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L’editoriale. La caduta del Muro e le sue macerie di P. F. Quaglieni

novembre 9, 2009 di Redazione 

Nel giorno del ventennale della fine della divisione tra Est e Ovest tutti i grandi quotidiani ricordano il 9 novembre 1989. Il giornale della politica italiana cerca di farlo dando qualcosa più degli altri, come sempre: e lo fa affidando il suo commento principale al grande professore e storico contemporaneo, fondatore con Arrigo Olivetti e Mario Soldati del Centro di studi e ricerche Pannunzio di cui oggi è presidente, che comincia così la sua collaborazione con il Politico.it. Quaglieni analizza la caduta del Muro vent’anni dopo e guida i nostri lettori, in particolare i più giovani, alla scoperta del valore, attuale, di quel momento storico. Vedete il giornale della politica italiana: sempre più esponenti della cultura, del mondo dell’università e della ricerca scelgono il Politico.it come luogo privilegiato per il loro impegno pubblico attraverso la parola. Pietro Ichino, tra i più giovani e promettenti il nostro Attilio Palmieri che scrive e studia brillantemente di cinema, e un giorno sarà un grande professore; Fabrizio Ulivieri. Promesso: altri se ne aggiungeranno. Faremo sempre più di questo giornale il giornale della cultura, dell’università e della ricerca che sono il futuro della politica italiana e del nostro Paese. Il giornale della politica italiana come sempre anticipa i tempi e indica la strada alla nostra politica. Il professor Quaglieni sulla caduta del Muro, dunque. Sentiamo. 

Nella foto, 9 novembre 1989: la “conquista” del Muro e della Libertà

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di PIER FRANCO QUAGLIENI

Con il crollo del Muro di Berlino, vent’anni fa, il 9 novembre 1989, crollò il comunismo “reale” che si rivelò incompatibile con la Perestroika e la Glasnost di Gorbaciov e cadde per un’implosione interna dovuta soprattutto ad un’economia collettivista in sfacelo.

Dopo il 1989 una parte delle macerie di quel Muro cadde però anche in Occidente, in particolare in Italia dove le picconate di Cossiga, la pavidità e la disonestà di molti politici, le vicende di Tangentopoli e l’azione della Magistratura fecero sì che crollasse la prima Repubblica che ci lasciò in eredità un debito pubblico da brivido, ma che fu anche quella che scrisse la Costituzione e che fu protagonista della ricostruzione del Paese dopo la guerra, della scelta atlantica, della scelta europea, del miracolo economico.

L’anomalia tutta italiana è stata caratterizzata dalla fine dei cinque partiti che avevano garantito al Paese decenni di stabilità democratica in un quadro di sicurezza europea. Il Pci, cambiando nome, si salvò dal crollo del Muro, ma la sinistra nel suo complesso non si rivelò capace di trarre da quell’evento conseguenze di portata davvero storica: fino al 2008 infatti due partiti comunisti erano ancora al governo del Paese insieme al Pd. In qualche misura quelle macerie continuano a pesare nella vita italiana ed è da quelle macerie che è nata la “discesa in campo” di Berlusconi. Forse il Pd, solo a vent’anni di distanza da quegli eventi, sta incominciando a fare i conti con l’eredità di un passato comunista da cui non solo prendere le distanze, perché il comunismo è morto, ma da cui trarre tutte le conseguenze che ciò comporta: l’egualitarismo massificante delle società comuniste si è rivelato del tutto contrario ai valori più elementari della persona e dei diritti inalienabili dell’uomo. Al contrario, è balzato evidente che la libertà intesa come valore più importante della eguaglianza (per dirla con Karl Popper) è divenuto il punto di riferimento irrinunciabile per delle “società aperte” totalmente alternative a quelle connotate dalle divisioni soffocanti imposte da muri (comunque configurati) di cui quello di Berlino è stato l’emblema.

Con il crollo del Muro c’ è stata una rinascita dell’idea liberale che sembrava essersi appannata, se non addirittura eclissata, nella seconda metà del ’900, anche se tra mille contraddizioni e contraffazioni perchè il vero liberalismo è merce rara, mentre i generici richiami ad esso si sono rivelati spesso strumentali e frutto di sostanziali fraintendimenti.

Barbara Spinelli ha scritto che le macerie del Muro sono crollate sulla sinistra ed è sicuramente vero, se si guarda alla realtà europea in cui persino le socialdemocrazie – che nulla hanno a che fare con il comunismo – risultano in crisi. Non corrisponde al vero il ragionamento della Spinelli per ciò che riguarda l’Italia, perchè a pagare le conseguenze della caduta fu proprio quella classe dirigente che, bene o male, seppe ancorare l’Italia alle scelte occidentali nel 1948 e negli anni successivi, malgrado i deliri ideologici del ’68 e quanto da esso derivò. Una classe dirigente che certo non fu sempre all’altezza del suo compito storico, ma che, complessivamente, va giudicata in termini più positivi di come è stata frettolosamente liquidata, confondendo i giudizi della storia con quelli giudiziari.

Vent’anni si sono rivelati insufficienti per “risistemare” la politica russa ed anche quella italiana: la democrazia in Russia quasi non c’è e la democrazia in Italia è molto meno democrazia di quanto lo fosse nel 1989.

Forse è solo la Germania ad essere riuscita, malgrado la difficile unificazione con la repubblica tedesca dell’Est (che Alberto Ronchey ha recentemente paragonato ad un’”industria dissestata” che è stata assorbita, unico caso nella storia, da un altro Stato), a liberarsi dalla macerie del Muro e ricostruire una nazione che, pur fra tanti problemi, ha recuperato un’anima rivelatasi storicamente superiore alle ideologie e al disastro della sconfitta hitleriana nella II guerra mondiale. Gunter Grass ha scritto recentemente che l’unificazione c’è solo sulla carta, ma in effetti questa affermazione non è affatto vera, anche se i problemi dell’unificazione tra le due Germanie sono stati e continuano ad essere notevoli.

Ma c’è anche un altro aspetto importante. Frank Hauke ha scritto: «Se uno rovescia il numero 68, compare l’89. Per rompere i tabù filosofici dei sessantottini, per ribaltare l’eredità che loro hanno creato – per tutte queste ragioni – l’89 ha un enorme potenziale». Può essere una chiave di riflessione importante, al di là dell’aspetto scherzoso della battuta, perché la caduta del Muro segna la sconfitta storica di una delle ideologie presuntuose e sanguinarie del secolo scorso che, come osservò vent’anni fa Nicola Tranfaglia, tornava ad essere un’utopia.

Ma, come sappiamo, il socialismo scientifico di Marx – secondo il filosofo-economista – sarebbe dovuto essere l’esatto opposto dei vari socialismi utopistici del primo ’800. Sicuramente Marx, sentendo collegare il suo socialismo all’utopia, che si è inverata storicamente attraverso la pratica del leninismo e del maoismo, si sarebbe rivoltato nella tomba. Ma forse si sarebbe rivoltato nella tomba, anche vedendo come venne interpretato e praticato il suo pensiero in Russia, in Cina ed a Cuba perché è storicamente improponibile confondere il pensiero di Marx con la realizzazione del socialismo reale, anche se il socialismo marxiano, neppure quello del giovane Marx, tanto celebrato in passato – va ribadito con chiarezza – non rivela certo una sensibilità nei confronti del valore della libertà e di quello della democrazia intese in una linea di discontinuità storica con il giacobinismo della Rivoluzione del 1789. Questo richiamo alla grande Rivoluzione ci portebbere lontano e ci indicherebbe altre riflessioni.

Il crollo del Muro può essere infatti motivo di tante riflessioni. Noi abbiamo cercato di sollecitarne alcune, ma il dibattito resta aperto perchè da quel 9 novembre 1989 la storia del mondo non è più la stessa anche se le difficoltà ad imprimere una svolta restano forti anche oggi perchè la storia va sempre considerata sui tempi lunghi e non su quelli brevi come invece tende a fare la politica.

PIER FRANCO QUAGLIENI

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