Top

VERTICE SINO-AMERICANO: A PECHINO SI SCRIVE LA STORIA

novembre 17, 2009 di Redazione 

Il Politico.it segue con attenzione chi ‘muove’ lo scacchiere internazionale, soprattutto in una giornata come questa, destinata ad entrare nelle pagine della Storia. Il primo incontro fra Barack Obama ed il presidente cinese Hu Jintao, tenutosi a Pechino, si è concluso con la firma sull’accordo-quadro fra le due superpotenze. Un accordo questo, che abbraccia i temi più rilevanti della politica internazionale: cambiamenti climatici, diritti umani, crisi economica, proliferazione nucleare. Buona lettura!

-

Nella foto, da sinistra il presidente cinese Hu Jintao e Barack Obama

di GINEVRA BAFFIGO

Nell’agenda della politica internazionale questo martedì 17 appare denso di appuntamenti. A Roma il vertice della Fao impegna la diplomazia mondiale; a Pechino invece i due giganti del Mercato si confrontano sui temi più disparati; ed ancora, tramontato il Sole nelle terre d’Oriente, il premio nobel Barack Obama prosegue il suo viaggio in Asia, raggiungendo infine la sua ultima difficile tappa: la Corea del Sud.

Intanto però il vertice pechinese tiene banco, sciorinando una lunga lista di argomenti trattati: cambiamenti climatici, diritti umani (e quindi la questione tibetana), crisi economica, dalla richiesta cinese di respingere con forza il protezionismo commerciale, alla condanna bilaterale della proliferazione nucleare iraniana. Il vincolo politico è stato suggellato fra Cina e U.S.A., ma quanto agli effetti legali, e quindi applicabili, la strada si rivela assai più lunga del previsto. Un primo passo è stato però mosso: l’accordo quadro per il ventunesimo secolo è stato siglato ed i tanti i punti all’ordine del giorno sono stati trattati.

Questo appuntamento di novembre era, a ragion veduta, considerato da molti il vero e proprio banco di prova per il giovane presidente americano, che oggi non solo si è confrontato con una superpotenza in espansione, ma anche , se non soprattutto, con il suo maggior creditore (che vanta 800 milioni di dollari in buoni del Tesoro americano). Ma lo stesso si dica per la Cina, nuovo colosso dell’Economia, con ancora molti conti da saldare con il proprio passato storico. Una considerazione questa, che è stata fatta da molti nell’apprendere, ad esempio, che il luogo deputato al primo incontro bilaterale fra Hu Jintao e Barack Obama è stata proprio la tristemente celebre Piazza Tien’anmen.
Nel salone d’onore del palazzo del Congresso del Popolo non si è discusso di storia, ma, dato il piglio pratico che accomuna i due presidenti, si è parlato tanto, giustamente e con lungimiranza, senza che però alle promesse facessero seguito firme legalmente, e non politicamente, vincolanti. Si annuncia in tal senso il salvataggio del summit di Copenaghen, nel corso del quale si cercherà una soluzione al problema delle emissioni carboniche. In molti non lo credevano possibile ed invece ecco che il vertice danese viene salvato a Pechino. In extremis è il caso di aggiungere. Solo 48 ore prima a Singapore il consigliere di Obama, Michael Froman, dichiarava: “Nei 22 giorni che restano prima di quell’appuntamento è ormai escluso che si possa trovare un’intesa”. Dal vertice Apec (Asia- Pacifico) di Singapore l’esperto economico del National Security Council con poche parole faceva svanire i sogni e le speranze di chi a Copenaghen vedeva prepararsi una svolta verde. Poi oggi le due superpotenze, che fra i tanti primati detengono anche quello delle più ingenti emissioni di gas serra e inquinamento delle risorse terrestri, dichiarano che dai negoziati di Copenaghen sul clima dovrà uscire un accordo mondiale che abbia “effetto operativo immediato”.

Parola d’ordine: “Copenaghen non deve fallire». I due leader sono quindi d’accordo “sulla necessità di lavorare affinché Copenaghen sia un successo”. “Il nostro scopo – rivela l’inquilino della White House – non è di ottenere un’intesa parziale o una dichiarazione politica, ma piuttosto un accordo riguardo a tutte le questioni su cui si andrà a negoziare e che abbia immediato effetto operativo”. E sul tema del riscaldamento globale confessa Obama: «Senza gli sforzi congiunti di Stati Uniti e Cina, i due maggiori consumatori e produttori di energia, non può essere raggiunta una soluzione al problema del riscaldamento del pianeta. Bisognerà perciò “agire per una riduzione significativa delle emissioni di gas serra e per rispettare questi impegni”.
Parole queste che vengono accolte con entusiasmo dal pubblico internazionale, anche se qualcuno avanza da subito qualche riserva. Per molti questo sarebbe un colpo di scena solo apparente, dovuto per lo più al fatto che Obama e Jintao si sono resi conto di aver umiliato un po’ troppo l’Unione europea. Obama poi, qualche problema lo ha anche in patria, dove l’ala sinistra del suo partito e il movimento ambientalista da due giorni non tacciono il proprio dissenso. Il perché di queste dichiarazioni sembra tra l’altro fornirlo lo stesso Micheal Froman: l’annuncio di oggi impegna U.S.A e Cina a raggiungere un accordo “politicamente” vincolante su obiettivi immediati di riduzione delle emissioni CO2; dovranno però continuare a lavorare per raggiungere (dopo e non a Copenaghen quindi, ed in un futuro non meglio precisato) l’accordo “legalmente vincolante” e perciò operativo. Ma senza questo, ed in termini più concreti senza le firme, non si potrà dar vita ad un nuovo trattato sostitutivo di quello di Kyoto.

Economia ed il no alle barriere. Mentre il giallo sul clima si allontana dalle sfumature del verde in cui tanti speravano, Hu Jintao approfitta della visita del suo omologo d’oltreoceano per incalzarlo sulle spinose questioni economiche: Stati Uniti e Cina devono opporsi al protezionismo in tutte le sue manifestazioni e rifiutarlo. Il padrone di casa annuncia così l’impegno preso da Pechino e Washington, che continueranno a lavorare insieme per “risolvere in modo appropriato le loro divergenze economiche e commerciali”. Il presidente cinese prosegue manifestando la propria fiducia sulla convalescente economia mondiale, che “sta mostrando positivi segni di ripresa e stabilizzazione”, ed è per questo importante che entrambi i Paesi “si oppongano e rifiutino il protezionismo in tutte le sue forme”.

Ahmadinejad si prepari alle conseguenze. Obama e Hu Jintao dichiarano all’unisono che “vi sarano conseguenze” per l’Iran se non darà prova degli scopi pacifici del suo programma nucleare. “Abbiamo concordato che Teheran deve dare assicurazioni alla comunità internazionale – ha detto il presidente americano – sul fatto che il suo programma nucleare è pacifico e trasparente. L’Iran ha un’opportunità per presentare e dimostrare le sue intenzioni pacifiche ma se non riesce a sfruttare questa occasione dovrà affrontare le conseguenze”.

Diritti umani e la questione tibetana. Infine Obama dà prova del merito del suo recente Nobel per la Pace. In questo incontro destinato ad entrare nelle pagine della Storia, il giovane presidente americano ha esortato Hu Jintao a riprendere i colloqui con il Dalai Lama, il leader spirituale tibetano che quest’anno ha visto compiersi il sessantesimo anno del suo esilio. “Abbiamo detto che pur riconoscendo che il Tibet fa parte della Repubblica popolare cinese – riferisce il capo della Casa Bianca – gli Stati Uniti sostengono una rapida ripresa del dialogo fra il governo cinese e rappresentanti del Dalai Lama per risolvere ogni preoccupazione e dissidio che possa esservi tra le parti”. Al presidente cinese Obama ha anche ricordato “la convinzione che tutti gli uomini e le donne vedano riconosciuti i diritti universali”. Le due parti hanno poi convenuto di aprire un dialogo bilaterale sui diritti umani all’inizio dell’anno prossimo. Anche qui promesse, non suggellate da alcuna data. Il Dalai Lama comunque, venuto a sapere delle parole del presidente americano, che di recente non aveva trovato tempo e cortesia per ricevere il leader spirituale in visita negli Stati Uniti, risponde amichevolmente da Bolzano ( dove si è recato in visita per un progetto della Provincia a favore di Tibet e Nepal): «Apprezzo molto le parole di Obama sul Tibet. L’interesse della Casa Bianca è molto forte, ma è chiaro che ci sono forti limiti per i quali gli Stati Uniti non possono esprimersi come vorrebbero». «La situazione in Cina è molto cambiata negli ultimi 60 anni- continua il Dalai Lama- e la tendenza è destinata a proseguire. Anche in Cina, infatti, c’è la richiesta di una maggiore libertà di espressione. Sono certo che il popolo cinese è in grado di decidere per il meglio e per questo la libertà di espressione e la libertà di informazione hanno un ruolo determinante».

GINEVRA BAFFIGO

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom