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Iran, il presente e la Storia si intrecciano Scontri, Ahmadinejad dirà ‘sì’ ad Obama?

novembre 4, 2009 di Redazione 

Molti dei nostri lettori conosceranno già questa storia. Per chi non lo sapesse, e ci rivolgiamo in particolare ai nostri cari lettori più giovani, oggi è il giorno della ricorrenza della Rivoluzione Islamica iraniana del ’79. Sostenitori del regime e oppositori moderati di Moussavi (ricordate? La rivolta dopo le ultime presidenziali) si ritrovano in piazza gli uni per festeggiare, gli altri per contestare e rovinare una “festa” che ha ben poco di democratico. Lo dimostra ciò che succede subito dopo: sangue e repressione, come nei giorni delle elezioni. Ma ciò che è ancora più significativo è che tutto questo avviene in un Iran che presenta almeno tre caratteristiche di quello di trent’anni fa: fragilità economica, squilibri sociali, rincorsa alle armi. La differenza è che stavolta al potere ci sono i propugnatori del radicalismo islamico che approfittarono di quella situazione per compiere la rivoluzione. Oggi Obama lancia il suo appello al presidente iraniano: volete rimanere ancorati a quel passato, oppure le porte della storia si possono aprire un’altra volta e portare Teheran verso un futuro di condivisione con il resto del mondo, a partire dagli Usa? Un pezzo di Storia e di attualità che ci viene raccontato da Désirée Rosadi.

Nella foto, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad mostra la propria carta d’identità (che è quella dell’Iran di oggi): “Questa è la nostra storia”

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di Désirée ROSADI

La polizia iraniana spara sulla folla. L’incubo degli scontri di questa estate è tornato. Nel giorno del trentesimo anniversario dell’assalto all’ambasciata Usa, forse l’evento-simbolo della rivoluzione islamica per l’occidente, i sostenitori di Moussavi sono scesi in piazza. Al grido di “morte ai dittatori”, in tanti si sono ritrovati a contrastare la manifestazione indetta dai fedeli al regime per festeggiare la storica ricorrenza. Secondo le testimonianze raccolte dall’Associated Press, si tratta di una serie di contromanifestazioni organizzate per l’occasione dall’opposizione moderata, nonostante il regime iraniano avesse vietato ogni interferenza alla giornata di festa. Le stesse fonti parlano, com’era facile prevedere, di lanci di lacrimogeni sulla folla, di spari e di numerosi feriti. Fulcro della sommossa è l’Università di Teheran: duecento agenti della polizia in tenuta anti-sommossa sarebbero già pronti ad attaccare i duemila studenti che si sono dati appuntamento per l’occasione di fronte l’ateneo. A fornire le notizie più dettagliate è la tv satellitare saudita al-Arabiya che parla di scontri e arresti nella piazza Haft TirI. Anche la casa di Moussavi sarebbe circondata da poliziotti.

La repressione, a quanto pare, si riconferma come il mezzo scelto da Ahmadinejad e dal suo governo per arginare i problemi interni al Paese. La fragilità dell’economia iraniana, i profondi squilibri sociali, la rincorsa alle armi e al nucleare, sono tutti gli elementi che compongono un puzzle preoccupante, ma non si tratta di uno scenario nuovo. Strano a dirsi, ma questi tre aspetti dell’Iran odierno si ritrovano esattamente nell’Iran del 1979, anno della Rivoluzione islamica di Khamenei: il Paese usciva dal boom delle rendite petrolifere, una ricchezza tale che sbilanciò l’economia iraniana, accentuando la corruzione e colmando le tasche di pochi. L’inflazione e la crisi occupazionale fecero il resto. La repressione indebolì le spinte moderate e alimentò i propugnatori del radicalismo islamico. E il regime dello scià Reza non resse di fronte all’opposizione dell’ayatollah Khomeini, che riuscì a guidare il popolo iraniano denunciando il servilismo dello scià nei confronti degli Usa e accusando il sovrano di essere contro l’Islam. Nel marzo 1979, dopo la fuga di Reza dall’Iran, un referendum popolare sancì la fine della monarchia e la nascita della Repubblica islamica, sotto la guida di Khomenei.

Pochi mesi dopo, il quattro novembre 1979, un gruppo di studenti vicini alla fazione islamica della Guida Suprema fecero irruzione nell’Ambasciata statunitense a Teheran: sessantacinque cittadini americani furono presi come ostaggi per più di quattrocento giorni, fino al venti gennaio dell’anno seguente. E tra gli ostaggi americani c’è chi ha riconosciuto nel presidente Ahmadinejad uno dei giovani universitari che parteciparono all’azione, ma questo particolare non è stato mai confermato dal diretto interessato. In ogni caso, l’episodio portò all’isolamento diplomatico internazionale dell’Iran, in particolare con gli Stati Uniti. E poi, l’invasione dell’Iran da parte dell’Iraq di Saddam Hussein non fece che inasprire l’odio verso gli Stati Uniti, che finanziavano il dittatore. Un’escalation di violenza che oggi sembra essere ad un punto di svolta grazie alla politica di apertura di Obama, varco che tuttavia Ahmadinejad sembra non voler oltrepassare. Proprio in queste ore di scontri per le vie di Teheran il presidente americano ha lanciato il suo appello: “L’Iran deve scegliere tra la volontà di rimanere ancorato al passato e quella di aprire la via a maggiori opportunità, prosperità e giustizia per il suo popolo. Da trent’anni – ha detto Obama – ascoltiamo quello contro cui è il governo iraniano. La questione è: per quale tipo di avvenire è?”. Trent’anni fa quella porta si è chiusa, oggi sarà Ahmadinejad a cambiare il corso della storia?

Désirée Rosadi

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