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Diario politico. Finanziaria, no tagli fisco Afghanistan, sì ad Obama: “Più truppe”

novembre 26, 2009 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La firma, oggi, è di Ginevra Baffigo. Vince la linea Tremonti: «Già molto che non aumento le tasse», dice il ministro dell’Economia. Fini: «No alla fiducia su un maxi-emendamento del Governo». Grande racconto in cinque capitoli della giornata. Il presidente americano chiama il nostro capo del Governo e gli chiede un rafforzamento dell’impegno a Kabul. Prosegue il dibattito sulla riforma della Giustizia mentre arriva, alla fine, la sostituzione di Ruffini alla direzione di Raitre: il nuovo “capo” della terza rete è l’ex direttore del Tg3 Antonio Di Bella. Buona lettura.

di Ginevra BAFFIGO

E sulla manovra finanziaria arrivano oggi alcune anticipazioni. Fabrizio Cicchitto: “Lavoreremo su ulteriori 4 miliardi”. Il capogruppo del Pdl alla Camera spiega l’origine: “Sono quanto previsto dallo scudo fiscale. Abbiamo chiaro il quantitativo complessivo su cui lavorare e interverremo d’accordo con il ministro del Tesoro”. Dal quadro intanto sono stati però esclusi il taglio all’Irpef e all’Irap: «Sono fuori dalla Finanziaria» conferma Massimo Corsaro, relatore del provvedimento alla Camera, così come la cedolare secca sugli affitti, ma «non escludiamo che possano essere oggetto di un nuovo dibattito nel 2010». «Interverremo su misure di sviluppo, per il welfare e per gli enti locali. Per ora – spiega Corsaro – preferiamo interventi di struttura a interventi mirati». «Abbiamo deciso di far prevalere questa linea, non escludendo che queste proposte possano essere affrontate nel 2010 se la situazione dei conti pubblici sarà più rosea, anche tenendo conto dei capitali che saranno rientrati grazie allo scudo». La Banca del Sud invece potrebbe ancora rientrare come emendamento, ma per saperlo bisognerà attendere qualche ora. Alle 9 infatti il ministro Tremonti sarà in commissione Bilancio, poi presiederà una riunione di maggioranza. Oggetto: definire una linea condivisa e definitiva.
La Banca del Sud non è l’unica misura che potrebbe rientrare in finanziaria: si valuterà anche il potenziamento degli ammortizzatori per i co.co.co. e per gli ultracinquantenni, i fondi per i nuovi istituti penitenziari, annunciati più volte dal Governo, ed il contestato finanziamento del 5 per mille da destinare al Ponte sullo Stretto di Messina. Queste le misure più quotate, ma saranno sostenute anche le erogazioni per i libri gratuiti nelle scuole dell’obbligo, l’avviamento del turn over al 100% per la polizia e i vigili del fuoco, nonché una proroga della tregua fiscale concessa ai terremotati d’Abruzzo. Mentre ci si avvicina al pronunciamento della Consulta economica del centrodestra, non tardano a sopraggiungere le polemiche: “Come volevasi dimostrare. I tanto sbandierati tagli Irap, Irpef e gli aiuti sugli affitti sono rimasti fuori dalla finanziaria – dice Massimo Donadi per l’Idv – L’ennesima conferma che questo governo fa solo chiacchiere e che Berlusconi ha la stessa credibilità di Pinocchio”. Mentre per Gian Luca Galletti, responsabile economico dell’Udc, è la prova del “bluff della maggioranza: dopo aver illuso per mesi famiglie ed imprese oggi ammette che nella finanziaria 2010 non ci sarà per loro neanche un euro”.

Tuttofini. «Una cosa potrebbe mettere il presidente della Camera in grave difficoltà, se il voto di fiducia alla finanziaria venisse chiesto non su un testo che esce dalla commissione, bensì su un maxi emendamento del Governo». Da Montecitorio il monito della terza carica dello Stato è chiaro. Nel presentare un libro nella Sala del Mappamondo alla Camera, Gianfranco Fini spiega che se il Governo imponesse la fiducia su un maxi-emendamento questo significherebbe “per il Parlamento non poter svolgere il suo compito. Non tutte le fiducie hanno lo stesso impatto, in questo caso si tratterebbe di una questione di rispetto del Governo nei confronti del Parlamento”. Per il presidente della Camera “un conto è mettere la fiducia su un testo uscito da una commissione, un conto è se viene messa su un testo che esce dal Consiglio dei ministri o dall’altro ramo del Parlamento». Il problema, aggiunge, «non è da un punto di vista della legittimità della richiesta del voto di fiducia, ma da un punto di vista politico e del rapporto tra Parlamento e Governo». La Russa tenta di mediare: “Fini ha detto correttamente che l’eventuale maxi-emendamento, ove fosse posta la fiducia, deve corrispondere al testo deciso dalla commissione parlamentare competente”. Così anche il vicecapogruppo del Pdl alla Camera, Italo Bocchino, per il quale il maxiemendamento potrà essere modificato, una volta uscito dalla Commissione, “solo per piccoli eventuali accorgimenti tecnici”.
Riguardo alle riforme istituzionali, la terza carica dello Stato invita a portarle a compimento «senza prendere scorciatoie»: «Io non credo, come qualcuno auspica, che si dovrebbe prendere una scorciatoia, partendo dai regolamenti parlamentari, che sono l’ultimo anello di una catena. Non vedo perché invertire l’ordine delle cose, va bene aggiornare i regolamenti parlamentari, ma solo dopo aver affrontato le questioni come il rapporto tra il potere esecutivo e quello legislativo». Ribadito l’iter, Fini torna anche sul tema dell’assetto istituzionale da dare al nostro Paese: “Io non inorridisco davanti alla parola presidenzialismo, una democrazia deve essere rappresentativa ma anche governante. Mi rifiuto di mettere in contrapposizione questi due termini. A un capo dell’esecutivo forte deve corrispondere un Parlamento forte, non si stabilisce un equilibrio se si mortifica il ruolo dell’uno o dell’altro”. «Non è corretto – prosegue Fini – dire che il presidenzialismo strisciante è un fenomeno degli ultimi tempi, anche se ora è più evidente per alcune decisioni prese». Pur «non considerando un fatto negativo il rafforzamento del potere esecutivo, così com’è oggi la situazione è un lusso che non possiamo permetterci», anche perchè «a fronte di una modifica sostanziale dei rapporti tra potere esecutivo e potere legislativo oggi difettiamo di una modifica costituzionale che è più che mai attuale».

Afghanistan, sì di Berlusconi ad Obama. «Sostegno dell’Italia nel rafforzamento dell’impegno della comunità internazionale in Afghanistan». Berlusconi risponde così ad Obama che chiedeva una maggiore presenza internazionale. «Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha ricevuto una telefonata da parte del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama» e «nel corso della cordiale conversazione è stata esaminata principalmente la situazione in Afghanistan ed il presidente americano ha illustrato i punti salienti della revisione strategica che l’Amministrazione Usa si appresta a varare. Il presidente Obama – prosegue ancora la nota – ha elogiato il ruolo di leadership svolto dal presidente Berlusconi sulla questione afghana e sui numerosi altri teatri di crisi, chiedendo il sostegno dell’Italia nel rafforzamento dell’impegno della comunità internazionale in Afghanistan». «Il presidente del Consiglio ha accolto positivamente questa richiesta e entrambi hanno deciso che verrà approfondita nei dettagli in occasione di un prossimo incontro tra il ministro degli Esteri Frattini ed il segretario di Stato Clinton». Dal fronte interno il commento del capo di Stato maggiore della Difesa, Vincenzo Camporini: “Stiamo aspettando le decisioni politiche, quando arriveranno vedremo come applicarle: le forze armate italiane in passato hanno schierato all’estero fino a 12.500 uomini e oggi siamo circa a quota 8.500″. E comunque il problema dell’Italia in Afghanistan non è “un problema di uomini”, ma “un problema di soldi e soprattutto di volontà politica di fare certe cose: bisogna capire anche cosa fanno gli altri governi, le indicazioni che arrivano dai Paesi più importanti non sono univoche”. A perorare la causa di nuove truppe anche il titolare della Difesa, Ignazio La Russa: “E’ nella logica delle cose che da Obama alla fine ci arrivi una richiesta di maggiori truppe: vedremo, ragioneremo e decideremo insieme tra alleati”. “E’ semplice da teorizzare – dice La Russa – che la fase militare e la fase della ricostruzione devono viaggiare insieme molto più di prima: adesso con gli Usa c’è piena sintonia su questo approccio. Poi applicare questo nuovo approccio sarà comunque difficile, ma tra alleati lavoreremo insieme”. Intanto insiste sulla stessa linea il nuovo segretario dell’Alleanza, Anders Fogh Rasmussen, che ieri ne ha parlato con Berlusconi: “La Nato per garantire il suo successo garantirà un aumento sostanzioso delle truppe”.

Giustizia. Prosegue il dibattito sulla riforma della Giustizia. Il presidente vicario dei deputati dell’Udc, Michele Vietti, presenta una proposta di legge che prevede l’accesso alle funzioni requirenti anche ai magistrati di prima nomina. L’intento della proposta centrista è di rimediare al vuoto degli organici che si registra in particolare nelle procure più esposte nella lotta alla criminalità organizzata.
L’Anm lancia un nuovo allarme-monito: “A fronte della situazione creatasi negli uffici giudiziari più esposti, le proclamazioni dell’intento di abbreviare i tempi del processo e di rafforzare la lotta al crimine appaiono prive di ogni credibilità”. “Alcuni uffici giudiziari del Sud – spiegano i magistrati – sono ormai completamente carenti di personale. In altri uffici, sia al Sud che al Nord, le scoperture di organico sono superiori al 60%. In un avamposto della lotta alla mafia come la Procura di Palermo mancano ben 16 pubblici ministeri. A fare le spese di questa situazione saranno, come sempre, i cittadini onesti”. Una vera e propria “paralisi della giurisdizione, che si traduce nell’abdicazione dello Stato al controllo del territorio e alla tutela della sicurezza dei cittadini, in zone segnate dalla pesante presenza della criminalità organizzata e mafiosa e della delinquenza diffusa”.
Con l’allarme non manca però il tentativo di delineare una soluzione: “L’Associazione nazionale magistrati rilancia le proposte già rivolte al Governo, al Parlamento e al Consiglio superiore della magistratura, e ribadisce con forza che l’unica soluzione stabile ed efficace al problema è la completa e organica revisione della distribuzione degli uffici sul territorio, secondo le indicazioni più volte fornite dall’Anm; nell’immediato l’unica soluzione ragionevole è quella – conclude la nota dell’Anm – di una deroga temporanea e limitata al divieto di destinare i magistrati di prima nomina a funzioni requirenti e monocratiche penali”.

La sostituzione di Ruffini. Antonio Di Bella è il nuovo direttore di Raitre. In Cda otto voti favorevoli ed un solo contrario, da parte di Nino Rizzo Nervo. “Il 15 dicembre la terza rete compirà trent’anni e oggi il Cda ha dato il via alle celebrazioni cacciando il suo direttore. Non avrei mai immaginato che la richiesta di epurazione da mesi sollecitata dall’esterno potesse essere accolta con un solo voto contrario”, dice. Per Rizzo si è sbagliato nel metodo e nel merito: “I risultati di qualità, di ascolti e di economicità di gestione raggiunti da Paolo Ruffini erano inattaccabili”. “Ho votato no, quindi, con profonda convinzione perché l’avvicendamento di Ruffini non ha alcuna giustificazione aziendale”, dato che, continua il consigliere, “a tutti coloro che lavorano in azienda oggi arriva un segnale forte ma devastante: il merito e i risultati non contano nel giudizio di chi guida il servizio pubblico, tant’è che chi ha ben meritato viene mortificato e messo da parte. Faccio, comunque, i miei auguri ad Antonio Di Bella. Il suo – conclude Rizzo Nervi – non sarà un compito facile, ma spero che saprà difendere la storia di libertà e l’autonomia di Raitre”. “E’ per me un grande onore poter continuare il lavoro di Paolo Ruffini e del gruppo dirigente di RaiTre che ho avuto modo di conoscere e apprezzare nei miei otto anni di direzione al Tg3 – commenta invece il neodirettore Di Bella – Il mio impegno è consolidare i risultati raggiunti, per qualità e ascolti, garantire e sviluppare l’identità della rete”. Paolo Garimberti: “Voglio essere il presidente di un’azienda normale. Ecco perché considero questa una scelta totalmente aziendale. Può piacere o meno, può essere condivisa o criticata, considerata giustificata o ingiustificata. Ma è, per quanto mi riguarda e di questo rispondo sì personalmente – conclude il presidente della Rai – una scelta aziendale. Che ci si creda o meno a me questo non interessa”. L’altro consigliere dell’opposizione Van Straten, che a differenza di Rizzo Nervo ha votato a favore della sostituzione di Ruffini con Di Bella: “Il mio comportamento oggi in consiglio di amministrazione si è ispirato a due principi: la valorizzazione della professionalità di Paolo Ruffini e la salvaguardia dell’identità di Raitre. Ho ritenuto che il nome di Antonio Di Bella corrispondesse perfettamente alla necessità di tutelare uno dei capisaldi del servizio pubblico, uno dei pochi spazi rimasti per un’informazione non omologata, per trasmissioni intelligenti e innovative, per l’approfondimento e l’inchiesta giornalistica di qualità”.
Duro invece Sergio Zavoli: “Non si può negare alla Rai il diritto, addirittura il dovere, di esercitare i suoi poteri. Ciò che nella sostituzione del dottor Ruffini è parso tuttavia esorbitare da criteri giurisdizionali sono stati tre elementi: l’estenuante lentezza della decisione; l’assenza di motivazioni che accreditassero la natura professionale del provvedimento; l’incongrua, nuova collocazione escogitata per giustificare un esito di cui la politica stessa, certo non estranea alla questione, non credo possa menar vanto”. “Ai riconoscimenti pressoché unanimi riservati alla qualità del lavoro svolto dal dottor Ruffini – conclude Zavoli – è nondimeno doveroso aggiungere la persuasione che il dottor Di Bella saprà portare nel nuovo incarico i meriti acquisiti nel corso della sua carriera. Spero che una ponderata riflessione possa orientare per il meglio le decisioni riguardanti le nomine ancora in sospeso”.

Ginevra Baffigo

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