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L’intervento. La sfida del Pd non è perduta. E Rutelli… di P. Gentiloni

novembre 24, 2009 di Redazione 

Il responsabile Comunicazione del Partito Democratico (confermato da Bersani alla guida dell’apposito forum-dipartimento) sceglie il giornale della politica italiana per dire la sua sulla fuoriuscita di Rutelli, sul ruolo che gli ex Dl e “coraggiosi” devono e possono avere nel nuovo corso bersaniano e, più in generale, sulla prospettiva che il Pd dovrà assumere per continuare ad avere un senso nel futuro. il Politico.it è sempre più il luogo privilegiato del dibattito pubblico ai massimi livelli della nostra politica. Nel giorno del varo della nuova segreteria Democratica, l’intervento di uno dei pezzi da novanta della dirigenza riformista e dell’Area democratica di Franceschini. Assolutamente da non perdere.

Nella foto, Paolo Gentiloni

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di PAOLO GENTILONI*

Ora che la scelta di Francesco Rutelli si è compiuta, con la presentazione di Alleanza per l’Italia, provo a riassumere le cose che ho detto in queste settimane a tanti amici preoccupati e addolorati dopo anni di lavoro comune. La premessa è che la scelta di Rutelli merita rispetto. E non lo dico solo in nome dell’antico sodalizio che mi lega a Francesco, Linda e altri che sono usciti dal Pd. Merita rispetto in sé, il rispetto che si deve alle scelte politiche trasparenti e in un certo senso coraggiose. Certe reazioni arroganti riflettono solo miopia e cattive abitudini, le stesse che da mesi cercano di marginalizzare o addirittura sospingere fuori dal Pd chi nuota controcorrente.

Amicizia e rispetto non attenuano tuttavia il mio dissenso per l’interruzione di un cammino condiviso da oltre dodici anni sotto quattro diverse sigle, da Centocittà ai Democratici, dalla Margherita al Pd. Il traguardo di questo lungo cammino non era un soggetto centrista. La sfida di questi dodici anni era assai più ambiziosa, spesso ai confini del velleitarismo: competere con la tradizione e la classe dirigente ex Pci nella guida del centrosinistra. Francesco Rutelli (e altri, non moltissimi, con lui) ha coltivato questa ambizione non per amore di “competition”, tanto meno per escludere i post-Pci, ma convinto che solo un centrosinistra con idee e leadership plurali, e non riconducibili a quella sola tradizione, avrebbe potuto dar vita a una maggioranza stabile nell’Italia bipolare. In due parole, l’idea forza alla base delle diverse esperienze di questi anni era il Partito democratico. Il Pd è stato il fine ultimo delle nostre fatiche in questa lunga coda del crollo della Prima Repubblica.

Il discorso vale anche per la Margherita, una delle esperienze politiche più innovative e feconde di questi 20 anni oggi quasi dimenticata, anche da molti che ne hanno ampiamente raccolto i frutti. La stessa Margherita non era nata per vivere in eterno ma per rendere possibile, culturalmente e organizzativamente, la nascita di un Pd che non fosse un ulteriore stadio dell’evoluzione Pci-Pds-Ds. E aveva compiuto la sua missione.

Perché abbandonare oggi questo cammino, perché rinunciare a un traguardo così lungamente inseguito? Chi ha lasciato il Pd risponde: il lungo cammino si è concluso con una sconfitta irreparabile, il Pd è il nuovo marchio della ditta Pci-Pds-Ds. «Vi illudete voi che restate». Finirete sopra un mobile.

Fosse davvero così, toccherebbe almeno ragionare sui motivi di un disastro così rapido. Che certo non è avvenuto tutto in una notte (il fatidico 52 per cento di Bersani?) né mi pare imputabile soltanto agli (indubbi) errori di qualcuno. Il progetto Pd era in sé avventurosamente velleitario e non poteva che sfracellarsi alle prime curve? Oppure è nato troppo tardi? O troppo presto? Insomma: anche per definire i modi di una ritirata bisognerebbe partire dalle ragioni profonde -”strutturali” – della sconfitta, se davvero la si ritiene così definitiva e irreparabile.
Ma non è così. I disagi, le sconfitte, gli errori e i passi indietro descritti da Rutelli nel suo libro ci sono eccome.

Ma chi non ha un pre-giudizio contrario al Pd (ce l’hanno sempre avuto, ad esempio, Dellai e Tabacci, due tra i migliori riformisti italiani) non può a mio avviso interpretarli come la fine prematura del progetto politico per il quale si è battuta una generazione intera. Il progetto Pd era rischioso, e oggi è a rischio. Ma non mi pare da riporre in tutta fretta con il cambio di stagione.

Restano infatti vere, più vere che mai, innanzitutto le ragioni globali di questo progetto. L’Italia che non ha mai avuto una socialdemocrazia è il paese in cui, prima e meglio che in altri, i progressisti possono dar vita a un partito sintonizzato con le domande del nuovo secolo. È stato un grave errore non spendere questa novità su scala europea, dove di fatto il Pd è una variante del gruppo parlamentare socialista.

Sarebbe imperdonabile spegnerla in Italia, questa novità, visto che le vittorie globali e le sconfitte europee ne confermano di continuo l’attualità.

Altrettanto evidente mi sembra che l’alternativa a Berlusconi necessita di un grande partito di centrosinistra capace di andare ben oltre il 30 per cento dei voti e di tenere in piedi alleanze (incluse quelle “di nuovo conio”). L’alternativa non può basarsi su una nuova Unione. E del resto il sistema stesso polarizzerà sul Pd, almeno fino a quando la competizione fondamentale (anche se ovviamente non esclusiva) sarà tra Pdl e Pd.

È infine ancora vero, stando ai sondaggi (oltre il 30 per cento, il doppio dei voti Ds), che una buona fetta di elettorato accetta l’idea di un grande partito di centrosinistra plurale. E una parte di questo elettorato, nonostante errori e sconfitte, accetta di partecipare direttamente alle primarie (che la partecipazione diretta riguardi soprattutto il “popolo di sinistra” non mi pare una inedita novità).

Dunque, la sfida del Pd non è perduta. Può continuare (deve, a mio avviso), a patto che se ne riconoscano le difficoltà, che non ci si nascondano i rischi di crisi. Le difficoltà derivano innanzitutto dalle nostre sconfitte elettorali, il rischio di crisi dal progressivo arretramento con cui si è reagito alle sconfitte, passo indietro dopo passo indietro fino alle dimissioni di Veltroni e dall’esito del congresso, nonostante la coraggiosa battaglia di minoranza di Dario Franceschini. E fino al riaffacciarsi dell’ipoteca che da sempre grava sul cammino del Pd, essere ricondotti nel solco della tradizione della sinistra post comunista e come tali destinati a un ruolo permanente di minoranza.

Il bivio che attende Pier Luigi Bersani è tutto qui: rilanciare l’ambizione del Pd o ricollocarlo nel ruolo della “sinistra riformista” nell’ambito di una coalizione di otto o nove partiti piccoli e medi, ciascuno in rappresentanza di una diversa sfumatura del lungo arco del centrosinistra.

Le scelte che faremo ci diranno se stiamo imboccando l’una o l’altra strada.

Che peso daremo all’ambiente come cardine di una nuova politica economica? Come riusciremo a tenere dritta la barra dell’opposizione senza pasticci e senza subalternità a Di Pietro? In che misura si correggerà l’impressione data in queste settimane di un partito sguarnito sul fronte moderato e troppo concentrato su ipotetici cantieri alla propria sinistra? E in cima a tutto il profilo del Pd, che è la vera posta in gioco dei mesi prossimi.

Vedo due grandi obiettivi su cui merita impegnarsi.

Primo, il rilancio di una strategia per uscire dal nostro storico insediamento e riconnettere il Pd con il nuovo paesaggio sociale dell’Italia.

Qui sta il cuore della “vocazione maggioritaria” (altro che andare da soli!), nell’ambizione di andare oltre la collocazione socioculturale della sinistra, che vede il proprio spazio di minoranza destinato a ridursi sempre più. Siamo al paradosso di un Pd che fatica a rapportarsi tanto con le tute blu che con le partite Iva perché osteggia, specie sul terreno fiscale, il lavoro autonomo e quando privilegia il lavoro dipendente ha in mente il pubblico impiego e le fabbriche degli anni ’70. Non basta l’abbandono di un approccio “di classe”, servono gesti e proposte sul welfare universale per essere riferimento di lavori, figure sociali e corpi intermedi.

Serve andare avanti sull’approccio che Veltroni (con Bersani) propose nove mesi fa all’intero arco delle rappresentanze sociali ottenendone un inedito riconoscimento.

Secondo, il rilancio del processo di costruzione di un’identità plurale.

Che non si esaurisce con lo schema che prevede sempre un Don Camillo a mitigare la prevalenza di Peppone.

Va bene il pluralismo dei ruoli, ma attenzione che buona parte della nostra classe dirigente si è fatta le ossa nell’associazionismo, negli enti locali e nei nuovi movimenti più che nel tradizionale cursus honorum che portava a Botteghe Oscure o a piazza del Gesù. L’identità plurale ha a che fare con le sfide del nuovo mondo e ha bisogno di più tradizioni, a cominciare da quella liberaldemocatica, vera vincitrice morale del Novecento, e da quella ambientalista tra le più feconde in tutta Europa non da qualche mese ma da un quarto di secolo.

Chi ha sostenuto la candidatura di Franceschini per rilanciare il progetto originario del Pd, senza venir meno alla lealtà verso il Pd e il suo nuovo segretario Bersani, ha oggi il dovere di non abbassare il tiro e di proseguire in questa battaglia culturale e politica.

PAOLO GENTILONI*

*Deputato del Partito Democratico

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