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E ogni settimana a teatro con il Politico.it Oggi Federico Betta ci racconta ‘Ingiuria’

novembre 12, 2009 di Redazione 

Il giornale della politica italiana è il giornale del cinema. E del teatro. Tra le pieghe della grande narrazione quotidiana della nostra politica, oltre allo spazio per la (settima) arte che più si avvicina alla politica e che ogni appassionato di politica italiana non può non amare, l’ora della messa in scena. Come per tutto il resto, per il cinema con Attilio Palmieri, per il filone sul Medio Oriente con Désirée Rosadi e Luana Crisarà, e per tutta la squadra della politica italiana, tra redazione e grandi firme, oltre alla matita del nostro Maurizio Di Bona, anche per il teatro il Politico.it mette in campo una tra le firme (appunto) più efficaci e più prestigiose. Per chi ancora non l’avesse fatto, i nostri nuovi lettori in primis, provate a leggere di teatro con Federico Betta: non ve ne staccherete più. Oggi il critico del giornale della politica italiana ci parla di questo spettacolo della Socìetas Raffaello Sanzio.           

Nella foto, l’ingresso del teatro de il Politico.it

INGIURIA. Una sequenza utile per imprecare.

Societàs Raffaello Sanzio/Chiara Guidi, Teho Teardo, Blixa Bargeld, Alexander Balanescu
29-31 ottobre, Teatro Palladium, Roma, www.romaeuropa.net
2 novembre, Teatro Stabile Carignano, Torino,

http://www.teatrostabiletorino.it/index.php?action=view&table=catalog&ID=25

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di Federico BETTA

Ingiuria. Una sequenza utile per imprecare, l’ultimo spettacolo concerto messo in scena dalla Socìetas Raffaello Sanzio, è un urlo al presente.
Grazie alle voci di Chiara Guidi e Blixa Bargeld (fondatore degli Einstürzende Neubauten) il tessuto sonoro costruito sui testi di Claudia Castellucci è un mescolarsi di soffio e violenza, di ferocia e disperazione, di comprensione e distruzione. Un vociare che si confonde col suonare, parole che perdono di referenza per mantenere la consistenza sonora, il senso del discorso che si piega nelle maglie di un ambiente uditivo.
Il flusso delle parole, scomposte in una molecolare frantumazione di suoni della voce, vero protagonista dello spettacolo, si intreccia in uno sciame di trilli e affondi elettrici, di squilli e esplosioni musicali. I musicisti in scena sono Theo Teardo, al basso elettrico e console, e Alexander Balanescu al violino. Alla pronuncia live delle parole della Guidi e di Bargeld, in piedi in proscenio, davanti a due microfoni, si sommano le distorsioni di Teardo, i pizzichi di Balanescu e le basi registrate della voce della Guidi. Un discorso che finisce sempre per deragliare in confusione o, forse, per lasciarsi andare alla deriva.
Alla fine dei 50 minuti di spettacolo, alla prima nazionale al teatro Palladium di Roma, il pubblico è diviso. Chi applaude e chi è freddo, chi esulta e chi vorrebbe imprecare. Chi si è fatto trascinare dalla propulsività sonora e chi ha sofferto per l’uso aggressivo di musicalità elettroniche.
Certo è che la potenza di un lavoro tecnicamente curato, che diventa ingiuria mentre si sottrae all’interpretabilità, che trasforma l’insulto in urlo, non offre molti appigli al pubblico.
Forse, per entrare nello spettacolo senza lasciarsi rapire o farsi respingere, sarebbe comoda qualche categoria interpretativa di origine filosofica. Di quella scuola di pensiero che ha fatto della ‘deriva’ uno strumento di indagine.
La piega, il ritornello, la molecolarità, l’inversione di materia/forma in materialità/forze, il processo, la variazione… un’insieme di parole d’ordine per districarsi dalle maglie avvolgenti del concerto.
“Cane, sciacallo, serpente”, con queste parole, usate come sassi, comincia lo spettacolo che rompe le percezione consolidata per andare avanti, che “conficca la bellezza in una forma distrutta”. E, nonostante la pastosità sonora dell’allestimento al Palladium non abbia facilitato l’ascolto, nelle infinite molecole, nelle forze onomatopeiche scagliate come massi, nell’inesauribile processo di continue variazioni, permane un eco. Nella rottura del continuum, tra le pieghe di parole e suoni, nella modularità della ripetizione che frantuma il discorso, permane al fondo, oppure nell’aria come bagliore di sole, la chiarezza dell’Ingiuria.

Federico Betta

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