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***Alta società***
UN MATRIMONIO, LA LEGA, BAUMAN E SANREMO
di SERENA BORTONE

novembre 16, 2009 di Redazione 

La grande giornalista e autrice Rai, già conduttrice di “teleCamere”, coglie lo spunto della notizia che al prossimo festival della canzone saranno ammesse, per la prima volta, canzoni in dialetto per una riflessione sulla battaglia leghista per il riconoscimento degli idiomi locali come “lingue ufficiali”, e più in generale sul senso e i possibili guasti delle battaglie identitarie. Un altro pezzo bellissimo, scritto per Facebook e pubblicato in esclusiva dal giornale della politica italiana, in una giornata di grande contenuto su il Politico.it. Il racconto, il confronto, la riflessione sulla nostra politica sono solo sul suo giornale.

Nella foto, Serena Bortone

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di SERENA BORTONE

Qualche anno or sono capitò, a me romana di Roma con ascendenze campane, di partecipare ad un matrimonio nella profonda provincia del comasco, quasi al confine con la Svizzera. Quando il sacerdote celebrante durante la predica attaccò a parlare uno stretto dialetto del quale non capivo una parola fui pervasa da un senso di smarrimento. Improvvisamente ero esclusa dalla messa, una cerimonia, che, per definizione, dovrebbe essere accogliente e coinvolgente. Poi però pensai che il simpatico prete sapeva di parlare alla sua comunità, e che quindi nel suo utilizzo di una lingua a me ignota, ma cara ai suoi parrocchiani, non voleva allontanare me, di cui ignorava la presenza, ma cementare la sua comunità. E in qualche modo, lo perdonai.
Quando poi mi sedetti a tavola per uno di quei micidiali ricevimenti nuziali che sembrano fatti apposta per scoraggiare anche i nubendi più entusiasti, subito mi accorsi che i miei commensali parlavano tra di loro esclusivamente in dialetto, con il risultato, non so quanto premeditato o solo scioccamente realizzato, di tagliarmi fuori da qualsiasi conversazione nata nelle estenuanti ore mangerecce. In quest’ultimo caso ancor più che nel precedente l’utilizzo di una lingua identitaria diventava strumento cafone di esclusione. E in quel caso, quei maleducati commensali non ebbero il mio perdono.
Mi sono ricordata di questo episodio quando ho letto che al festival di Sanremo sarà consentito cantare canzoni in dialetto. Mi sono meravigliata che l’uso del dialetto (che tanto ha dato alla migliore tradizione della canzone italiana) non fosse ammesso nella più nazional popolare delle nostre espressioni televisive e mi sono dispiaciuta che questa venisse annunciata dal titolo in prima pagina di Repubblica come una vittoria della Lega, partito che del riconoscimento del dialetto come lingua ufficiale ha fatto una delle sue bandiere.
Ora mi chiedo come mai l’espressione del più sincero sentire popolare e tradizionale sia potuta diventare una battaglia di parte invece di essere il riconoscimento di quello che Pierpaolo Pasolini considerava mezzo espressivo autentico e incontaminato, profondamente poetico e quindi universale. Nel rallegrarmi per la vittoria del buon senso in una (ormai spesso banale) gara canora ho provato contemporaneamente un senso latente di pericolo. La paura che l’affermazione del dialetto divenuta battaglia di una parte politico-territoriale si rafforzi come arma minacciosa di una identità figlia dell’insicurezza del cittadino globale. Perché, come scrive il mai abbastanza citato Zygmunt Bauman: “le battaglie di identità non possono svolgere il loro lavoro di identificazione senza essere fonte di divisione almeno quanto lo sono, o forse più, di unione”. Tornando alle piccolezze esperenziali del viver quotidiano, mi ha turbato il pensiero che possa trionfare, come modesta metafora, quella dei commensali comaschi assolutamente incuranti dell’altro da sé – un’ospite che arrivava da un’altra città, diventata “straniera” da rimuovere. Che a forza di cementare vere o presunte identità talvolta costruite ad arte per sfruttarne il facile consenso, si dimentichi l’identità umana che è in fondo il più arricchente lascito di una globalizzazione per il resto così deludente. Che si affermi inevitabile la crudeltà di quell’ultima frase redatta da una mano sapientemente ironica su un manifesto berlinese già 15 anni fa: “Il tuo Cristo è un ebreo. La tua macchina è giapponese. La tua pizza è italiana. La tua democrazia greca. Il tuo caffè brasiliano. La tua vacanza turca. I tuoi numeri arabi. Il tuo alfabeto latino. Solo il tuo vicino è uno straniero”.

SERENA BORTONE

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