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MORATTI TENTENNA MA PER LA LEGA LA MOSCHEA DI MILANO NON SA DA FARE

novembre 19, 2009 di Redazione 

Il progetto della nuova moschea di Milano non trova ancora il beneplacito del sindaco Moratti. Il primo cittadino del capoluogo lombardo non decide e la Lega blocca la giunta. Mentre i dilemmi in giunta non trovano soluzione alcuna, è iniziato il mese lunare di  Dhu ‘l-hijja ed i musulmani milanesi ancora non hanno una sede degna della libertà di culto, sancita dalla nostra Carta. Il presidente del centro islamico di viale Jenner, Abdel Hamid Shaari, in risposta al silenzio protratto da mesi propone una lista civica per gli extracomunitari e questa, sommata alla proposta di Veltroni-Granata- Sarubbi di dare il diritto di voto anche agli stranieri, infiamma il dibattito politico. Ci racconta tutto la nostra Désirée Rosadi.Nella foto, musulmani in preghiera in Piazza del Duomo a Milano

di Désirée ROSADI

Ieri, 18 novembre, è iniziato il mese lunare di Dhu ‘l-hijja. Nel corso dei prossimi giorni i musulmani celebreranno la principale festa del calendario musulmano, chiamata “Festa del sacrificio”, una serie di riti purificatori che concludono il pellegrinaggio alla Mecca e che cancella i peccati dei fedeli. Si tratta di un rito denso di valenze spirituali, ma anche dall’alto valore sociale, in quanto rafforza il legame tra i credenti e il senso di pacifica fratellanza. E chi non si reca alla casa di Dio, presso la Mecca in Arabia Saudita, compie lo stesso una serie di atti purificatori e trascorre queste giornate “senza atti sconvenienti e senza ipocrisie”, come indicato dal Profeta Maometto.
Tuttavia quest’anno l’atmosfera pacifica e solidale della festività sembra essere turbata dalla diatriba tutta politica che coinvolge la comunità islamica di Milano. Da alcuni mesi, infatti, la giunta milanese cerca di affrontare una questione molto delicata e urgente, ossia quella della precarietà dei luoghi di preghiera musulmani. Gli 80mila islamici che vivono nel capoluogo lombardo non hanno una moschea abbastanza capiente e attrezzata, per questo motivo nel corso del mese di Ramadan, durante il quale i fedeli si sono riversati a pregare sui marciapiedi e in luoghi di fortuna. Questa situazione aveva creato disagio per la città e per i cittadini che, come sostiene il governatore Roberto Formigoni, “non possono più vedere le loro vie invase per la preghiera del venerdì”.
A Milano sono presenti due centri islamici, uno in via Padova e l’altro in viale Jenner, tutti e due privi di spazio sufficiente per la comunità islamica. “Non sono soluzioni dignitose per la seconda religione al mondo”, aveva denunciato il presidente del centro islamico di viale Jenner, Abdel Hamid Shaari, nel corso del mese di agosto, quando Regione e Prefettura avevano invitato il sindaco Moratti a dare una risposta a chi ci chiede di poter esercitare la propria libertà di culto. Ma una volta approdata in giunta, la decisione di costruire una moschea più grande è stata ostacolata da polemiche e veti incrociati. A bloccare ogni progetto è la Lega: “Bloccheremo il progetto della moschea in ogni modo”, aveva annunciato il deputato Marco Rondini, mentre l’assessore comunale allo Sviluppo del Territorio, Carlo Masseroli, invitava i rappresentanti della comunità musulmana al dialogo, chiedendo “vorrei sapere anche di quante persone stiamo parlando. Qual è il bisogno reale?”.
Il Ramadan è terminato, ma non stata ancora trovata una soluzione. “Oltre al luogo dove collocare la moschea, è fondamentale definire il percorso e le regole per giungere alla realizzazione”, così il presidente del Consiglio comunale Manfredi Palmeri giustificava l’assenza di un progetto concreto sulla moschea nel mese di agosto. A poco più di due mesi, oggi il problema insormontabile non sembra essere la fase di progettazione, piuttosto il pericolo del terrorismo islamico. Nei giorni scorsi, infatti, il ministro dell’Interno Roberto Maroni, commentando l’episodio del volantino firmato dai Nuclei Armati Territoriali, aveva paventato un rapporto tra i NAT e il radicalismo islamico. “Stiamo seguendo questo fenomeno anche in collegamento con altri che abbiamo seguito finora: certi fermenti dell’area antagonista e soprattutto l’eventuale possibile rapporto con il radicalismo islamico”, ha dichiarato Maroni, aggiungendo che “L’area di Milano e della Lombardia è quella in cui questi fermenti si sono radicati e si stanno sviluppando sempre di più”. Il riferimento è chiaro. A Milano, nel mese scorso, si è verificato l’attentato alla caserma Santa Barbara, mentre a Bergamo è stata sgominata una cellula islamica algerina, il cui capo, Smail Benantar, era in contatto con Tahiri, imputato in Spagna quale leader di un’associazione criminosa inquadrata in un gruppo salafita che nell’ottobre 2004 aveva pianificato un attentato alla Audiencia Nacional di Madrid.
Ad intrecciarsi con l’ardua questione della moschea è anche la proposta di legge che porta da dieci a cinque gli anni per ottenere la cittadinanza italiana: “se fosse già stata approvata il kamikaze di Milano sarebbe stato un cittadino italiano”, ha tuonato Maroni la settimana scorsa, nel corso di un incontro alla stampa estera, “Siamo molto preoccupati e siamo in presenza di una svolta da seguire con grande attenzione”. Secondo le parole del titolare dell’Interno, l’episodio kamikaze di Milano ha fatto emergere una realtà nuova. Prima i gruppi terroristici in Italia si concentravano nella raccolta di fondi e facevano reclutamenti per azioni fuori dal territorio italiano, mentre adesso sembra che ci siano delle cellule che si finanziano e si addestrano per fare attentati anche qui. Tuttavia, a placare le paure degli italiani è Armando Spataro, procuratore aggiunto della Repubblica di Milano, il quale precisa che non ci sarebbero elementi per poter sostenere che le minacce dei volantini NAT siano ricollegabili al terrorismo islamico.
In ogni modo, all’interno della comunità islamica di Milano sono emersi dei movimenti sospetti. Ricordiamoci che il centro islamico di viale Jenner è stato al centro di molte indagini sul terrorismo. Due anni fa, infatti, l’imam Abu Imad era stato condannato a tre anni e otto mesi di reclusione perché promotore ed organizzatore di un’associazione per delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo. E di pochi giorni fa la notizia della sua sostituzione: al suo posto, un imam laureato in teologia islamica all’ università di Al-Ahzar del Cairo, massimo centro di riferimento dell’Islam sunnita, come è stato annunciato da Shaari. Si tratta di una guida spirituale iscritta all’albo degli imam del ministero degli Affari Religiosi egiziano: una garanzia per la comunità islamica d Milano e per chi chiede la presenza di un interlocutore credibile sulle questioni che riguardano l’Islam.
Nel frattempo però l’affaire “moschea” ha infiammato gli animi dei musulmani e dei milanesi. La promessa di spostare il Centro religioso avanzata da mesi dal sindaco Moratti non è stata portata a compimento, e i cittadini l’hanno più volte chiamata in causa. A spiegare la situazione è Penati, ex presidente della Provincia di Milano: “E’ stata indicata un’area dietro al Palasharp, lontano dalle case, dove la comunità è disponibile a realizzare una tensostruttura a spese proprie”, continua Penati, “Ma il sindaco Moratti è succube dei veti della Lega ed è rimasto bloccato tutto”. E per sbloccare la situazione, un’idea è venuta a Shaari: il presidente del centro islamico di via Jenner ha avanzato la proposta di creare una lista civica per Milano “un partito degli extracomunitari nell’ambito delle leggi e della Costituzione”. Entrare nella giunta con una lista civica potrebbe non solo risolvere il problema della moschea, ma anche avvicinare gli extracomunitari, come cinesi, americani e pachistani per tutelare i diritti degli immigrati. Un’idea quanto mai ardita, visto che la Lega ha già fatto sapere, per voce di Rondini, che si tratterebbe di una violazione della Costituzione. Quella di Shaari resterà solo un’utopia? Magari il prossimo anno le festività del mese di Dhu ‘l-hijja avranno luogo nel nuovo centro di culto, e i musulmani inviteranno i concittadini milanesi ad unirsi a loro, in segno di fratellanza.

Désirée Rosadi

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