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L’iniziativa. Didorè, perchè il Pd non li fa propri? di Andrea Sarubbi

novembre 23, 2009 di Redazione 

Sono la versione edulcorata dei Di- co. Ovvero della legge che ricono- sce alcuni diritti alle coppie conviventi, indipendentemente, ovviamente, dalla sessualità di chi le compone. Il giornale della politica italiana è il centro del dibattito ai massimi livelli della nostra politica, ed un laboratorio di idee e di proposte, che in molti casi partono, qui, direttamente dai protagonisti della politica stessa. Oggi il deputato del Partito Democratico sceglie il Politico.it per lanciare questa proposta, appunto, al suo stesso partito: perchè, scrive Sarubbi, non ci facciamo carico noi di promuovere la calendarizzazione dei didorè, che non comportano oneri per lo Stato, e dunque potrebbero venire votati anche a fronte del blocco legislativo imposto da Tremonti per ragioni di mancanza di fondi con i quali finanziare le leggi? Sono troppo poco, dice ancora l’ex conduttore del programma di Raiuno “A sua immagine”, ma sarebbero anche un primo passo.

Nella foto, Andrea Sarubbi. Le pagine personali all’indirizzo http://andreasarubbi.wordpress.com

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di ANDREA SARUBBI*

In un’intervista concessa stamattina, che sta passando alla cronaca per la proposta di abolire la buvette, il ministro Gianfranco Rotondi ha espresso in realtà una considerazione molto seria, su un tema che con la pausa pranzo ha poco a che vedere: secondo lui, la mancanza di tutele per i conviventi è colpa del Centrosinistra, che non vuole calendarizzare la proposta di legge 1756 (Disciplina dei diritti e dei doveri di reciprocità dei conviventi, da cui la sigla Didoré), presentata più di un anno fa e non ancora discussa nella Commissione competente (Affari Sociali). I Didoré, lo riassumo per i meno addentro, sono una specie di versione light dei Dico: il testo ribadisce che la famiglia riconosciuta dallo Stato è quella fondata sul matrimonio (e che quindi sono legate al matrimonio “le agevolazioni e le provvidenze di natura economica e sociale previste dalle disposizioni vigenti che comportano oneri a carico della finanza pubblica”), ma poi prevede una serie di norme che, oggettivamente, vanno a riempire qualche buco nella legislazione attuale e che rappresentano comunque un passo avanti rispetto al nulla esistente. Alcuni esempi: assistenza sanitaria, subentro nel contratto di locazione, alimenti. È un provvedimento che – cito la relazione introduttiva – “non comporta oneri per la finanza pubblica e non abbisogna pertanto di copertura finanziaria”: nonostante il blocco di Tremonti, insomma, potrebbe essere discusso alla Camera anche subito ed approvato nel giro di qualche settimana. Eppure, dicevo prima, è lì fermo da più di un anno: sebbene abbia i voti per farlo approvare, infatti, il Centrodestra non lo calendarizza, forse perché su temi così delicati si rischia di scivolare oppure per qualche altro motivo che non mi riesce proprio di comprendere. Per Rotondi, però, la colpa è nostra, perché – nonostante sia una legge sottoscritta solo da deputati del Pdl – avremmo potuto chiederne noi la calendarizzazione: se non lo abbiamo fatto, è perché riteniamo i Didoré troppo blandi. Le motivazioni addotte dal ministro (che della norma è l’ispiratore, pur non avendola firmata per motivi di opportunità) sono palesemente strumentali, perché è naturale che (avendo una piccola quota del calendario a disposizione) l’opposizione si concentri sulle proprie proposte e non su quelle altrui, così come sarebbe naturale un dibattito sul tema delle coppie di fatto all’interno della maggioranza; eppure, la questione sollevata oggi da Rotondi è di enorme importanza, perché pone un problema di strategia politica che il Pd prima o poi deve risolvere. Nella scorsa legislatura il governo Prodi voleva i Dico, ma non riuscì a farli passare perché all’interno della coalizione c’erano delle divisioni nel merito: secondo alcuni (pochi) dei nostri, infatti, i Dico erano troppo. Ora, sui Didoré si rischia di fare l’errore contrario, perché quella proposta di legge è troppo poco. Ed i conviventi, nel frattempo, continuano ad aspettare dal legislatore un minimo segno di civiltà. Secondo me – che non sono il segretario del Pd, né il capogruppo alla Camera, né il capo di alcun dipartimento e neppure un membro della direzione, ma un semplice parlamentare di buona volontà – dovremmo accettare la sfida e portarli a discutere su un terreno comune, come sto cercando di fare io con la cittadinanza agli immigrati: se loro non hanno la forza politica per tirare questo tema fuori dal cassetto, facciamolo noi! E poi, una volta portata la legge in Aula, combattiamo una battaglia a colpi di emendamenti: forse la perderemo, perché i numeri sono quelli che sono, ma in ogni caso – se anche venisse approvato il testo così come è ora – ci ritroveremo (leggi: le coppie di conviventi si ritroveranno) con un poco che è meglio di un nulla. L’alternativa, naturalmente, è molto più semplice: non muovere un dito fino a quando non lo muoveranno loro, sperare che i Didoré non arrivino mai in Aula e, se ciò dovesse per sbaglio accadere, votare contro o al massimo astenerci, perché non era quello che avremmo voluto noi. Ma ne vale la pena?

ANDREA SARUBBI*

*Deputato del Partito Democratico

Commenti

One Response to “L’iniziativa. Didorè, perchè il Pd non li fa propri? di Andrea Sarubbi

  1. Augusto on novembre 24th, 2009 12.13

    Troppo spesso per cercare il “meglio” si perde di vista il “possibile”.
    Mi pare che la proposta di Sarubbi sia la giusta declinazione di quel modo diverso di fare opposizione proposta da Bermudiani: il Parlamento sede di un “confronto” che rimetta al centro la Politica, con la P maiuscola, partendo dal merito dei problemi , fermi restando i principi ed i valori, nel caso i “diritti”, e la possibilità di aprire varchi e contraddizioni nello schieramento di maggioranza.

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