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Il ritratto del personaggio della settimana. Il centro-boa Mastella

novembre 6, 2009 di Redazione 

E’ il momento della “fotografia” del venerdì, che ritrae questa volta l’ex leader dell’Udeur. Un pezzo ironico, divertente, brioso, da leggere con piacere, accompagnato come sempre dall’illustrazione del nostro Pep Marchegiani. Buona lettura.

Nell’illustrazione di Pep Marchegiani, Clemente Mastella

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di Luca LENA

Quando è riapparso al centro della scena è stato un po’ come rincontrare un vecchio amico caduto in disgrazia, da tempo allontanatosi da tutto per riabilitare se stesso. La sensazione che affiorava nel leggere il nome sui giornali o nel vederlo manifestare un sorriso ingrassato dall’astinenza mediatica era similare a quella seriosa del 2008, quando accese la crisi di governo innescando la caduta dell’ultimo Prodi. Così, la vicenda degli appalti e assunzioni irregolari in Campania ha coinciso con la ricomparsa improvvisa della travagliata famiglia Mastella, che dopo mesi di oblio si è trovata a presenziare un’inchiesta di proporzioni smisurate. In realtà l’ex ministro della Giustizia aveva già prodotto un mezzo volo pindarico, ottenendo l’elezione in Europa, nuovamente accorpato nei congegni berlusconiani.

“Senza apparati, senza accordi, né sponsor politici, ce l’ho fatta”. Queste le parole di Mastella subito dopo l’ufficialità dell’elezione, occhi lucidi e parole orgogliose, a rappresentare malignamente la sorpresa di chi si trova a scoprire una limpidezza professionale inaspettata, in un mondo in cui il potere concede torbidi viatici per il successo, e solo la fisiologica impossibilità ad accedervi sembra garantire un’integrità morale.

Nella commozione del Mastella redivivo, del nuovo politico tirato a lucido dopo le oscillazioni per rovesciare il barcone politico del centrosinistra, nelle efferate dialettiche voltagabbana, l’irrequietezza politica sembrava aver lasciato il posto ad una nuova visione della giostra parlamentare, rasserenata nell’impercettibile ma pulsante prospettiva di avvertire un virtuosismo individuale all’interno collettivismo politico.

E pensare che Clemente Mastella, scherzo del destino, inizia la propria carriera come giornalista, provocando uno sciopero di redazione a causa dei sospetti di raccomandazione che si celavano dietro la sua assunzione. Un cane che si morde la coda dunque, un cerchio che si chiude ironicamente così come era iniziato. Eppure da quel giorno la sua ascesa politica comincia ad ingranare. De Mita accoglie il giovane Clemente, fresco di laurea in filosofia, e lo sostiene nell’elezione a deputato nella DC, che però abbandonerà nel 1994 fondando il CCD assieme a Casini. Nel 1994, con la vittoria di Forza Italia, Mastella si unisce a Berlusconi, ottenendo l’incarico di Ministro del Lavoro, pur continuando a progettare nuovi gruppi politici costantemente improntati su un cristianesimo conservatore, come l’UDEUR fondato nel 1999. Nel 2003 si conclude l’affiliazione con l’attuale Presidente del Consiglio, non prima di ottenere l’appoggio di Forza Italia con l’elezione a sindaco di Ceppaloni.

Da qui in poi, l’idea filosofica del cristianesimo ligio ai dettami religiosi cozza improvvisamente con la precarietà parlamentare di una maggioranza altalenante. Il rischio di non poter godere di sufficienti poteri decisionali colloca Mastella alla ricerca di un centralismo programmatico più radicato in un relativismo occasionale poco coerente con le dogmatiche imposizioni del suo credo. Il centro politico, oggi terra di mezzo, ancora immelanconita dal monito dello storicismo, diviene l’alveo in cui deporre sedimenti di un progetto ricostituivo, vicino alle vecchie origini democristiane ma improntato sulla necessità di occupare uno spazio libero, potenzialmente più fruttifero di qualsiasi alleanza bipolare. Ed è su questo gioco compromissorio, tra l’onestà di una missione politica e il sospetto che vi si nasconda un anelito d’utilitarismo che Mastella si infila nelle primarie del centrosinistra, ostentando un’identità perfino ribelle, rivoluzionaria, anticonformista, palesando per la prima volta un’incongruenza doverosa con le attitudini ideologiche fin lì mostrate. La votazione del 2005 lo vedrà scavalcato da Prodi e Bertinotti, scatenando un putiferio sulla vacuità di uno strumento elettivo che in realtà sembra essere prescritto per ufficializzare ciò che i vertici hanno già deciso.

Nonostante i primi sentori di conflitto interno, nel 2006 Mastella ottiene il Ministero della Giustizia nel secondo governo Prodi. Con la maggiore responsabilità d’incarichi inizia però anche un calvario politico e mediatico, che lo porta ad entrare in contrasto con l’allora Ministro delle Infrastrutture Di Pietro. La pietra dello scandalo è rappresentata dall’indulto, il provvedimento che avrebbe garantito un condono non superiore a tre anni per le pene detentive, liberando di fatto oltre 15 mila carcerati. Mastella si scontra con parte della stessa maggioranza, nel tentativo di giustificare l’operato come un dono nei confronti di papa Giovanni Paolo II, che in una storica visita al parlamento prospettò un’opera di clemenza per i detenuti.

Ma quello che spesso e volentieri finisce per esaurirsi nelle confusionarie vicende politiche, in Mastella sembra radicarsi nell’unicità del personaggio, così ambiguo politicamente anche a causa di alcune inconsuete scelte mediatiche. La faciloneria con la quale sceglie di prestarsi alle “torte in faccia”, l’immagine costantemente ariosa, spanciata in convenevoli da affaristi di alto borgo, l’idea allusiva di una politica vicina alle scanzonate vicende di paese, approcciate con l’occhio furbo di chi non può rinunciare all’accordo, all’espediente pubblico, per rimanere lindi di fronte alla scena spettacolarizzata del parlamento. Poiché la cultura di Mastella rappresenta opacamente quella sovrapposizione con l’intrattenimento che oggi sembra aver assuefatto la massa: “Non voglio che si dica di me, ecco, quello è un politico morto” pronunciò trafelato in un’intervista. L’identica frase potrebbe racchiudere le preoccupazioni di un istrione televisivo, di chi pone il proprio talento alla mercé del pubblico giudicante, in performance che esulano da un contesto sostanziale, ma vacillano nel formalismo, nell’apparenza e in esse vi fondano la professione.

Mastella raccoglie l’effluvio sociale della modernità ma non lo nasconde abilmente dietro l’aura dell’ipocrisia della casta, bensì lo maneggia con la spregiudicatezza del novizio che alza il limite del rischio senza accorgersi dell’ambiente circostante, per poi indignarsi di fronte alle critiche che puntano il dito sulla sua sciagurata limpidezza. Così la vicenda dell’abbandono dello studio di Anno Zero senza accettare un confronto dialettico, le polemiche sui voli di Stato per assistere al Gran Premio di Formula 1 – che oggi sarebbero giustificate con l’esigenza di rodare l’apparato aeronautico in manutenzione – e perfino la richiesta di trasferimento nei confronti di De Magistris, il quale stava indagando sul comitato d’affari che vedeva coinvolto lo stesso Mastella, in questi risvolti si nasconde l’acume sfacciato e accidioso del comune percorso politico, in cui il potere è legittimato con l’ottenimento stesso degli incarichi.

Intanto, coinvolto in un uragano di critiche, Mastella sceglie di alzare la voce definitivamente quando la Corte Costituzionale approva il referendum sulla legge elettorale che avrebbe ostacolato il veto dei partiti più piccoli all’interno delle coalizioni. Il Ministro annuncia le dimissioni che Prodi respinge immediatamente, ma ormai il fiume è in piena e pochi giorni più tardi il governo cadrà in seguito al voto contrario alla fiducia.

Il paradosso Mastella non si esaurisce, avvinghiato alla sopravvivenza politica tenterà un’ultima disperata supplica ai vertici del centrodestra, dichiarandosi pronto a tornare con Berlusconi. Ma stavolta anche il premier deciderà di rifiutare, annunciando che l’eventuale presenza nelle liste di Mastella avrebbe fatto perdere alla coalizione almeno il 12 %. Così, la decisione più esiziale ma inevitabile è quella di interrompere l’attività politica, anche nella sua Ceppaloni, dove lo sconforto per la parabola improvvisamente sospesa spingono il sindaco in carica a non ripresentarsi per l’elezione.

In molti credevano che non sarebbe più tornato in gioco, altri invece sapevano che l’anima inquieta di un animale politico non si cura con l’astinenza, soprattutto se la necessità di apparire sullo schermo – accettando l’ingaggio a “Quelli che il calcio” – non è già l’impavido egocentrismo del vanitoso, ma la certosina solerzia di chi rimpingua il granaio svestito degli abiti regi, senza avvertire onore o disonore nell’inseguire la necessità, il bisogno. Al di là del pregiudizio, al di là della critica.

Luca Lena

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