Top

Il ritratto del personaggio della settimana ECCO IL SERVITORE SCHIFANI di L. Lena

novembre 21, 2009 di Redazione 

E’ il personaggio della settimana per essere stato al centro dell’agone della politica italiana parlando di elezioni anticipate. Ma l’affresco del nostro vicedirettore è come sempre l’occasione per approfondire a tuttotondo i caratteri del presidente del Senato. Sentiamo.

Nella foto, Renato Schifani

-

di Luca LENA

Amante della pesca subacquea come un altro illustre collega, fervido sostenitore del Palermo Calcio – che segue assiduamente dagli spalti assieme ai due figli – e fan appassionato di Elvis Presley. Ad una prima occhiata non si direbbe la descrizione di un uomo politico, né tantomeno di Renato Schifani. Costantemente assorto in un’eloquenza geometrica, coincidente con la serenità di uno sguardo astruso. L’enigma somatico si infila tra le spoglie di un carattere forgiato nella precisione, l’ossessione maniacale di un perfezionismo lavorativo che Brunetta apprezzerebbe molto. E’ la famiglia che ne ha plasmato l’ermetismo facciale, la meticolosità lavorativa: figlio di impiegati, Schifani ha ereditato l’istinto cesellatore del ragioniere, la doverosa osservanza del dovere, al di là del diritto di liberarsene. E per questo l’attuale presidente del Senato rimane un personaggio a tratti indecifrabile, accessibile con i media con la finta trasgressione di volerli eludere. Poiché anche Schifani si piace ed ama l’innocua apparenza, perfino adesso che il celebre riporto ai capelli è ormai crollato: una di quelle date da ricordare nella sua testa, un po’ come la caduta del muro di Berlino in quella di tutti gli altri. Un tempo lo si sentiva inneggiare quel decostruzionismo tricologico, vantandosi di possedere il taglio più geometrico del Senato. Oggi, bersagliato dalla satira di mezza Italia, ripensa al passato e senza vergogna adduce il cambio ad un eccesso di cura. Troppa passione, insomma, così com’è curioso che una vampata di calore sia arrivata dalla filosofia e dalle nutrite letture su Marx. Lo stesso Schifani ammette che in giovinezza, quel signore dalla barba bianca e folta aveva rapito le attenzioni di colui che da anni fiancheggia il più grande oppositore vivente a teorie rosse filosofico-politiche morte da decenni. Ed è con nostalgia che si staglia nello sguardo di Schifani la melliflua insinuazione all’obiettività, di chi ha visto entrambe le sponde, ed avrebbe dunque saputo sceglierne una con la più assoluta libertà di pensiero. Ma oggi Schifani vede solo Berlusconi, questo almeno fino a qualche giorno fa. Poiché l’idillio tra il leader ed i sudditi s’incrina quando quest’ultimi evadono dai ruoli che spettano loro in origine. Così, le esternazioni ammonitrici del Presidente del Senato riguardo l’eventualità di elezioni anticipate stonano nella cappa del Parlamento, dove la maggioranza non ha più la certezza di vincere come qualche mese fa. E tutto ciò si somma alla sequela di barcollamenti legislativi che vanno dal Lodo Alfano ai processi abbreviati.

Proprio Schifani alza la voce, il ligio e rigido servo del lavoro, alterato dalla posizione parlamentare di rilievo. Il lindo rispetto alla professione, qualunque essa sia, poiché il dovere viene prima di tutto, ed il rispetto non è la capacità di operare assennatamente, ma l‘integrità nel rispettare principi – taciti o meno – accorpati in un ruolo. Peccato che questa sorta di dogmatismo casereccio abbia lasciato crescere qualche erbaccia lungo i pendii della sua carriera. Dopo essersi laureato in giurisprudenza, infatti, Schifani iniziò a fare praticantato nello studio del deputato Della Loggia e fu inserito in una società di brokeraggio assicurativo. Sfortuna vorrà che alcuni dei suoi colleghi verranno incriminati anni più tardi per associazione mafiosa. Eventi che certo non scaturiranno prova di collusione, ma che secondo alcuni giornalisti – ad esempio Travaglio – rappresenteranno il viatico per affermare come Schifani abbia avuto “amicizie mafiose”.

Critiche da sempre rigettate al mittente, non solo a parole ma soprattutto con i fatti. Nel 2001, sua la stabilizzazione dell’articolo 41 bis, definendo il cosiddetto “carcere duro” previsto per i reati associati alla mafia. Ma la sua esperienza politica comincia ben prima nella DC, per poi aderire a Forza Italia nel 1995. Appena un anno dopo è già eletto senatore. Ma è sempre in questo periodo che i “soci imbarazzanti” di Schifani intaccano la sua attività di avvocato in alcune amministrazioni siciliane. Nel comune di Villabate, secondo il pentito Campanella, l’incarico di consulenza per l’urbanistica affidato allo stesso Schifani fu il risultato di un patto politico-mafioso per la realizzazione di un megastore.

Tuttavia lo Schifani politico si fa conoscere non certo per le poco raccomandabili frequentazioni, quanto per l’asservita riconoscenza a Silvio Berlusconi. Schifani fa parte di quella schiera di politici che i media definiscono vassalli, appassionati e ossequiosi figli della figura centrale, verso la quale infondono fiducia illimitata. In più, il Presidente del Senato, accentua la dimensione riverente con un carattere metodico e spontaneamente costruito. Oggi che il grado in Parlamento gli consente una libertà ed una doverosa indipendenza partitica, Schifani assume l’atteggiamento del distacco interessato. La voce non è più quella del portavoce, bensì dissemina la retorica pungente e moralista di chi accetta la responsabilità e sente il vincolo di ribadirne il merito. Eppure, non si dimentica nel 2003 il cosiddetto “Lodo Schifani”, che sospendeva i processi per le prime cinque cariche dello Stato, secondo i critici utilizzato per evitare a Berlusconi il processo SME. La Corte Costituzionale lo bocciò per incostituzionalità, così come oggi è capitato al Lodo Alfano.

Ma c’è differenza tra il servitore politico ordinario e Renato Schifani. Quest’ultimo si confonde tra il rispetto di un ruolo politico quasi più importante della propria capacità di discernere il dovere, e la coscienziale predisposizione a riverire i leader di coalizione. Non vi è predeterminazione personale, ma la lindezza farisea di una cultura lavorativa onesta e ciecamente retta alle imposizioni professionali. Schifani è un lavoratore, impegnato a mantenere una reputazione sociale attraverso il rispetto dei codici interni alla propria attività. Che poi vacilli al di fuori di essa, questa è un’altra storia.

Luca Lena

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom