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Diario politico. Crocifisso, tutto sul caso Berlusconi: “No ricattabile. Riforma Csm”

novembre 4, 2009 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La prima firma è Carmine Finelli. Spettacolare puntata del Diario politico in cui vi raccontiamo tutto quanto c’è da sapere sulla decisione della Corte europea dei Diritti dell’uomo che impone la rimozione dei crocifissi dalle aule scolastiche. La vicenda della donna finlandese cittadina italiana la cui ”denuncia” è la chiave di questa storia, e poi tutte le reazioni dal Governo che annuncia ricorso al Vaticano fino al resto della nostra politica. Bondi e Frattini duri con l’Europa. Bersani: «Una tradizione inoffensiva». Quindi le ultime anticipazioni dal libro di Vespa che, di fatto, sta dettando l’agenda politica di questi giorni. Il presidente del Consiglio: «La sentenza Mondadori? Un’estorsione». E chiede il rinvio dell’udienza: «Per il vertice Fao». Infine, gli sviluppi del caso della morte in carcere di Stefano Cucchi, con il ministro della Giustizia che si riferisce alle Camere: «Non doveva morire. Aveva chiesto di non dare info sul suo stato di salute nemmeno ai genitori». L’avvocato di famiglia: «Inconcepibile». Il racconto del nostro caposervizio.

Nella foto, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi

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di CARMINE FINELLI

Giornata ricca di avvenimenti quella di ieri. In primo piano la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’uomo che impone la rimozione del crocefisso dalle aule scolastiche. “La presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche costituisce una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni» e una violazione alla «libertà di religione degli alunni” stabilisce la sentenza che lascia, per la verità, qualche dubbio. Mariastella Gelmini, ministro dell’Istruzione, in una nota annuncia che “il Governo ha presentato ricorso contro la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo”. Se il ricorso dovesse essere accolto, il caso verrà ridiscusso da un organo apposito del Tribunale denominato Grande Camera. Se invece il ricorso non dovesse essere accolto, la sentenza diverrà definitiva tra tre mesi. Spetterà poi al Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa decidere, entro sei mesi, quali azioni il Governo italiano deve prendere per non incorrere in ulteriori violazioni. Il Vaticano esprime “stupore e del rammarico per una sentenza miope e sbagliata”. La Conferenza Episcopale Italiana, con una netta presa di posizione, boccia la sentenza parlando di “visione parziale e ideologica”.
La sentenza arriva a compimento di un iter legislativo iniziato proprio in Italia, in Veneto. Una donna di origini finlandesi, ma cittadina italiana, Soile Lautsi, chiese nel 2002 ad un istituto di Abano Terme (provincia di Padova) di rimuovere il crocefisso dalle pareti. La direzione della scuola non accolse la richiesta della madre degli studenti e a nulla valsero i ricorsi della Lautsi. A dicembre 2004 il verdetto della Corte Costituzionale ha bocciato il ricorso presentato dal Tar del Veneto. Il fascicolo è quindi tornato al Tribunale amministrativo regionale, che nel 2005 ha a sua volta respinto il ricorso, sostenendo che il crocifisso è simbolo della storia e della cultura italiana e di conseguenza dell’identità del Paese, ed è il simbolo dei principi di eguaglianza, libertà e tolleranza e del secolarismo dello Stato. Nel 2006, il Consiglio di Stato ha confermato questa posizione. Ma i giudici di Strasburgo, interpellati dalla Lautsi nel 2007, le hanno dato ragione, stabilendo inoltre che il governo italiano dovrà versarle un risarcimento di cinquemila euro per danni morali. Si tratta della prima sentenza della Corte di Strasburgo in materia di simboli religiosi nelle aule scolastiche. “Ora lo Stato italiano dovrà tenere conto della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo” dichiarano i coniugi di Abano.
Secondo la sentenza “La presenza del crocefisso, che è impossibile non notare nelle aule scolastiche potrebbe essere facilmente interpretata dagli studenti di tutte le età come un simbolo religioso. Avvertirebbero così di essere educati in un ambiente scolastico che ha il marchio di una data religione. Tutto questo – proseguono – potrebbe essere incoraggiante per gli studenti religiosi, ma fastidioso per i ragazzi che praticano altre religioni, in particolare se appartengono a minoranze religiose o sono atei”. Ancora, la Corte “non è in grado di comprendere come l’esposizione, nelle classi delle scuole statali, di un simbolo che può essere ragionevolmente associato con il cattolicesimo, possa servire al pluralismo educativo che è essenziale per la conservazione di una società democratica così come è stata concepita dalla Convenzione europea dei diritti umani, un pluralismo che è riconosciuto dalla Corte costituzionale italiana”. I sette giudici autori della sentenza sono Francoise Tulkens (Belgio, presidente), Vladimiro Zagrebelsky (Italia), Ireneu Cabral Barreto (Portogallo), Danute Jociene (Lituania), Dragoljub Popovic (Serbia), Andras Sajò (Ungheria), e Isil Karakas
(Turchia).

Intanto in Italia le reazioni non si sono fatte attendere. Ed alcune sono state anche molto dure. Il Vaticano ad esempio, come era prevedibile, considera sbagliata e miope la decisione della Corte europea di Strasburgo. Lo dice il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi che in un breve intervento alla Radio Vaticana e al Tg1, esterna tutto lo “stupore e il rammarico con cui – nella città pontificia – è stata accolta la decisione del tribunale del Consiglio D’Europa. “Il Crocifisso – spiega – è stato sempre un segno di offerta di amore di Dio e di unione e accoglienza per tutta l’umanità. Dispiace che venga considerato come un segno di divisione, di esclusione o di limitazione della libertà. Non è questo, e non lo è nel sentire comune della nostra gente. In particolare, è grave – aggiunge – voler emarginare dal mondo educativo un segno fondamentale dell’importanza dei valori religiosi nella storia e nella cultura italiana. La religione dà un contributo prezioso per la formazione e la crescita morale delle persone, ed è una componente essenziale della nostra civiltà. È sbagliato e miope volerla escludere dalla realtà educativa”. E poi continua: “Stupisce che una Corte europea intervenga pesantemente in una materia molto profondamente legata all’identità storica, culturale, spirituale del popolo italiano. Non è per questa via – chiosa padre Lombardi – che si viene attratti ad amare e condividere di più l’idea europea, che come cattolici italiani abbiamo fortemente sostenuto fin dalle sue origini”. Nel mondo politico sono numerose le perplessità espresse in merito alla decisione della Corte di Strasburgo. “Mi auguro din d’ora – è l’auspicio del presidente della Camera Gianfranco Fini – che la sentenza non venga salutata come giusta affermazione della laicità delle istituzioni che è valore ben diverso dalla negazione, propria del laicismo più deteriore, del ruolo del cristianesimo nella società e nell’identità italiana”. Per il ministro Mariastella Gelmini “la presenza del crocifisso in classe non significa adesione al cattolicesimo, ma è un simbolo della nostra tradizione”. E anche il neo-leader del Pd Pierluigi Bersani ha dubbi sulla decisione della Corte di Strasburgo: “Io penso che un’antica tradizione come il crocifisso non può essere offensiva per nessuno”. Secondo Sandro Bondi, ministro dei Beni culturali “queste decisioni ci allontanano dall’idea di Europa di De Gasperi, Adenauer e Schuman. Di questo passo il fallimento politico è inevitabile”. Per il leader dell’Unione di Centro Pier Ferdinando Casini la sentenza “è la conseguenza della pavidità dei governanti europei, che si sono rifiutati di menzionare le radici cristiane nella Costituzione europea. Il crocefisso è il segno dell’identità cristiana dell’Italia e dell’Europa. Paola Binetti spera “che la sentenza sia semplicemente orientativa, che si collochi cioè nel rispetto delle credenze religiose”. Esulta invece Raffaele Carcano, segretario nazionale dell’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, parlando di “un grande giorno per la laicità italiana”. Paolo Ferrero esprime “un plauso per la sentenza: uno Stato laico deve rispettare le diverse religioni, ma non identificarsi con nessuna” sostiene il segretario di Rifondazione comunista. Per Massimo Donadi, capogruppo di Italia dei valori alla Camera “la sentenza di Strasburgo non è una buona risposta alla domanda di laicità dello Stato, che pure è legittima e condivisibile”.

Berlusconi. Non menziona la sentenza della Corte di Strasburgo, Silvio Berlusconi. Che ottiene però lo stesso effetto dirompente rispondendo ad alcune domande di Bruno Vespa che sta redigendo il suo nuovo libro: “Donne di cuori”.
“Nessuno dispone di ‘armi di ricatto nei miei confronti” sostiene il premier rispondendo alle domande del giornalista Rai. “La risposta – dice il presidente del Consiglio – vale per oggi come per il passato, in quanto io non mi sono mai lasciato ricattare da nessuno, né mi sono mai comportato in modo per cui un simile evento si potesse verificare. Quando nei miei confronti sono state avanzate richieste che secondo il giudizio mio e dei miei legali si configuravano come ricattatorie, vedi il caso Zappadu, mi sono immediatamente rivolto all’autorità”. Durante l’intervista a Vespa il premier ha parlato anche della riforma della giustizia: “Si tratta di istituire due ordini distinti tra loro per gli avvocati dell’accusa e per i magistrati giudicanti, con due distinti Consigli Superiori, ovviamente mantenendo l’indipendenza della magistratura”. Il giornalista ha chiesto anche se sia prevista anche una modifica del sistema elettorale del Csm che depotenzi le correnti.
“E’ del tutto evidente – ha risposto il presidente – che in un sistema basato sulla separazione degli ordini tra giudici e avvocati dell’accusa non avrebbe alcun senso un Csm come quello che esiste oggi”. Berlusconi si è anche augurato che la riforma del sistema elettorale del Consiglio Superiore della Magistratura avvenga prima delle elezioni dell’anno prossimo per il rinnovo dello stesso organismo. Ogni capitolo del nostro programma di legislatura – aggiunge il premier, rispondendo implicitamente ad alcune critiche di Gianfranco Fini – è stato liberamente sottoscritto da tutti coloro che lo sostengono. Questo vale per la giustizia come, ad esempio, per il federalismo. Sono due materie caratterizzanti, due priorità del nostro progetto politico di trasformazione profonda dell’Italia. Sulle quali ogni parlamentare della maggioranza è impegnato a pieno titolo”. Vespa ha anche rivolto a Berlusconi una domanda su quale elemento l’abbia colpito di più nella bocciatura del Lodo Alfano: “Bocciando il lodo Alfano la Consulta ha smentito se stessa e la propria giurisprudenza”, ribadisce Berlusconi. “Quando la corte bocciò il lodo Schifani – è la spiegazione del presidente del Consiglio – non accennò alla necessità di sostituirlo con una legge di rango costituzionale”.
E poi ancora una domanda sul Lodo Mondadori. “Gli uomini della Cir si alzarono dal tavolo facendo salti di gioia. Io faticai ad alzarmi perché ero sconfortato, deluso, abbattuto. Mi sentivo come uno che aveva subito una intollerabile estorsione” afferma il presidente del Consiglio. “La verità è che con il lodo di Ciarrapico io dovetti subire una imposizione politica da parte dei due più importanti leader del tempo. Mi dissero: hai tre reti televisive, non puoi mantenere anche la proprietà di Repubblica, dell’Espresso e dei 18 giornali locali. Devi scegliere. Fui costretto ad adeguarmi e scelsi naturalmente le televisioni. Quindi obtorto, anzi obtortissimo collo, fui costretto a subire quella transazione nella quale De Benedetti si prese tutto ciò che era politicamente influente ed economicamente più redditizio. A noi restarono i libri e le riviste della Mondadori del tutto ininfluenti sul piano politico”.
Quanto alle eventuali conseguenze per le aziende Fininvest, in caso di conferma del risarcimento da 750 milioni, Berlusconi osserva: “E’ un’ipotesi così assurda che non riesco a prenderla in considerazione. Lei pensi che ai prezzi di borsa del 21 ottobre 2009, tutta la partecipazione Fininvest in Mondadori vale 432,8 milioni”.
E sul Milan Berlusconi conferma la volontà di rimanere a capo della società. “Farei il sacrificio di cedere il Milan soltanto a chi potesse giovargli più di me. Finora non si è fatto avanti nessuno che abbia questo requisito” afferma il presidente del Consiglio e patron del club rossonero. Il giornalista ha chiesto a Berlusconi se con Abramovich ha mai parlato dell’ipotesi di cedergli il Milan e se pensa che il proprietario del Chelsea voglia entrare nel mercato calcistico italiano: “No, credo davvero che il Chelsea gli basti ed avanzi” sostiene Berlusconi.

Caso Cucchi. A destare sconcerto nell’opinione pubblica italiana non è soltanto la sentenza della Corte Costituzionale o le parole di Silvio Berlusconi. Il caso di Stefano Cucchi il ragazzo morto in carcere il 22 ottobre sei giorni dopo l’arresto per spaccio di droga presenta ancora dei lati oscuri che il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha tentato di chiarire nella sua audizione al Senato di questa mattina. “Prima di iniziare devo fare una premessa: Stefano Cucchi non doveva morire, si doveva evitare che morisse”. Così esordisce il mnistro nell’ambito dell’informativa del governo sulla morte di Stefano Cucchi, morto all’alba del 22 ottobre scorso a sei giorni dall’arresto per spaccio di droga. “Ecco perché – aggiunge – il governo è in prima linea per accertare la verità. Tutte le nostre energie sono impegnate per accertare chi, anche con atteggiamento omissivo, abbia portato a questo tragico evento. Uno Stato democratico assicura alla giustizia e può privare della libertà chi delinque ma nessuno può essere privato del diritto alla salute”.
Per la famiglia di Stefano Cucchi e per tutti i cittadini, prosegue Alfano, dovranno arrivare “al più presto gli esiti chiarificatori medico-legali e investigativi della vicenda. Occorre accertare ogni dettaglio della verità e gli eventuali responsabili saranno chiamati ad assumersi le proprie responsabilità senza sconto alcuno”. Il ministro ricorda che nell’inchiesta in corso ci sono due filoni: “Una è sulle lesioni su cui andrà appurato se siano state accidentali o provocate, l’altra sulla mancata alimentazione”. Stefano Cucchi, dice il ministro, “era sempre lucido. Ha potuto decidere quello che accettava e quello che aveva deciso di rifiutare, durante la permanenza al Pertini. Ha rifiutato di sottoporsi alla visita in ospedale. Come se non bastasse ha manifestato ai sanitari la volontà di non rilasciare notizie sul suo stato di salute ai genitori: in base alle notizie che mi sono state comunicate dall’amministrazione penitenziaria i familiari di Cucchi per due volte si sono recati presso la struttura penitenziaria dell’ospedale Sandro Pertini per parlare con il giovane. Ma in entrambe le occasioni, è stata rappresentata loro la necessità di munirsi di permesso di colloquio”. Quanto al “diniego” sempre opposto ai familiari di incontrare i sanitari per avere informazioni sullo stato di salute del giovane, Alfano spiega che “si è data applicazione all’accordo esistente con la Asl di Roma secondo cui nessuna informazione può essere data ai familiari senza l’autorizzazione del magistrato. Questo divieto può essere superato dall’autorizzazione firmata dal detenuto. Ma – ha aggiunto Alfano, citando alcune informazioni pervenute dal ministero della Salute – da quanto si evince dalla documentazione Stefano Cucchi ha firmato per non autorizzare alla diffusione le informazioni sulle sue condizioni di salute ai familiari”. La famiglia intanto ha querelato l’ospedale Sandro Pertini di Roma. I familiari di Stefano Cucchi vogliono querelare i medici dell’ospedale Pertini. Lo ha annunciato la sorella Ilaria: “Siccome sono state fatte dichiarazioni non veritiere sullo stato di salute di mio fratello quereleremo i medici. Mio fratello era un ex tossicodipendente, aveva frequentato una comunità e si stava riabilitando”.
L’inchiesta giudiziaria sta vagliando tutte le ipotesi possibili. Tra queste quella dell’omicidio colposo è la più accreditata.

CARMINE FINELLI

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