Top

Ogni settimana al cinema. Ecco il Leone d’oro a Venezia: “Lebanon”

novembre 20, 2009 di Redazione 

E’ un film sulla guerra in Libano e contro la guerra tout court. Vista e raccontata attraverso il mirino di un carroarmato. Un film che fa capire a chi non l’avesse ancora potuto capire cos’è la guerra e cos’è il suo orrore. Qualcosa da evitare sempre, se possibile. E cercando di fare in modo che lo sia. Il giornale della politica italiana, negli spazi della grande narrazione quotidiana della nostra politica, vi racconta il sogno del cinema portandovi nelle sale con sè. Lo fa con il suo giovane e talentuoso, e già bravissimo critico, Attilio Palmieri, vincitore, tra l’altro, in estate, del premio “Giovane e innocente” per la recensione di “Vincere” di Marco Bellocchio che trovate ancora nella rubrica Cultura. E lo fa, e in particolare oggi, con il suo scrittore, Fabrizio Ulivieri, che ci consente di vedere da un altro punto di vista il cinema. La (settima) arte che più si avvicina al senso della politica stessa, e che chi ama la politica italiana non può non amare. Buona visione.

Nella foto, un momento di Lebanon

-

di FABRIZIO ULIVIERI

I veri protagonisti sono due: la luce e la tenebra. La luce di un bellissimo campo di girasoli in fiore dai colori oro e verde sotto un terso cielo blu alto e lontano e la tenebra nel ventre di un carro armato che occulta il fetore dei suoi escrementi.
Lì quattro soldati combattono una guerra senza senso, in mezzo all’olio che cola dalle pareti del carro e allaga il fondo, in mezzo al sudore dei loro corpi e alla sporcizia appiccicosa ed opprimente che regna in quel buco nero. Ma fra loro e la guerra c’è un muro di acciaio: li separa e li distanzia ma non li protegge. Non li protegge dalla paura di essere uccisi, non li protegge dalle atrocità e dai crimini. Eppure sono lì nel mezzo della guerra ma è come se fossero lontani: la vedono attraverso i mirini di puntamento e i periscopi. Sparano, uccidono ma tutto avviene in differita. Lontano da loro. Il mondo si è capovolto. Lì dentro regna il buio l’untuosità e la paura: la paura di morire, la paura di deludere la propria famiglia, la paura di non tornare a casa, il nome invocato della madre o il ricordo di un sesso infantile e liberatorio. Fuori si muore davvero, fuori è la guerra in diretta, il crimine e l’assurdità della morte eppure fuori c’è l’aria. Fuori si respira. Fuori c’è la luce!
Nel ventre del carro armato non ci sono quattro soldati ma quattro bambini isterici che non sanno come agire, come comportarsi. Hanno paura, sono nevrotici, insulsi, paranoici. Solo la droga gli dà la serenità e l’incoscienza di affrontare la morte e la paura.
Certo non vi sono in questo film le vette liriche di “Apocalypse now” di Francis Ford Coppola. Il delirio non è il delirio all’altissimo livello filmico del film di Coppola, è più la fine del topo, lo strisciare del serpente, la paura di essere in una fogna e di non uscirne più. E’ un soffocare lento e penoso.
La luce solo a tratti entra in quel mondo di tenebra. Ed è quando si apre il portello che chiude l’uscita e si cala giù non un angelo ma un ufficiale senza più sentimenti, un uomo che ha rinunciato all’umanità ma che in fondo non l’ha ancora persa, perché il dubbio lo tormenta.
Bellissimo il finale. Un finale bello quanto assurdo. Paragonabile ad un quadro di Magritte. Tutto resta sospeso ed inconcluso così com’era cominciato.

FABRIZIO ULIVIERI

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom