che impone una riflessione su ciò che sentono e vogliono davvero i cittadini europei. Senza agitare paure, senza ipocrisie. Ci racconta tutto la nostra Désirée Rosadi.

Nella foto, l’affissione di un manifesto per il Sì” (contro la costruzione dei minareti) al referendum svizzero di domenica

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di Désirée ROSADI

Gli elettori svizzeri hanno approvato ieri la proposta di referendum avanzata da Swiss people party (Svp), che chiedeva di vietare la costruzione di nuovi minareti. Il risultato è stato inaspettato per il governo storicamente neutrale della Svizzera: il 57,5% degli elettori e 22 dei 26 cantoni hanno detto sì alla proposta, con un tasso di partecipazione del 53%, lasciando di stucco parlamentari, ministri e rappresentanti delle organizzazioni umanitarie dell’Onu. I sondaggi prevedevano una sconfitta del referendum, considerato che nella Confederazione, che conta 7milioni di abitanti, vivono 400mila musulmani e nei giorni scorsi, il Consiglio federale svizzero, organo esecutivo del governo, si era più volte espresso contro l’iniziativa dell’Svp.

Le ragioni dell’iniziativa anti-minareto hanno avuto la meglio. In Svizzera già esistono quattro minareti, ossia delle torri costruite nell’area della moschea dalle quali si affaccia il muezzin, colui che annuncia la preghiera islamica. Fin qui, nessun problema, se non fosse per il disturbo alla quiete pubblica che deriva da questa pratica religiosa: la voce del muezzin risuona cinque volte, tante quante i momenti di preghiera nella giornata di un musulmano. Il buongiorno è all’alba, con la prima preghiera. Una pratica che ha messo in discussione anche la tradizionale tolleranza degli elvetici, ma a disturbarli non è soltanto il canto del muezzin, infatti si è registrata un’insofferenza generalizzata nei confronti degli immigrati e della cittadinanza musulmana. La réclame di Walter Wobmann, presidente del comitato anti-minareto, è chiara: “La popolazione non vuole né i minareti né la sharia”, aveva spiegato all’agenzia stampa elvetica Ats, riuscendo a raccogliere il malcontento della popolazione e a mobilitare per questa causa l’intero Paese.

Appena si è diffusa la notizia dei risultati, a Berna e a Zurigo si sono svolte nel pomeriggio alcune manifestazioni spontanee contro la vittoria del fronte anti-minareto. Addirittura nella capitale è stato organizzato un corteo funebre preceduto dallo striscione “Non è la mia Svizzera”. Grande delusione è stata espressa dal ministro degli Esteri Micheline Calmy Rey – “Sono scioccata” – che ha spiegato la scelta referendaria come “espressione generale di timori e paure, un segnale d’allarme e di difesa nei confronti di un mondo globalizzato nel contesto di crisi economica”. Ma secondo il ministro, l’esito elettorale non è dipeso soltanto dalla paura, ma anche dall’appoggio che uno dei partiti di governo, nello specifico l’Unione democratica di centro (Udc), ha dato alla causa della destra elvetica. Intanto, la Rey sta già pensando ad un ricorso davanti alla Corte europea a Strasburgo. L’indignazione è forte nella comunità musulmana: “I musulmani non si sentono più accettati in quanto comunità religiosa”, dice il presidente del Coordinamento delle organizzazioni islamiche in Svizzera, Farhad Afshar. Ad esprimere disappunto è addirittura il segretario dei vescovi svizzeri, mons. Gmr: “Il Concilio vaticano II dice chiaramente che è lecito per tutte le religioni costruire edifici religiosi, e anche il minareto e’ tale”.

Nel nostro Paese la scelta svizzera è stata accolta con entusiasmo. “Sì ai campanili, no ai minareti”: con queste parole il ministro Calderoli ha lodato l’iniziativa della destra svizzera, “un segnale chiaro” che “semplifica” la convivenza tra elvetici e musulmani. Secondo Calderoli, infatti, la decisione tutela la libertà di religione e dà “un freno ad aspetti politici e propagandistici legati all’Islam”. A dare forza alla voce del ministro leghista è Maurizio Gasparri, che parla di una Svizzera “stanca del dilagare di immigrazione e Islam”, e per il quale serve una politica del rigore che, secondo il capogruppo del Pdl al Senato, deve essere presa come spunto anche in Italia. Insomma, il momento ideale per sostenere l’idea del viceministro Castelli di mettere la croce nel tricolore, attraverso una riforma costituzionale. “E allora a quando le crociate per liberare la Terra Santa?”, si domanda Angelo Bonelli, presidente dei Verdi, commentando il no della Svizzera ai minareti.

Désirée Rosadi

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