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“Recessione è finita”. “Ma no, continua” Come stanno davvero le cose sulla crisi

novembre 12, 2009 di Redazione 

Nelle ultime settimane abbiamo assistito ad un florilegio di dichiarazioni più o meno autorevoli su come stesse andando la crisi economica. Affermazioni decontestualizzate che annunciavano spesso cose diverse. Nel giorno in cui anche la Bce prevede un ritorno alla crescita nella seconda metà del 2010, ma lancia l’allarme-disoccupazione, il giornale della politica italiana cerca di mettere ordine tra i dati e gli annunci, per definire un quadro chiaro. E la sensazione, alla fine, è che non tutti sappiano che pesci pigliare e che si punti sulla persuasione.

Nella foto, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti

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di Luca LENA

L´unica cosa certa, si dice, è che l´economia verrà rivoluzionata, l´approccio al sistema finanziario convertito, la libertà degli operatori di mercato scellerati attenuata in una logica etica più equilibrata. Ridurre l´azzardo, ottimizzare il guadagno fin tanto che il rischio di perdita risulti più piccolo della responsabilità di chi se ne incarica. Oltre a dichiarazioni sistematiche, in questi mesi sono emersi termini tecnici che hanno iniziato a passare sotto gli occhi dei non addetti ai lavori. Poiché la crisi globale ha innescato una globale ricerca di conoscenza, per timore di rimanere sprovveduti, per capire qualcosa che comunque non può essere controllato dall´esterno ma che riguarda da vicino chiunque. Sin dai mutui subprime, descritti come il virus che ormai dilaga in tutto il mondo e che pare aver cessato di modificare il proprio ceppo, con la crisi originata dall´eccessiva concessione di prestiti a clienti verso i quali non si è appurato con dovizia di particolari l´effettiva capacità di copertura del debito. L´innesco da un atollo finanziario-economico è arrivato a toccare l´apice con il simultaneo aumento dei tassi d´interesse, combinato alla diffusione dei piani di rimborso a tasso variabile. Fin qui l´interesse del comune cittadino, si inserisce, a fatica, in un contesto astruso e poco coinvolgente, ma concepibile nella necessità di rimanere avvinghiati al decorso della malattia. Eppure, ciò che eminenze dell´economia ci insegnano è che la colpa e gli effetti della crisi globale riguardino non già un meccanismo tecnico in cui chi vi ruota non può che assecondare il moto, bensì la scaltrezza e la mancanza di scrupoli di alcuni broker coscienti del rischio di affibbiare migliaia di mutui a tasso variabile per ottenere pingui commissioni. Pare esserci una fonte etica alla base di un processo che sfronda le concretezze reali di qualsiasi famiglia. E dunque, il nuovo dizionario economico, l´innovazione etimologica di termini inusitati per la maggioranza della popolazione, somiglia a inutili prescrizioni, diletto per l´ingegno e la curiosità, non certo a regole auree per comprendere e gestire la crisi.

Se infatti da mesi si rincorrono notizie altalenanti che annunciano ripresa e rallentamento, fiducia e attesa lungimirante, pacato ottimismo e incertezza, i numeri che dovrebbero sostenere tali tesi sono più che mai ardui da convertire. Anch´essi, infatti, – così come l´origine della crisi appare radicata in principi astratti – forniscono la linea guida di un sentiero che deve essere percorso per avviare una ripresa. I recenti dati Ocse che enunciano un incremento di 1,3 punti nell´area euro e una crescita su base annua per l´Italia di 10,8 devono essere letti come uno stimolo a sostituire tale ottimismo in fiducia a ripartire. Poiché la crisi, per quanto combattuta possa essere a livello macro, deve riflettere un rispettivo recupero a livello microeconomico. E qui si spiegano le incongrue smentite di dati e statistiche che cercano in tutti i modi di informare la popolazione con la più veritiera freddezza, e allo stesso tempo di non fomentare la corsa al risparmio che riduca i consumi. Ecco perché qualsiasi percentuale viene oggi interpretata con lo stesso sospetto e venefico astio che le banche, capro espiatorio, hanno raccolto dal sentore pubblico in questi mesi.

Intanto, il tasso di disoccupazione per l´Istat attesta 1,8 milioni di senza lavoro, con 23 milioni di occupati che il ministro Sacconi attribuisce ad una più elaborata comprensione della crisi. Già, perché questa crisi continua ad oscillare in un contesto teorico e sensoriale che rinvigorisce il clima di attesa per qualcosa che ancora non si è capito. Visto ch l´ottimismo di alcuni istituti di ricerca si scontra con le affermazioni di autorevoli esponenti politici, come ad esempio Almunia, commissario europeo per gli Affari Economici e Monetari, il quale prevede una riduzione del tasso di disoccupazione solo a partire dal 2011.

In questo clima di incertezza, sembra sia proprio la confusione, l´imbottitura di notizie e proclami, l´arma preferita della classe dirigente e degli esperti nel settore. Impossibilitati a trovare una panacea che non esiste, l´unico rimedio pare quello della saturazione informativa, del martellamento mediatico con attestati di fiducia che nella maggior parte dei casi riguardano una percezione suggestiva dal mezzo stesso di comunicazione. Altri si sono avventurati in confronti filosofico-politici sulla necessità di abbandonare la concezione capitalistica di una economia che ha fallito, così come un tempo fallì il centralismo e la pianificazione statale sovietica. In questo senso si è mosso Obama, nazionalizzando alcuni colossi bancari e sovvenzionandone altri, rischiando inevitabilmente di deresponsabilizzare gli artefici della crisi. Così in Italia, sono stati offerti i cosiddetti “Tremonti Bond”, contributi usufruibili dalle banche a patto che garantiscano credito alle medie-piccole imprese.

Ma dietro ai tentativi di debellare la malattia economica, affiorano vite di giovani in cerca di lavoro e di un mercato cristallizzato in una precarietà già insostenibile perfino in una situazione di dinamica mobilità. In questo senso, l´assennato ottimismo di Napolitano, né quello spavaldo di Berlusconi possono restituire un riscontro affidabile sulla crisi. La recessione che mesi fa doveva toccare solo alcuni apparati sociali, oggi si scopre incidere perfino negli ambienti di lusso. Le imprese continuano a chiudere, i lavoratori si aggrappano a mestieri che non garantiscono più alcuna sicurezza e le situazioni di cassa integrazione aumentano vertiginosamente. In più, cercare un corrispettivo statistico con validità universale sembra davvero un vacuo gioco matematico. Senza considerare che, con buona dose d´ironia, la stessa Istat, cui solo oggi sembra affidarsi ciecamente Sacconi, ha affidato ad un´impresa privata alcune fasi di rilevazione della forza lavoro, lasciando a piedi centinai di precari che, in questi anni, della disoccupazione avevano solo raccontato i numeri. Adesso di quei numeri fanno parte, così come si insinuano tra le melliflue maglie della fiducia le difficoltà delle imprese ad evitare licenziamenti.

Intanto, se per la FAO l´indice di povertà è cresciuto sino a superare il miliardo di persone, per Brunetta l´Italia sarebbe un´isola felice. Dalla crisi, secondo il ministro, al netto di cassaintegrati e disoccupati il potere d´acquisto è aumentato del 2%. Mentre Lombardia e Piemonte rappresentano il 60% della cassa ordinaria dell´automotive. E proprio nell´industria metalmeccanica le ore di cassa integrazione sono aumentate del 1000% secondo la Fiom.

La situazione è dunque delicata. Le dichiarazioni che provengono da campionature mai accessibili all´opinione pubblica e le metodologie di sondaggio non riescono a definire l´atmosfera vacillante del paese Italia e del resto del mondo. Così come la crisi è nata attraverso un cortocircuito antropologico piuttosto che tecnico, adesso la soluzione si ricerca nella persuasione collettiva, come se alla fine della patologia potesse corrispondere un immediato recupero delle forze.

Luca Lena

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