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Ogni settimana al cinema. Ora La prima linea di Fabrizio Ulivieri

novembre 24, 2009 di Redazione 

Il cinema raccontato dallo scrittore fiorentino. Oggi è la volta del film di De Maria basato sul racconto autobiografico di Sergio Segio, sul nucleo di terroristi che uccise tra gli altri il giudice Alessandrini. Ha suscitato aspre polemiche, La prima linea, per una presunta umanizzazione dei protagonisti; ma in realtà, come ci spiega Ulivieri, pur facendo «prevalere i sentimenti sulle ragioni della politica», racconta la Storia senza concessioni a revisionismi. Buona visione.

Nella foto, Giovanna Mezzogiorno e Riccardo Scamarcio ne La prima linea

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di FABRIZIO ULIVIERI

Il film è bello, non c’è che dire. Un bel film. Ma pesante. Greve. Non ti lascia scampo. Ti inquieta, ti rende nervoso. Ti imprigiona, ti inghiotte e quasi ti fa gridare – Voglio fuggire da questa vita! Basta! – E quasi quasi avresti anche voglia di andartene dal cinema per non soffrire più.
E’ vero che nella migliore tradizione del neorealismo i film italiani sono fatti per torturare lo spettatore con la grevità del loro vivere, e penso soprattutto ad Accattone e Mamma Roma di Pierpaolo Pasolini. Ma è la sofferenza di oggi che il film mostra non quella degli anni Settanta.
Ho vissuto quegli anni. Non si ragionava così. Non si pensava così. Non c’era il privato ma solo il politico e tutto era collettivizzato per chi era nel Movimento: anche i sentimenti. Nel film i sentimenti finiscono per prevalere sulle ragioni della politica. In quegli anni erano le ragioni della politica a prevalere sui sentimenti.
Il film comincia a Venezia, dove Sergio ha messo insieme un gruppo per attaccare il carcere di Rovigo e far evadere quattro detenute, tra cui Susanna (Ronconi), la donna che Sergio ama e con cui ha condiviso idee e scelte politiche. E’ il Nucleo di Comunisti fondato da Sergio (Segio), staccatosi da Prima Linea, che aveva come obiettivo la liberazione dei compagni imprigionati.
Il gruppo prepara l’attacco al carcere di Rovigo per liberare le compagne detenute e mentre il gruppo si avvicina al carcere Sergio comincia a ricordare gli inizi della clandestinità, il passaggio alle armi e l’incontro con Susanna.
In questo si vede come la tecnica filmica, e lo diciamo con soddisfazione, ha finalmente imparato dal cinema americano d’azione e ha appreso la lezione del racconto a regresso di Alejandro González Iñárritu, autore di Amores Perros, 21 grammi e Babel.
E’ un film che testimonia la sconfitta di un mondo che credeva in ideali che il tempo ha dimostrato errati, e anche la sconfitta di persone che hanno rovinato se stesse, le proprie famiglie, gli altri e le famiglie degli altri. E’ l’ ammissione della definitiva messa fuori gioco del comunismo e della vittoria del capitalismo ma è soprattutto il trionfo di un’Italia, che sempre più il cinema contemporaneo ci dipinge soffocata da un clima asfittico, irrespirabile, da una realtà pesante, fissa, immobile a cui non si può sfuggire e che denuncia la quotidiana débâcle dell’uomo comune:

- Susanna, deponiamo le armi abbiamo perso! Dice Sergio sul battello di ritorno a Venezia dopo aver liberato Susanna dal carcere.

FABRIZIO ULIVIERI

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