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Diario Politico: BERLUSCONI ROMPE IL SILENZIO: “MAI PENSATO AL VOTO ANTICIPATO E CON FINI NON C’E’ NULLA DA CHIARIRE”

novembre 19, 2009 di Redazione 

Il giornale della politica italiana torna anche stasera con il quotidiano appuntamento del diario politico. Apriamo con le parole del Premier. Il silenzio di ieri suggeriva una riflessione, che oggi trova spazio in una nota di Palazzo Chigi, dove il Premier chiarisce: “non ho mai pensato al voto anticipato” e su Fini “non ho nulla da chiarire”. Il dibattito però non si placa, le Regionali sono vicine e il giallo-Cosentino non trova ancora una soluzione. La maggioranza sembra mostra le sue crepe, malgrado le smentite del Presidente del Consiglio, non solo all’interno del Pdl, ma anche nel relazionarsi con gli alleati del Carroccio. La proposta di legge sul diritto di cittadinanza agli immigrati sembrerebbe mettere in evidenza questa situazione. Questo ed altro ancora nel racconto di Ginevra Baffigo.

Nella foto, Silvio Berlusconi

di GINEVRA BAFFIGO

Molto rumore per nulla, verrebbe da dire. Il Premier oggi smentisce le ipotesi di elezioni anticipate, che ieri hanno tenuto banco nel dibattito politico. Ipotesi introdotte dall’autorevole seconda carica dello Stato, Renato Schifani, le cui parole sembravano alludere a delle crepe nella granitica maggioranza raccontata da Berlusconi. E così questi, dopo l’assordante silenzio di ieri, finalmente si pronuncia in rassicuranti dichiarazioni: su un repentino, quanto anticipato, ritorno alle urne scrive in una nota «Non ho mai pensato nulla di simile». Nella nota segue in un generico ribadire: «Il mandato che abbiamo ricevuto è di governare per i cinque anni della legislatura, ed è questo l’impegno che stiamo già portando avanti con determinazione e che intendiamo concludere nell’interesse del Paese». Sulla compattezza “che potrebbe venir meno”- diceva ieri Schifani- il Premier chiosa brevemente che l’esecutivo è solido «anche al di là di una dialettica interna che comunque ne accentua le capacità ideative». Chiariti i punti in sospeso, il Presidente del Consiglio non tarda ad esprimere il proprio «stupore» in merito all’animato dibattito su quelle ipotesi ben lungi dal verificarsi: la coesione della maggioranza e la fiducia «che ci manifesta ogni giorno oltre il 60% degli italiani» sono due componenti che porteranno, conclude Berlusconi, a completare «le riforme di cui l’Italia ha bisogno». Incalzato dai cronisti sulle parole di Schifani il Premier infine risponde: «Ho letto cosa ha detto Schifani: se la maggioranza cade ci saranno elezioni, è una cosa ovvia. Ove cadesse la maggioranza, è chiaro che non si può pensare ad un Governo diverso dalla maggioranza che hanno deciso gli elettori».

Sui dissapori interni al Pdl poi il Cavaliere serenamente dichiara: «Con Fini non ho già avuto un incontro con Fini, secondo me non c’è nulla da chiarire». Eppure sono sotto lo sguardo di tutti le contrastanti dichiarazioni delle diverse frange del Pdl, soprattutto sul caso Cosentino, sul quale i finiani più che far “dialettica interna” sembrano esternare sulle colonne dei giornali ciò che all’interno del nuovo partito non riescono a dire. Su Cosentino però il Premier non intende intervenire e lo esplicita: «Non interverrò, non intendo intervenire. Sono gli organismi del Pdl che devono riunirsi e prendere delle decisioni».
Davanti a Montecitorio, rasserenata in tal modo la stampa sul buono stato di salute del governo, prosegue enunciandone i prossimi passi: taglio dell’Irap e introduzione del quoziente familiare, priorità di politica economica «appena ci saranno i fondi». Sulle riforme il ministro Maroni ribadisce per quanto “ovvio” il punto di Schifani: «Per fare le riforme ci vuole una maggioranza compatta e noi abbiamo una vasta maggioranza e non abbiamo alibi, non possiamo dire che l’opposizione ci blocca. Se quindi la maggioranza è divisa, l’alternativa non può che essere quella indicata da Schifani». Le riforme sono necessarie e Maroni ha sollevato un problema tutt’altro che irrilevante. Prende allora la parola il Ministro delle Riforme, che prova a ricucire eventuali strappi che potrebbero mettere a rischio la sua stessa posizione. «Berlusconi e Fini si sederanno uno di fronte all’altro e troveranno le soluzioni- rassicura Umberto Bossi-. Il governo non rischia e noi non rischiamo». Niente elezioni anticipate dunque? «Prevarrà il buonsenso, bisogna ritrovare il buonsenso».

Non la pensano così in molti a cominciare da Massimo Donadi dell’Idv, per il quale sarebbe «meglio andare al voto piuttosto che assistere a questo indecente spettacolo». In risposta si pronuncia il ministro Altero Matteoli: «la dichiarazione del presidente Berlusconi fa tabula rasa di tutte le illazioni e a volte delle malignità tutte mirate a indebolire il capo del governo e la sua leadership politica del centrodestra.Il governo e la maggioranza sono solidi e hanno il dovere di andare avanti».
Lapidario infine il leader dell’Udc: «Minacciare le elezioni anticipate significa brandire una pistola scarica», una minaccia «sterile e autolesionista che prefigura un’impotenza della maggioranza».

Ma sugli immigrati qualche crepa in maggioranza c’è. «Noi restiamo della nostra idea: gli immigrati devono essere mandati a casa loro. Non c’è lavoro nemmeno per noi» dice Umberto Bossi, veunto a conoscenza della proposta di legge sulla cittadinanza degli immigrati, che vanta un raro sostegno bipartisan (frange finiane del Pdl, Pd, Idv e Udc). Repentina la replica di Gianfranco Fini, che con termini altrettanto duri, ribadisce: «Ci può essere un anatema, una battuta liquidatoria, “sì lasciamoli a casa loro”, ma non risolve il problema». La proposta di legge, che fa infuriare la Lega e non solo, prevede infatti che «I cittadini di uno stato straniero che risiedono regolarmente in Italia da più di cinque anni possono partecipare alle elezioni degli organi delle amministrazioni comunali». Cittadini stranieri extracomunitari e apolidi, purchè residenti in Italia da più di cinque anni, potrebbero finalmente acquisire quel diritto fondamentale delle democrazie, quello di decidere delle sorti del posto dove si vive. Agli stessi verrebbe anche riconosciuto il diritto di elettorato passivo, ovvero la possibilità di candidarsi a consigliere comunale o municipale. Il primo firmatario della proposta, Walter Veltroni, sottolinea: «Qui stiamo parlando di riforme delle regole della democrazia e il Parlamento dovrebbe funzionare così: per una volta hanno firmato la proposta di riforma tutti i partiti meno la Lega». E nel tentativo di dar maggior credito alla sua creatura legislativa aggiunge: «è già nella pratica di molti Paesi europei, per l’esattezza 16 su 27, anche se con modalità diverse tra Paese e Paese. Garantire il diritto al voto amministrativo è un modo per favorire l’inclusione e la responsabilizzazione, al contrario dei respingimenti, che sono un’invenzione retorica basata sulla paura». Fra le tante firme a sostegno della proposta troviamo quella di Andrea Sarubbi, Fabio Granata, Flavia Perina. Quest’ultima difende la proposta e rivolgendosi ai detrattori leghisti, ribadendo: «Ci sono grandi partite nazionali dove non è possibile criminalizzare o usare schemi di schieramento – sottolinea l’onorevole Perina -. Sarebbe sbagliato considerare il tema del voto agli immigrati, pur all’interno di regole ben definite, come un tabù per la politica italiana. E non ci sentiamo extraterrestri: nei grandi partiti, come il Pdl, c’è l’avanguardia politica, c’è il corpo del partito, e poi c’è la retroguardia politica. Noi ci sentiamo nella prima di queste categorie».

Ma nel Pdl non tutti sono della stessa opinione. Fabrizio Cicchitto, ad esempio, sembra non aver gradito l’assetto bipartisan-secessionista di alcuni colleghi di partito e di governo: «È inaccettabile che su un tema così delicato alcuni colleghi appartenenti al gruppo del Pdl abbiano preso l’iniziativa di presentare un disegno di legge firmato con esponenti di tutti i gruppi dell’opposizione, senza che la presidenza del gruppo sia stata minimamente interpellata e tenendo conto che questa proposta non è contenuta nel programma di governo». «D’altra parte – prosegue lo stesso – la materia non rientra in quelle riguardanti la bioetica, come il testamento biologico, sulle quali vige la libertà di coscienza». Della stessa opinione, ma per nulla sorpreso, il ministro sandro Bondi, che pacatamente sottolinea come sia «avvenuta una saldatura, innanzitutto sul piano culturale tra la sinistra e alcuni esponenti della destra italiana provenienti dalla storia del Msi e poi di Alleanza nazionale. È un dato nuovo della situazione politica italiana da valutare con attenzione». Il dato politico dei nuovi equilibri della politica italiana è senz’altro un’orizzonte interessante da esplorare, ma alla Lega urge tornare alla proposta: «La concessione del diritto di voto alle elezioni amministrative agli immigrati è un’idea tipicamente di sinistra – sostiene il presidente dei deputati Roberto Cota -. Noi, ovviamente, siamo fermamente contrari perché siamo coerenti rispetto agli impegni presi con chi ci ha votato. Il diritto di voto è una cosa seria, sacra, che spetta solo ai cittadini. La precisazione di Cicchitto sulla posizione del Pdl è molto opportuna, altrimenti la gente non capisce più nulla».

Privatizzazione dell’acqua. Il decreto Ronchi incassa la fiducia anche alla Camera. Montecitorio ha approvato con 320 sì e 270 no la fiducia, resta solo l’ultima votazione prevista per giovedì, al che non si frapporranno altri ostacoli alla legge in itinere. Fra le tante voci del dl firmato Andrea Ronchi, il cui principale intento è quello di sanare una serie di infrazioni che l’Unione Europea ci rimprovera, quella su cui più si discute contiene le norme sulla «privatizzazione» dell’acqua. Secondo le associazioni dei consumatori la misura avrà un costo salato, soprattutto per i cittadini, che vedranno aumentare ulteriormente il carovita con aumenti compresi tra il 30% e il 40%. «Si profila una vera e propria stangata», denuncia Codacons, «se consideriamo in 3 anni il tempo necessario perché il nuovo sistema vada a regime, alla fine di questo processo il rischio concreto è quello di un aumento medio del 30% delle tariffe dell’acqua. Se nel 2009 una famiglia media italiana spenderà 268 euro, considerando un consumo medio annuo di 200 metri cubi d’acqua, tra 3 anni quella stessa famiglia spenderà in media 348 euro all’anno, con un incremento di 80 euro, pari al +30%». La reazione della Cgil è stata altrettanto dura: «Privatizzare acqua e ciclo dei rifiuti è un favore alla criminalità organizzata».

GINEVRA BAFFIGO

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