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Diario politico. Fini: “Processo breve non è riforma Giustizia”. Tremonti: ’10, Pil +1%

novembre 24, 2009 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La firma, stasera, è di Ginevra Baffigo. Il ddl sulla limitazione dei tempi dei procedimenti è stato dunque incardinato al Senato. E prosegue il confronto. Il presidente della Camera fa da sponda a Bersani, che dalla direzione Democratica aveva annunciato la disponibilità del Pd a discutere complessivamente di giustizia se il centrodestra avesse abbandonato, se abbandonerà la strada intrapresa. Sulla quale calano le ombre delle previsioni del Csm, per il quale sarebbe a rischio, nel caso la riforma passasse, fino al 40 per cento dei processi. Da Fini anche un nuovo invito a «riforme (appunto) condivise», a partire magari, per ciò che riguarda le modifiche all’architettura istituzionale, a cominciare dal Parlamento, dalla bozza Violante (che fa il suo ritorno alla politica attiva come neoresponsabile Riforme, ancora, del Pd). Infine, l’annuncio (per il 2010) del ministro dell’Economia che risponde indirettamente a Brunetta (e a quant’altri lo avevano attaccato per i cordoni chiusi della borsa, che «bloccano tutto», secondo altri ministri tra cui Bondi): «I vincoli di bilancio vanno rispettati». Il racconto.

Nella foto, il presidente della Camera Gianfranco Fini

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di Ginevra BAFFIGO

Sul processo breve la politica italiana si divide anche in questo martedì. Il ddl è stato formalmente incardinato nei lavori della commissione Giustizia al Senato. Il relatore, Giuseppe Valentino del Pdl, ha già pronunciato la relazione e domani l’ufficio di presidenza fisserà le tappe dell’iter legis. A far da contraltare alla celerità del ddl, gli inviti alla calma del vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, e di Renato Schifani. Mancino rivolge ai 320 capi degli uffici requirenti italiani un monito: “Dobbiamo tenere basso il livello dello scontro”; la seconda carica dello Stato lancia invece “un appello alle parti in causa ad abbassare i toni, la conflittualità e ad assumere atteggiamenti responsabili per fare proposte costruttive. Toccare la giustizia -insiste Schifani – significa toccare gli interessi dei cittadini, la loro sensibilità e il loro diritto ad aspirare ad una giustizia serena e pacata che non litiga al proprio interno ed esamina gli elementi di colpevolezza dei cittadini in un clima tranquillo e in un aula dove vi sia effettiva parità tra accusa e difesa”. Gianfranco Fini è perentorio: le intenzioni di accorciare i tempi processuali “sono giuste, ma non sono la riforma della giustizia. Non confondiamo piani diversi”.
Per il Pd non c’è discussione che tenga: «Noi siamo pronti a parlare di giustizia ma al netto dei problemi del premier». «Quello della giustizia – chiarisce Pier Luigi Bersani – è sicuramente un problema per i cittadini, vista la lunghezza dei processi. Noi non solo siamo disponibili a discuterne, ma abbiamo già presentato quattro proposte di legge. Adesso però ci stanno facendo vedere un altro film, e cioè come evitare i processi al premier. Ritirino queste norme che sono un pugno in un occhio perché con questa legge si aboliscono solo i processi ai colletti bianchi e per noi non è possibile». A suon di metafore arriva la replica del sottosegretario alla presidenza del Consiglio: «Che brutto, vecchio film questo di Bersani che nasconde la solita vecchia tentazione della sinistra di liberarsi dell’avversario per la via giudiziaria».

Il merito del provvedimento. Le cifre del Csm descrivono conseguenze diverse da quelle pronosticate da Alfano: l’impatto che il ddl sul processo breve avrebbe sui procedimenti penali sarebbe calcolabile nell’estinzione di un numero «sopra il 10% e fino al 40% nelle realtà più difficili», come Palermo o Reggio Calabria.
«Valuteremo le proposte di riforma con animo sereno – dice ancora Nicola Mancino – sgombri da qualsiasi tentativo di strumentalizzazione in negativo. Siamo alla vigilia di decisioni preannunciate da parte del Governo, in attesa di conoscere le riforme, il loro impatto sulla Costituzione e l’ordinamento». L’Italia, prosegue Mancino, «ha bisogno di percepire che chi ha il dovere di presentarsi davanti al corpo elettorale ha il diritto di proporre e di decidere senza minacciare o intimidire» e da parte del Csm «non c’è nessuno spirito di rivendicazione, siamo un organo di rango costituzionale che non dipende da nessuno, in un impianto costituzionale che vede al centro parlamento e governo». Mancino depone così le armi, ma illustra le condizioni dell’armistizio: «C’è bisogno di dialogo, qualcuno parla di confronto: perché si abbia c’è bisogno che qualcuno possa parlare e qualcuno ascolti. Il confronto c’è solo se vi sono proposte precise». Alfano accoglie quindi l’invito al dialogo: «Ho detto che mi sarei giovato dei pareri del Csm e l’ho fatto. Ci sono norme modificate in Parlamento in base a quei pareri e non ho mai avviato un contrasto istituzionale con il Csm». Per il ministro il magistrato è «autonomo, indipendente e soggetto solo alla legge. Ma va ricordato che la legge la fa il Parlamento». Non sarà facile ma promette «più risorse per il settore giustizia». Toccato il tema-fondi, il guardasigilli ringrazia le procure per il risparmio sui costi delle intercettazioni: «Vi do atto che negli ultimi 15 mesi avete realizzato, a legislazione invariata, un risparmio di 70-80 milioni di euro, rinegoziando i costi dei servizi con le ditte di ascolto». Le intercettazioni «costeranno al ministero un terzo in meno. Il merito è anche un po’ mio, ma per la maggior parte è vostro». Sulle intercettazioni arriva però l’affondo del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso: “Il ddl intercettazioni, che è ora all’esame del Senato dopo essere stato approvato dalla Camera, indebolisce gravemente l’azione di contrasto alla mafia”. E Grasso non cela le sue perplessità in merito all’intera riforma: “E’ assolutamente innovativo discutere di prescrizione dei processi. Di solito, in altri sistemi giuridici e in altri Paesi, si prescrivono i reati”.

Immunità parlamentare. Mentre si discute di abbreviare i processi, due deputati del Pdl, Silvano Moffa e Antonino Foti, non perdono tempo presentando alla Camera un progetto di legge costituzionale per modificare l’articolo 68 della Costituzione e reintrodurre l’immunità parlamentare. La proposta ricalca le norme previste dall’articolo 68 della Costituzione fino al 1993, anno in cui intervenne la modifica dovuta a Tangentopoli. Sull’immunità si esprime il presidente della Camera, che dopo aver ribadito che «la riforma della Giustizia è la riforma della Costituzione nella parte che riguarda il sistema giudiziario» puntualizza che «quando si parla di ripristinare una vecchia prerogativa che la Costituzione riconosceva ai parlamentari non si parla di riforma della giustizia. È un altro intervento più o meno opportuno. Ritengo che discuterne non sia motivo di scandalo, i deputati europei godono non di un’immunità, ma di una prerogativa che i nostri deputati nazionali non hanno più».

Fini sulle riforme. «Bisogna affrontare il tema delle riforme e mi chiedo: è sbagliato dire se sono condivise meglio?». La terza carica dello Stato, nel presentare il suo libro “Il futuro della libertà”, rilancia il tema delle riforme e dell’importanza del dibattito parlamentare. «La bozza Violante (sulla riforma del Parlamento, ndr)- spiega Fini – potrebbe essere votata all’unanimità alla Camera e al Senato e in poche settimane diventare legge dello Stato». Per questo bisogna evitare «un bipolarismo muscolare nel quale anche una proposta di legge fatta insieme da un deputato del centrosinistra e da uno del centrodestra diventa uno scandalo, un complotto e un inciucio. Dobbiamo rimanere all’interno invece di valori condivisi che possono essere anche votati assieme, valori che si possono riassumere in un patriottismo costituzionale». «Se ci sono proposte coincidenti – continua il numero uno di Montecitorio – e valori condivisi è meglio che si facciano riforme tutti assieme. Ricordo che il centrodestra fece una riforma costituzionale a maggioranza nell’altra legislatura che poi, a mio parere sbagliando, fu però bocciata dal corpo elettorale in un referendum». Fini mette poi l’accento sulla «necessità di rafforzare contemporaneamente i poteri dell’esecutivo e la centralità del Parlamento».
Fini ribadisce così la sua posizione, che in questi mesi gli è costata non poche critiche: «A dire che mi sono divertito a vestire i panni dell’eretico, francamente non ci sto: non c’è nulla di molto diverso nel libro, da quanto non abbia detto al congresso del Pdl. Sono un po’ meravigliato di tanta sorpresa e critiche – aggiunge ironico il presidente della Camera – E’ vero che la memoria è corta, ma chi mi aveva ascoltato un’idea doveva averla».

Su Cosentino Fini non nasconde i propri timori pur non facendo direttamente riferimento al caso: «E’ necessario evitare che ritornino copertine come quelle del Der Spiegel con gli spaghetti e la pistola. Quando decidiamo le candidature evitiamo di candidare chi è indagato, anche se dobbiamo considerarlo certamente innocente fino a prova contraria. È un problema di opportunità e di etica pubblica». Sollecitato a pronunciarsi sulle eventuali dimissione del sottosegretario per l’Economia e le Finanze con delega al Cipe: «È un problema interno al Governo e attiene alla coscienza delle persone e alla responsabilità dell’esecutivo».

Tremonti per Brunetta. Domenica le dichiarazioni di Brunetta in merito alla gestione del Tesoro avevano riacceso lo scontro interno al centrodestra, senza che però il titolare di via XX settembre ne prendesse parte. A due giorni di distanza sembra giungere un’indiretta replica. Anche in questo caso si evitano le sedi della politica e ci si affida piuttosto all’assemblea degli industriali di Roma, dalla quale Tremonti esordisce con entusiasmo: «Può essere che chiudiamo il 2010 con un segno positivo del Pil». «La cosa importante – prosegue Giulio – è che partiamo da un -6%». In situazioni normali quel meno resterebbe un segnale negativo, ma il responsabile dell’economia ha ricordato che nel 2008 il Pil presentava un deficit dell’1% rispetto all’anno precedente, quest’anno verrà ridotto del 5% circa e perciò «si risale dopo aver perso il 6% in due anni». Ai “veti ciechi” denunciati dal ministro della PA Tremonti risponde senza entrare nel merito: «Sono un uomo all’antica, preferisco discutere prima nel Consiglio dei ministri e poi in Parlamento». «La crisi non è un week end – ribadisce il ministro delle Finanze – non è un party ma è qualcosa di più complesso che tutti stiamo vivendo. Abbiamo fatto alcune cose fondamentali che sono come l’aria, te ne accorgi solo quando ti manca. Abbiamo garantito tutti i servizi essenziali, dalla scuola alla sicurezza» e per il futuro prossimo, «faremo una riforma fiscale ma in una prospettiva lunga e nel rispetto dei vincoli di bilancio». «Ne ho iniziato a parlare con il presidente del Consiglio – annuncia il ministro dell’Economia – e continuerò a farlo. La faremo al termine della legislatura e sarà rivolta al lavoro e alla famiglia». «Ricette magiche» non ce ne sono, ribadisce poi il firmatario della discussa legge finanziaria, per poi ammonire: «Sarebbe da irresponsabili prestare attenzione ai tanti dottor Stranamore. I tagli sono immaginati su due voci fondamentali, la prima delle quali è quella sui trasferimenti alle imprese: certo, se si immagina un trasferimento alle imprese per 13 miliardi ad uno verrebbe da dire: accidenti, perché non ci ho pensato prima io, era così facile» ironizza il ministro, secondo il quale «andando a vedere dietro quelle somme che cifrano 13, 11 e poi 10 miliardi nel triennio ci sono le Ferrovie, le Poste, i crediti alle imprese, il trasporto pubblico locale. Si tratta di una serie di voci, credo, difficilmente tagliabili». Sulla proposta Baldassarri: «Davvero pensate che si possa tagliare la sanita? Davvero pensate che si possa dire ad un lavoratore ti taglio l’Irpef ma ti taglio anche la sanità?».
Poi arriva il richiamo di Confindustria: «Chiedo a Tremonti di aprire un dibattito serio e non demagogico sulla riduzione della spesa pubblica corrente improduttiva per investire quelle risorse in infrastrutture e ricerca per far ripartire il paese». Emma Marcegaglia fa in parte eco a Brunetta: «Confindustria non è nè del partito del rigore nè di quello della spesa. Si iscrive al partito che vuole progettare il futuro del paese. Il Paese ha ritrovato la capacità di fare rigore nei conti pubblici ed è positivo. Ora serve anche capacità di fare sviluppo».

Ginevra Baffigo

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