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Buttiglione a il Politico.it: “Udc con Pdl se non tocca la Costituzione”

novembre 6, 2009 di Redazione 

«C’è una comunanza naturale, sia- mo tutti nel Ppe, ma prima bisogna chiarire le intenzioni. D’Alema? Ho detto ai polacchi che sarebbe un buon ministro degli Esteri. In Piemonte votiamo solo Chiamparino». A cuore aperto, il vicepresidente della Camera e presidente dell’Unione di centro si confessa in esclusiva per il giornale della politica italiana. Assolutamente da non perdere.

Nella foto, l’onorevole Rocco Buttiglione

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di Ginevra BAFFIGO

Onorevole Buttiglione, in questi giorni si registra un gran fermento per le prossime Regionali. Casini dice: meglio soli che male accompagnati, ma sì alle eccezioni. Sembra delineata ad esempio l’eccezione del Piemonte e la preferenza, da parte vostra, per il sindaco di Torino.
«Chiamparino sarebbe un bel candidato. Chiamparino è un candidato che noi potremmo votare. Su questo nome un accordo con il Pd sarebbe possibile. Su altri, no. E’ difficile che chi ha rappresentato una stagione della politica italiana, possa ugualmente rappresentarne un’altra».

Contesi da Pd e Pdl, più in generale avete ribadito la volontà di fare corsa autonoma. Berlusconi indica però come vostra collocazione naturale il centrodestra.
«Noi siamo al centro. E’ vero, in Europa il centro per lo più è alternativo alla sinistra. Anche se in circostanze particolari si può alleare con la sinistra, come è avvenuto in Germania con la Grosse Koalition. Il problema è Berlusconi. Se Berlusconi ha un progetto politico volto a cambiare la Costituzione… esagero, credo che non lo abbia, spero che non lo abbia. Ma a volte dà l’impressione di averlo. Se volesse andare ad elezioni anticipate per chiedere al popolo un mandato e cambiare la Costituzione, umiliare la magistratura, rafforzare in modo sproporzionato i poteri del capo del Governo e svuotare il Parlamento, non ci possiamo stare. Se lui avesse una differente linea politica, il dialogo sarebbe per certi aspetti naturale, siamo tutti nel partito popolare europeo, ma prima vanno chiarite le intenzioni politiche».

Stasera però il premier cenerà con Casini e Cesa, e sembra intenzionato a sondare non solo la vostra disponibilità sul fronte delle Regionali ma anche un eventuale rientro, prossimo venturo, dell’Udc nella coalizione.
«Mi pare che sia correre troppo. La cena è importante, purtroppo non potrò esserci e mi dispiace. Sarà importante per ricostruire rapporti, chiarire equivoci, riprendere un dialogo, forse scambiare delle opinioni importanti sulla situazione generale ed anche sulle Regionali. Però, come ho detto, c’è una questione assolutamente preliminare ed è una questione di linea politica. Berlusconi cosa vuole fare? andare a elezioni anticipate contro la Corte Costituzionale? Su quella linea non ci troverà. Poi, è stato lui ad aver rotto l’alleanza con noi affermando il suo progetto politico: due soli partiti in Italia. Ovvero: l’Udc avrebbe dovuto sparire, la Lega federarsi con il Popolo della Libertà, l’Idv confluire nel Partito Democratico. Gli elettori hanno deciso però che l’Udc aveva diritto a restare in Parlamento; l’Idv non ha aderito al Pd; la Lega non si è federata con il Pdl. A questo punto qual’è il progetto politico di Berlusconi? E’ un progetto politico che vuole ridurre per forza i partiti italiani a due? Qual è il ruolo che Berlusconi dà al Centro nella sua visione politica attuale? Andrebbe chiarito. Come fare altrimenti un’alleanza senza una preliminare convergenza su una visione generale? Poi, andrebbe accertato il tipo di riforme istituzionali che vuole fare: ricondurre la magistratura nel suo alveo costituzionale o creare una dipendenza di fatto dalla amministrazione politica? Rafforzare moderatamente le funzioni del capo del governo, come è giusto, o farne un dittatore democratico? Prima di pensare alle alleanze vanno chiariti questi punti, e non so se una cena possa bastare».

Intanto alla Costituente di Centro aderiscono in molti provenienti dai due partiti maggiori ed altrettanti sembrerebbero in procinto di farlo. Lei, ad esempio, ha fatto il nome, da destra, di Micciché.
«Non ho detto che Micciché vuole far parte della Costituente di Centro. Parlavo di Micciché per dire che esistono appunto fenomeni disgregativi nel Pdl, con una portata pari o maggiore di quelli presenti nel Pd, di cui citavo Rutelli. Mi sembra che oggettivamente tutto indichi un cambiamento, un riallineamento. Questi due partiti sono due grandi prigioni e la gente sta battendo la testa contro il muro di queste prigioni. Poi che trovino la porta per uscire e che vengano da noi sarà una fase successiva. Rutelli in effetti è uscito ed ha iniziato un dialogo, che noi portiamo avanti rispettosamente comprendendo che ha bisogno di definire il proprio progetto. Sperando, anzi nutrendo la forte convinzione, che questo progetto risulterà compatibile con il nostro e che ci permetterà di lavorare insieme in una coalizione più grande. Non avrebbe senso per Rutelli fare un piccolo partito di centro. Ha senso che insieme si fondi un grande partito di centro».

Che tempi e modi prevede?
«Io sono dell’avviso che dobbiamo guardare con grande attenzione all’amicizia con Rutelli, ed anche rispettare i tempi della definizione della sua posizione e del movimento a cui vuole dar vita. Certo, le nostre liste saranno aperte e saremmo molto lieti di fare la battaglia delle Regionali assieme. Convergeremo probabilmente sui nomi dei candidati. Potremmo presentarci con liste apparentate o in alcune regioni, se volesse portare i suoi amici entro le nostre liste, saremmo ben lieti di accoglierli. Dobbiamo essere molto disponibili, totalmente aperti, sinceramente amichevoli e non prevaricatori sui tempi di cui ha bisogno».

Ma alcuni contatti ci sono stati anche con Gianfranco Fini. Con i finiani del Pdl intanto, vede possibili convergenze nel breve periodo?
«”Never say never”! Mi sembra che con noi esistano grandi elementi di convergenza ma anche grandi differenze, dovuti a due tradizioni politiche ben distinte. Loro sono la destra. Una destra democratica, una destra che deve ridefinire la propria identità, ma che vogliano confluire al centro con noi mi pare poco probabile. Senz’altro vi è il disagio per quella costituzione materiale, affermata da Berlusconi, che non corrisponde alla Costituzione vigente. Qui, la grande eredità positiva che Almirante ha lasciato all’Italia, è l’amore che questa destra ha per il Parlamento. Almirante portò i fascisti in Parlamento ed insegnò loro ad amarlo ed ad amare la tutela dei diritti delle minoranze, tra l’altro perché loro stessi erano una minoranza. Oggi sono disorientati di fronte all’idea di una riforma costituzionale che miri a dare tutto il potere ad un uomo solo, o meglio troppo potere, non tutto, ad un uomo solo. E così difendono la centralità del Parlamento. Fini poi è chiamato a farlo per ragioni istituzionali, essendo presidente della Camera dei deputati, non può contribuire alla demolizione di questa istituzione e su questo le convergenze fra noi e loro sono fortissime. Che questo poi possa preludere a fare un partito insieme domani direi di no, e nemmeno dopodomani».

Pare chiaro da ciò che dice che ciò che unisce l’opposizione a Berlusconi è oggi soprattutto la contrarietà al suo disegno di riforma delle istituzioni, se così possiamo chiamarlo. Da ultimo c’è la proposta dell’elezione diretta del capo del Governo.
«Sono contrarissimo, perché esistono nel mondo sistemi democratici presidenziali, con un presidente della Repubblica eletto dal popolo e che contemporaneamente è il capo dell’Esecutivo. E’ un modello istituzionale che ha dei contrappesi: come ad esempio negli Stati Uniti vi è la Camera dei deputati, un forte Senato, fortissime autonomie locali ed infine una Corte Costituzionale assolutamente indipendente, i suoi membri sono eletti a vita proprio per sottrarli ad ogni tipo di pressione o ricatto. E’ un modello che può piacere o meno, ma ha di certo una sua coerenza. Altri sono i Governi parlamentari, dove il Governo trae la sua forza dalla legittimazione parlamentare. Il capo del Governo è eletto in Germania dal Parlamento, in altri casi è scelto dal capo dello Stato, ma riferisce comunque ai parlamentari. In questi sistemi si può rafforzare il ruolo del capo del Governo. Si può e l’Italia ha un capo del Governo istituzionalmente troppo debole. Parliamone. Ma non potrà mai essere eletto direttamente dal popolo. Perché immaginate un capo del Governo che non riesca a mantenere insieme la sua maggioranza, o che non abbia una maggioranza. L’unico Paese che tentò di farlo fu Israele, e se ne pentì subito. Non facciamo in Italia esperimenti azzardati. Cancellierato sì, come in Germania. Repubblica presidenziale come in America, no. Non corrisponde alla nostra storia. Ma l’ipotesi di un’elezione diretta del capo dell’Esecutivo in un sistema parlamentare è sicuramente destinata ad avere conseguenze pessime».

Veniamo invece alle questioni reali, quelle che interessano i cittadini. Stiamo fronteggiando bene, la crisi, a suo modo di vedere?
«Dubito fortemente. Il Governo ha scelto una linea: niente spese, non aumentiamo le tasse. Si spera che sia la ripresa internazionale a tirarci fuori dalla crisi. Ci sono degli aspetti positivi, perché dentro l’euro reggiamo bene, le aste dei buoni del Tesoro vendono bene, a tassi bassi, la finanza pubblica italiana peggiora, naturalmente, ma siamo in crisi. Lo stimolo allo sviluppo è ciò che manca. Soltanto un documento, proposto dal Pdl, si muoveva in tal senso, ma è stato subito ritirato, e rifiutata la paternità. Così la discussione si è chiusa prima ancora di aprirsi. Io penso che una linea politica diversa sarebbe stata possibile ed in parte lo è ancora. C’è stato un momento in cui se l’Italia avesse fatto una grande riforma, abbassando le tasse, riducendo le aliquote e contemporaneamente aumentando la repressione contro l’evasione fiscale, nessuno avrebbe protestato. Entro tre/cinque anni ci sarebbe stato un gettito maggiore che avrebbe compensato l’abbassamento delle aliquote, e si sarebbe potuto fare un nuovo patto fiscale con gli italiani, cosa di cui abbiamo ancora un fortissimo bisogno. Bisogna che tutti paghino le tasse, ma anche che queste siano più basse. Oggi è più difficile, la Banca Centrale Europea è più nervosa, invita a rientrare dai deficit eccessivi, contratti in recessione. Però si potrebbe ancora fare qualcosa».

Cosa?
«La Germania ha un programma che prevede 24 miliardi di riduzione delle tasse, non prevede invece 24 miliardi di tagli alle spese. Se avessimo fatto quella scelta allora, sarebbe stata un buona scelta, il Governo però non ebbe il coraggio di farla. Poi credo che ci sia il bisogno di dare un segnale alle famiglie, che oggi soffrono di una gravissima iniquità fiscale. Chi ha una famiglia da mantenere paga le tasse come chi non ce l’ha; a parità di reddito uno è ricco e l’altro è povero, pagano le stesse tasse ed è incostituzionale. Ci vogliono misure sostanziali a sostegno delle famiglie. Una l’abbiamo proposta noi, non costa tanto, 2 miliardi e mezzo di euro circa, il Governo ha promesso di fare qualcosa per le famiglie. Finora però non ha fatto niente. E’ tempo di cominciare».

Che ne pensa della candidatura di D’Alema a ministro degli Esteri europeo?
«Proprio in queste ore sto parlando con i miei amici polacchi, convincendoli che Massimo D’Alema sarebbe un buon ministro degli Esteri. C’è stata una levata di scudi, c’è chi ha detto di far ripartire il caso Buttiglione. Io ho detto di no, noi non ragioniamo così. Secondo noi è una buona candidatura. Detto questo credo che siamo stati un po’ imprudenti nel buttare il candidato nell’agone senza avere troppe garanzie. L’Europa ha un suo manuale Cencelli anche più rigido di quello italiano e quello è un posto che tocca alla Gran Bretagna. Spero perciò che ci siano state le rassicurazioni sul fatto che la Gran Bretagna non sia interessata, altrimenti vi sarebbe il rischio di un’umiliazione. Se Miliband dicesse di sì, o se venisse ritirato questo nome per farne un altro, Johnson ad esempio, rischieremmo di fare una brutta figura. Non c’è sicurezza per D’Alema, ci sono altri nomi autorevoli, però abbiamo delle buone carte da giocare».

Dall’Europa arriva la sentenza sul crocifisso e su questo la politica italiana ha ritrovato l’unità, difendendo il simbolo della nostra tradizione e dei cristiani.
«Uno dei più grandi antropologi culturali del recente passato storico delle religioni, ha detto che lo spazio si ordina sempre a partire da un centro ed il centro è sempre un centro sacrale. Lo spazio non è una cosa neutra, è piuttosto pieno di valori che infonde alla comunità che in esso si esprime. E’ giusto che lo spazio sia pieno di simboli, non vogliamo uno spazio vuoto, anonimo, non abitato. Un grande poeta diceva: perché vivete vicini gli uni agli altri? Per fare soldi gli uni a danno degli altri? Direte che questa è una comunità? Il rischio è di volere come spazio unico valore riconosciuto la moneta ed i suoi equivalenti. E quindi è giusto che vi siano simboli culturali e religiosi in uno spazio pubblico. La sentenza è aberrante, la Corte di Strasburgo non può darci divieti. Questa non è la difesa di un diritto di libertà. Se in una scuola ci fossero un certo numero di islamici, un certo numero di ebrei, sarei favorevole a mettere nello spazio pubblico i simboli del loro credo religioso, perché no? Dobbiamo farlo in modo ragionevole o al limite possiamo anche decidere di non esporre nessun simbolo religioso, ma dobbiamo farlo noi. Dobbiamo educare a rispettare i simboli, non toglierli. Ma che qualcuno possa sentirsi offeso da un simbolo religioso a me sembra l’espressione più evidente dell’odio antireligioso e dell’intolleranza. Stiamo attenti perché anche in Germania, anche in Russia, hanno iniziato con il togliere i crocifissi dalle scuole ed hanno finito con il perseguitare i cristiani e gli ebrei».

Oggi c’è anche il Ku Klux Klan, che arriva in Italia. Che si sta facendo per contenere questi fenomeni?
«Per limitarlo nulla, per incentivarlo tanto. Questa sentenza è come mettere in mano a questi qui armi micidiali. Questi sono comunque fenomeni ultraminoritari, il Ku Klux Klan in Italia le radici non le ha ancora messe, ma esiste un humus dove potrebbe farlo. Evitiamo di concimarlo. E’ il minimo».

Su internet, sui loro siti, parlano di ridare la penisola agli ariani.
«Ecco cita internet, dobbiamo fare una riflessione su questo. Non è pensabile che Internet sia uno spazio fuori dalla legge. Sul web non si può incitare all’odio contro altri esseri umani per motivi di religione, di razza, di differenza sessuuale o altro. Non può esserci chi chiama al sangue. Questo è punito dalla legge, non può esserci un’immunità per internet. Ci sono stati tuttavia molti interventi, anche a livello europeo, soprattutto per la pedopornofilia. Ma dobbiamo affermare un principio generale. Il tema della di legislazione di internet, in senso ampio, è un tema sul quale si potrebbe fare di più, ma non si può neppure dire che non si sia fatto nulla».

Chiudiamo con il caso Marrazzo. Che giudizio ne dà?
«La questione è complessa. Abbiamo anzitutto il lato umano. E devo dire qui la mia grande ammirazione per la signora Serdoz, io in un caso analogo vorrei comportarmi come lei, e non so se ne sarei capace. Il Vangelo dice “opportet ut scandala veniant”, c’è anche un dato di verità che si libera, ma questa signora ha dato una lezione a tutti noi e credo che sia il caso di meditare.
Poi ci sono diversi elementi, c’è un clima culturale di relativismo morale, in questo non si può pensare che i politici restino integri e puri e su questo non si può fondare la democrazia. Come si può resistere all’abuso di potere, alla corruzione, alla violenza, quando si è in grado di usare violenza senza poi subire punizioni? Questo quadro politico è il frutto di una cultura del relativismo morale. Dal punto di vista prettamete politico, ci avevano promesso che il bipolarismo avrebbe liberato la politica dalla corruzione, ma questa è più corrotta di prima. Spesso la base della corruzione è la Sanità: comprano un pezzo di politica da un lato, uno dall’altra, e chiunque vinca le elezioni loro rimangono al posto loro. Bisognerebbe fare qualcosa per dar vita ad un nuovo sistema politico, ad una nuova classe dirigente, che oggi non viene selezionata ma scelta a caso. Bisogna ricostruire la pubblica amministrazione. In questo paese non c’è politica. I politici italiani non vogliono fare politica, mi spiego: la politica è l’indicazione di un progetto teso al bene comune del Paese. I politici italiani vogliono piuttosto gestire e quindi: decidere chi vince i concorsi, prescindendo dal merito, ma sulla base delle iniziative di partito o su legami di fedeltà personale; decidere chi vince gli appalti, aggirando le regole europee. Vogliono gestire, ed invece il principio fondamentale dovrebbe essere: il politico dà l’indirizzo politico, la gestione la fa pubblica amministrazione, con criteri di imparzialità e con il controllo della legge. Questo è il nodo, noi abbiamo umiliato la pubblica amministrazione, li chiamiamo “fannulloni”, alcuni lo sono, ma molti no. Abbiamo permesso a molti di passare davanti ad un mare di gente per meriti politici. E qual è il merito politico? Perché non sottraiamo ai politici la nomina dei vertici delle Asl, e facciamo nominare da commissioni composte da esperti universitari, del mondo extra universitario, inserendo anche qualche esperto straniero, estranei perciò a possibili patteggiamenti italiani?».

Ginevra Baffigo

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