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Il ritratto del personaggio della settimana LE PERSONALITA’ DI RUTELLI di Luca Lena

novembre 13, 2009 di Redazione 

Solito, grande pezzo del nostro vicedirettore che oggi affronta la figura complessa del neo-leader di Alleanza per l’Italia. Una figura che Luca Lena definisce con semplicità, e insieme con la solita profondità. Risolvendo quelle contraddizioni e incoerenze politiche che, come per tutti, hanno un’origine (anche) nella formazione di Rutelli. Un ritratto che si distacca dai toni critici con i quali finora abbiamo affrontato il personaggio, e che conferma la grande pluralità del giornale della politica italiana. Come sempre accompagnato dalla bella illustra- zione del nostro Pep Marchegiani. Buona lettura.

Nell’illustrazione di Pep Marchegiani, Francesco Rutelli

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di Luca LENA

Francesco Rutelli si è sempre distinto per quella vena di pacatezza ponderata che tratteggia uno stile raffinato. L’eleganza dei gesti, l’aplomb culturale, il manierismo edificante inculcato dall’agiatezza della famiglia. E’ facile distinguere una figura distintamente edulcorata tra manipoli di azzimate giacche e cravatte. Eppure non è tanto il portamento naturale, la cadenza dei gesti, la sobrietà assonnata che dagli occhi cala una determinatezza vivida, spurgata dal decisionismo iracondo di mezzo parlamento. Ciò che contraddistingue Rutelli è l’opulenza taciturna dei suoi sguardi e la contemporanea dirompenza del percorso professionale. Un sentiero frastagliato, che in molti non faticherebbero a definire incoerente, se non si approfondisse la questione privata di un uomo cresciuto tra i gesuiti e formatosi culturalmente tra i radicali. Un personaggio avvezzo a stravaganze involontarie, che in realtà rappresentano il contraltare genuino nella valle di conformismo pregiudizievole tipico del mondo politico. Come quando si presentò in Quirinale arrivando in motorino per il giuramento al capo dello Stato: le telecamere inquadrarono un giovane e promettente ministro, di bell’aspetto, che non ostentava la ricercatezza erudita del politico in auge, bensì manifestava con scaltra naturalezza uno stato di alienazione cosciente.

La giovinezza comincia tra le mura di una villa della zona EUR a Roma. Il padre, architetto e autore di alcune opere in città, lo educa alle belle arti ed innesca in lui il gusto per l’estetica. L’educazione classicheggiante della famiglia d’alto bordo completerà la costituzione moralmente rigida del Rutelli adolescente. Una crescita improntata su sani principi, oscillanti tra buona educazione e il bigottismo tipico della borghesia cattolica di mezzo secolo fa. Rutelli, però, oltre alle disposizioni familiari sembra essere attratto da antitetiche inclinazioni personali. Non finirà le scuole tra i gesuiti, infatti, ma al liceo classico “Socrate”. Ciò nonostante il padre spinge per la sua iscrizione alla facoltà di Architettura, ma ormai in Rutelli stilla più forte la pulsione per la politica e, la prematura scomparsa della madre, lo porta ad abbandonare gli studi per intraprendere un cammino politico lontano dalle tradizioni familiari.

Conosce Pannella ed entra nei Radicali. Ad appena ventisei anni è già eletto nella segreteria nazionale del partito, rendendosi in seguito protagonista di alcuni episodi di ribellione civile che lo condurranno perfino in carcere. Da qui in poi, infatti, comincia a portare avanti l’espressione ambientalista e di tutela del patrimonio naturale e culturale che nel 1983 gli spalancherà le porte di Montecitorio.

Rutelli è ormai formato e cosciente del proprio credo. Rappresenta l’immagine pulita e decorosa di un giovane mai slavato dalle viziosità infantili ma proteso verso un riformismo dissidente lontano dalle proprie origini. In questa contrapposizione enigmatica e nella volitività delle ambizioni, Rutelli nel 1989 abbandona Pannella e forma i Verdi Arcobaleno, una composizione politica affine ad una moderna visione ecologista. Ma è solo nel 1993 che arriva il primo incarico importante. Ciampi gli affida il ministero dell’Ambiente ma Rutelli si dimette dopo un solo giorno quando scopre che il Parlamento ha negato l’autorizzazione a procedere penalmente contro Craxi.

A fine anno il centrosinistra lo candida a sindaco di Roma contro lo sfidante di Alleanza Nazionale Gianfranco Fini. Riesce a spuntarla al ballottaggio ed a confermare la carica nel 1997, fino ad organizzare la città per il Giubileo del 2000. In tutti questi anni Roma viene riassestata e l’ottimo lavoro eseguito lo porta a candidarsi con l’Ulivo per la presidenza del Consiglio. Ma nel 2001 la coalizione di Berlusconi riuscirà a vincere le elezioni e per Rutelli la scelta cadrà sulla formazione di un nuovo partito: la Margherita, scegliendo di unirsi a Prodi, per le Europee, nella lista “Uniti nell’Ulivo”.

Nel 2006, con il secondo governo Prodi, viene sia nominato vicepresidente del Consiglio, sia eletto ministro per i Beni e le Attività Culturali. Ma con la fine anticipata della legislatura, Veltroni prende in mano il PD e lascia vacante la poltrona di sindaco di Roma. Rutelli sceglie allora di ricandidarsi ma stavolta il ballottaggio gli è sfavorevole e Alemanno riuscirà a superarlo con la lista del centrodestra.

Oggi Rutelli cambia ancora. L’animo in fibrillazione all’interno di un equilibrio esterno apparente. Si chiama “Alleanza per l’Italia” il nuovo partito che dovrebbe inserirsi al centro, laddove sembrano esserci spazi aperti e la caccia alle terre sembra tornata agli albori. Ma nell’essenza dello strappo con il PD vi è la natura coerentemente faziosa di Rutelli. Vicino a posizioni laiche – data la militanza nei radicali – ma sfavorevole all’eutanasia, pur stigmatizzando l’accanimento terapeutico. Cresciuto in un ambiente fortemente cattolico ma sposato con rito civile con la giornalista Barbara Palombelli. Estraneo alle logiche di destra ma armonico con Berlusconi quando definisce “laicismo fondamentalista” il partito di Bersani e “giustizialismo caudillista” quello di Di Pietro. Ogni passo avanti nella sua carriera somiglia ad un salto nel vuoto, un lancio in uno spazio annerito dall’incertezza oggettiva, eppure così nitido nella determinatezza di un uomo granitico e signorile, ribelle e prodigo di un buon senso arrischiato, in bilico sul precipizio dell’irrazionalità, del protagonismo, dell’ascesa vorace al potere, ma in realtà costantemente ammantato da un sapore autentico, che concilia il gusto della passione politica con l’audacia di una sicurezza connaturata nell’infanzia agiata. Un connubio di personalità che hanno plasmato un personaggio irrisolto, irrisolvibile, all’inseguimento della mutevolezza, eppure apparentemente immune a piroette d’invidia o alla ferocia utilitaristica ammorbata in politica.

Di sicuro Rutelli non accetterà di essere una ruota di scorta, un ricambio, un peone al quale affidare un’immagine elaborata ed autorevole. La necessità del cambio, dell’eterna propensione al desiderio è la volontà di seguire un percorso interiore che sin dalla giovinezza l’ha staccato dai formalismi e dalle facili accidie di una società che per lui sarebbe stata facilmente accessibile. E non è nemmeno il potere, né la lucentezza dello scettro a smuovere Rutelli; in questo, soprattutto, sembra rappresentarsi così compatibile con le minoranze. Le minoranze che oggi dicono molto più dei poli omogenei e dispersivi che governano alternandosi e che, nel compromesso di preservare un dogma etico e politico, accettano di veder sfrondate le possibilità di emergere.

Luca Lena

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