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La festa dell’Unità d’Italia e dell’esercito La Russa: “Dedicata a sacrificio militari”

novembre 4, 2009 di Redazione 

Il giornale della politica italiana è un giornale libero, aperto, superpartes, e dopo avere dato spazio, nei giorni scorsi, al tema dei diritti delle persone omosessuali (considerato, a torto, di sinistra) oggi vi racconta diffusamente il 4 novembre delle Forze Armate (considerato, a torto, un giorno della destra). In realtà si tratta di due momenti sui quali la politica italiana si può ritrovare, in nome dell’unità (formale e sostanziale) del Paese. Spazio dunque a questo giorno la cui celebrazione è cominciata stamattina all’Altare della Patria (nella foto) e che dovrà rappresentare sempre di più, suggerisce il ministro della Difesa, il giorno in cui si ricorda l’onore e le perdite dell’esercito italiano nelle missioni internazionali. Il servizio è di Désirée Rosadi.           

Nella foto, il ministro della Difesa Ignazio La Russa e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

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di Désirée ROSADI

Di queste case/non è rimasto/che qualche/brandello di muro/Di tanti/che mi corrispondevano/non è rimasto/neppure tanto/Ma nel cuore/nessuna croce manca/è il mio cuore/il paese più straziato. Così Ungaretti descrive nel 1916 San Martino del Carso distrutto dalla guerra, emblema di quella che fu la tragica guerra del 1915-18. 600 mila i morti in Italia, quasi un milione i feriti. Un conflitto estenuante e crudele, come il ricordo degli amici e dei compagni del poeta, i quali sacrificarono la loro vita per la patria. Un martirio che, nonostante le dure sconfitte in trincea, condusse alla richiesta di armistizio da parte dell’Austria-Ungheria e alla fine delle ostilità il 4 novembre 1918. Da allora, il giorno della vittoria italiana oltre a celebrare la fine della Prima guerra mondiale, simboleggia l’unità nazionale e il valore delle forze armate. Per l’occasione, le più alte cariche dello Stato rendono omaggio al Milite Ignoto, presso l’Altare della Patria a Roma, e visitano il Sacrario di Redipuglia, dove riposano le salme dei militari caduti nel conflitto. Ma le celebrazioni coinvolgono tutti i centri italiani, in particolare Trento e Trieste.

La giornata. Questa mattina a Roma il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha deposto una corona di fiori ai piedi del monumento al Milite Ignoto, accompagnato dall’inno d’Italia eseguito dalla banda dell’Esercito. Con Napolitano erano presenti il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, il presidente del Senato, Renato Schifani, e il presidente della Camera, Gianfranco Fini, oltre a Gianni Alemanno, sindaco della capitale. A concludere la cerimonia è stata la scia tricolore degli aerei acrobatici dell’Esercito. Nel corso della giornata di oggi Gianfranco Fini rappresenterà la Repubblica Italiana al Sacrario Militare dei Caduti d’Oltremare a Bari, luogo che raccoglie i resti mortali di oltre 65 mila soldati, marinai ed aviatori caduti nel corso della Seconda guerra mondiale. Nelle città italiane sono previste numerose cerimonie, che vedranno i militari festeggiare tra la gente.

La Russa: “Recuperiamo la festa nazionale”. Come annunciato nei giorni scorsi dal ministro della Difesa Ignazio La Russa, “il quattro novembre sarà dedicato al sacrificio dei militari italiani impegnati nelle missioni militari nel mondo”. Un modo nuovo per festeggiare la nazione e i suoi soldati: una tradizione inaugurata lo scorso anno, quando “scegliemmo di stare tra la gente e con la gente”, ha sottolineato La Russa, e “le forze armate sono uscite dalle caserme e in venti città italiane”. L’idea di La Russa ha prima di tutto lo scopo di rilanciare la festa del 4 novembre, abolita dall’albo delle feste nazionali dal 1977. “I momenti fondanti condivisi sono il 25 aprile, il 2 giugno e il 4 novembre, che e’ già considerata festa, però giornata lavorativa”, aveva spiegato l’anno scorso in occasione dei festeggiamenti; “mi chiedo se non sia il caso di recuperare, come ha fatto il Presidente Ciampi per il 2 giugno anche il 4 novembre, che anche cronologicamente é la data di prima e forte condivisione dell’unità nazionale”.

Napolitano in Libano. Il saluto a tutti i militari impiegati in missione internazionale è stato rivolto ieri dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in visita insieme a La Russa ai soldati italiani in Libano. “La vostra missione è e resterà a lungo uno dei punti fermi del fondamentale impegno operativo delle forze armate italiane e della nostra diplomazia negli scenari internazionali in profonda trasformazione del XXI”, così ha esordito Napolitano al suo arrivo nel sud del Libano, rivolgendosi con fierezza al contingente italiano. Il presidente ha continuato il suo discorso, ribadendo “l’apprezzamento del paese e mio personale per l’opera straordinaria che state prestando a sostegno della pace e per la stabilizzazione di un’area di importanza vitale per i delicati equilibri del Medio Oriente”. A Napolitano fa eco La Russa: “Sono stati raggiunti risultati importanti e si stanno certamente creando le condizioni per una progressiva stabilizzazione dell’area”, riprova del valore dei nostri militari, “come dimostra anche il loro lavoro in Afghanistan”.

Festeggiamenti tra le polemiche. Mai come oggi questa giornata rappresenta uno spunto per riflettere sul ruolo delle missioni all’estero, sempre più criticate dopo gli attentati mortali subiti in Afghanistan e in Iraq. Ieri, dopo le contestate dichiarazioni in cui annunciava il proseguimento della missione in Afghanistan per altri cinque anni, il titolare della Difesa precisa che “è stato completato l’avvicendamento fra la Brigata Sassari e i parà della Folgore e fra una settimana potrà iniziare il rientro dei 400 militari inviati per le elezioni”. Il dibattito politico, nei giorni scorsi, si era infuocato anche per le indiscrezioni della stampa spagnola sulla volontà dell’Italia di mantenere il comando della missione Unifil in Libano che, secondo gli accordi, sta per passare alla Spagna. Notizia prontamente smentita da La Russa, il quale si riserva di verificare la possibilità di ridurre la nostra presenza in Libano.

Désirée Rosadi

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