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Ogni settimana al cinema con noi Ecco “This is it” di Fabrizio Ulivieri

novembre 11, 2009 di Redazione 

Tra una e l’altra delle grandi recensioni-guida del nostro Attilio Palmieri, il giovane e talentuoso critico cinematografico del giornale della politica italiana, le note sui film del grande scrittore fiorentino, in esclusiva per il Politico.it. Nel cuore della narrazione quotidiana della nostra politica, il sogno del cinema, l’arte che più di tutte si avvicina al senso della politica stessa e che ogni appassionato di politica italiana non può non amare. Oggi è la volta di Kenny Ortega e del suo film-documentario sull’ultimo, grande concerto (poi mai realizzato) di Michael Jackson. Buona visione.

Nella foto, Michael Jackson in “This is it”

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di FABRIZIO ULIVIERI

Non so perché ma ogni volta che vedo un film sul rock, io, abituato alla solitudine dello scrivere, imparo il lavoro collettivo. Il rock è veramente un fatto collettivo, di equipe, di massa, di persone che collaborano a finalizzare lo show, un progetto di due ore tutt’al più.
Costruire uno show su Michael Jackson per Kenny Ortega ha significato costruirlo sul suo corpo. Il corpo di Michael è il pilastro, il centro ed il fulcro dello spettacolo. Tutto il resto è un’estensione del suo corpo: i ballerini, i musicisti, i coristi, le luci, la regia. Tutto gira intorno a questa macchina formidabile che è il corpo di Michael. Il corpo e la voce. Le mani soprattutto. Le mani di Michael sono meravigliose: si agitano, fremono, si contorcono, vibrano, ammiccano, rapiscono, accompagnano ed amplificano la voce, irretiscono lo spettatore, lo catturano e lo trascinano.
Io non so, se Michael non fosse morto, come davvero sarebbe stato questo show dal vivo, di cui il film raccoglie ore di prova filmate durante la messa a punto dello show e le condensa intorno ad un corpo capace di muovere tutto e di far girare intorno a sé uno spettacolo di dimensioni mastodontiche, dai costi astronomici, improntandolo al più stereotipato gigantismo americano cartonato, tutto effetti speciali ma con gli spruzzi noir da day after di Thriller e Billie Jean.
Non lo so. So però che Kenny Ortega ha fatto un bel lavoro. Un film che vale la pena di vedere.
E tuttavia il film alla fine lascia un po’ freddini. Mai decolla e trascina come invece era capace di fare Shine a light il film di Martin Scorsese sui Rolling Stones, che ti costringeva a saltare sulla poltroncina. Forse è colpa dello show, dove tutto sa di troppo professionismo, di precisione meccanica, di dettagli curati e limati in modo maniacale che qualche volta finiscono per annacquare e imbrigliare il corpo di Michael Jackson. Un corpo che negli anni ha saputo costruire se stesso fino a diventare la più grande macchina umana dell’ entertainment.

        -          E’ il più grande entertainer del mondo! – dice un chitarrista di Michael.

E davvero lo era.

FABRIZIO ULIVIERI

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