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Diario politico. Bossi: ‘Giulio vicepremier’ Bersani: ‘Si cominci ad affrontare la crisi’

ottobre 26, 2009 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La firma, stasera, è di Ginevra Baffigo. La nota più autorevole, letta, approfondita. La nota politica del giornale della politica italiana. Cinque temi, due di maggioranza, due di opposizione, più il caso Marrazzo. Il leader della Lega spinge per la nomina del ministro dell’Economia, contro la quale si schiera però tutto il Pdl. Che – secondo punto – sostiene la linea “rigore più sviluppo” del premier, che dovrebbe prevedere la riduzione delle tasse, anche in chiave elettorale. Rutelli che settimane fa confida un’intenzione di andar via dal Partito Democratico che viene svelata oggi con una tempistica che non piace all’ex leader Dl da Bruno Vespa, che aveva raccolto la dichiarazione per il suo nuovo libro. Bersani, dal canto suo, fa la sua prima uscita a Prato, tra gli artigiani nel pieno della crisi economica, e invita il Governo «a venire in Parlamento a confrontarsi su questo, finalmente». Infine, il programma per le dimissioni del presidente della Regione Lazio, che dovrebbe lasciare a metà novembre. Il racconto.

Nella foto, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, il leader della Lega Umberto Bossi e il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli

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di Ginevra BAFFIGO 

«Sì a Tremonti vicepremier» grida con una punta di euforia il ministro delle Riforme Umberto Bossi. Che conferma così il proprio sostegno alla vicepresidenza del Consiglio per il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Ma al vertice del Pdl tenutosi oggi ad Arcore, i tre coordinatori del Pdl (Sandro Bondi, Denis Verdini e Ignazio La Russa) frenano gli entusiasmi del leader del Carroccio. Bossi non demorde: «Da ministro Tremonti può stabilizzare. Dal punto di vista economico è un ottimo ministro, poi ha tutti i contatti che servono in Europa». «Tremonti è una garanzia – prosegue lo stesso Bossi – perché frena gli spendaccioni che ci sono nel Governo, senza di lui c’è il rischio di dover aumentare le tasse per decreto». L’uscita di Bossi però non è stata trova il favore di una larga parte del centrodestra, che vedono in questa ritrovata amicizia una sorta di ingerenza: «Ognuno si occupa e si preoccupa dei propri ministri…» commenta il presidente della commissione Finanze del Senato Mario Baldassarri. Anche il presidente della Camera è di questo avviso ed in merito al nuovo binomio interno alla maggioranza riduce l’eco della notizia: «Sono tutte stupidaggini. Tremonti è amico di Berlusconi, gli vuole bene e non accondiscenderebbe mai ad una cosa del genere». Bossi tenta di scanzar gli equivoci: «Non sarebbe un commissariamento». Ma che vi sia una certa prova di forza nelle file dell’esecutivo sembra evidente a tutti: il senatur conferma infatti che alle elezioni regionali la Lega avrà il Veneto ma non vuole sbilanciarsi sul nome: «Per adesso abbiamo il Veneto. Siete voi che fate casino perchè non sapete cosa scrivere».

Vertice di Arcore. Concluso il vertice, il Pdl sembra aver chiarito i punti sulla propria agenda: sì al rigore in economia come chiede Tremonti con il sostegno della Lega; ma a condizione che venga rispettato, ed in prima istanza svolto, il programma elettorale (quindi la riduzione delle tasse) che il premier pretende, così come l’intero Pdl. Si è quindi espressa una condivisione alla linea del rigore voluta da Tremonti, ma dalla riunione è anche emerso anche il sostegno totale del Pdl all’idea del premier di concretizzare finalmente gli impegni presi con gli elettori in campagna elettorale. Ignazio La Russa smentisce l’ipotesi di assegnare al ministro dell’Economia la carica di vice presidente del Consiglio, sulla quale non si è discusso ad Arcore. «E poi – chiosa La Russa – siete sicuri che è questo che vuole Tremonti?». Per giovedì 5 novembre è stato convocato l’ufficio di presidenza del partito, organismo formato da 37 persone, di cui lo stesso Berlusconi, i coordinatori, i membri del Governo e quindi Tremonti incluso, i presidenti di Regione, il sindaco di Roma. Un appuntamento fissato da tempo in vista il cui ordine del giorono saranno le candidature alle regionali.

Rutelli e il rischio di scissione. Sembrano a dir poco immediati gli effetti dell’esito delle primarie di ieri. Sembrano. Il verdetto sancito dalle urne non piace a tutti, a qualcuno non piace per niente: è il caso di Francesco Rutelli, che ormai non può più smentire la sua volontà di abbandonare i democratici: «Con Pier Ferdinando Casini, ma non subito e non solo». Parole sue, lo conferma un’indiscutibile notaio: Bruno Vespa. Lo ha fatto oggi, nel presentare oggi il suo libro “Donne di cuori” e lo stesso segue nel delineare le prossime mosse delpPresidente del Copasir: «Deve formarsi una forza nuova – dice ancora Rutelli nel libro di Vespa – per favorire aggregazioni che nascano da questa crisi, un confronto tra moderati del centrodestra e democratico-riformisti del centrosinistra».? Lo scoop del giornalista, di cui ormai è proverbiale il tempismo, non è stato gradito dal diretto interessato. L’ufficio stampa di Rutelli precisa infatti che quelle dichiarazioni «risalgono ad una conversazione di alcune settimane fa» e che la loro divulgazione nella data di oggi «potrebbe trarre in inganno», poichè «riferiscono solo parzialmente le opinioni di Rutelli». L’ex leader della Margherita per oggi non si pronuncia oltre, domani potrà sfruttare la presentazione del proprio libro per commentare le primarie del Pd appena concluse e soprattutto il suo nuovo orientamento politico. Ed in questo senso il titolo della sua ultima opera sembra non lasciar spazio ad ulteriori interpretazioni: ‘La svolta’. La concomitante elezione di Bersani viene così dissociata dalle anticipazioni di Vespa, ma Pier Luigi Bersani, neo segretario dei democratici, ben consapevole delle possibili scissioni che potranno seguire alla sua vittoria, ribadisce il suo programma per il Pd: «Un partito popolare e di alternativa, che guarda gli interessi dei ceti popolari e che fa un’opposizione capace di offrire un’altra scelta». E su Rutelli rlancia: «È indiscutibile – afferma Bersani – che chi si è messo in fila e ha pagato 2 euro ha dimostrato fiducia nel Pd, un partito nuovo e non vecchio, che si deve dare un profilo nuovo di cultura politica. Non credo che qualcuno voglia sottrarsi a questa sfida affascinante». Bersani non sembra così sorpreso dalla “svolta” rutelliana, d’altronde quest’ultimo aveva preparato in parte il terreno lamentando pochi giorni prima delle primarie il rischio per il Pd di «non tenere insieme opinioni diverse». Gianni Vernetti, uno dei fedelissimi del senatore romano, spiega le ragioni di questa scelta, paventando il rischio di un Pd che rinchiuso «nella sicura nicchia elettorale degli insediamenti tradizionali della sinistra, un 20-25% di lavoratori dipendenti, senza aprirsi ai ceti medi, cioè al centro da un punto di vista economico e sociale, sarebbe costretto ad una lunga stagione di opposizione nel Paese». Secondo Rutelli, esplicita Vernetti «c’è il rischio che Bersani accentui queste connotazioni e faccia tornare il Pd ad essere un sincero e onesto partito di tradizione socialdemocratica. E questo sarebbe molto differente dall’idea originale del Pd».

Bersani ed il suo 54,2%. Malgrado le scissioni che oggi si sono materializzate all’orizzonte, il Pd di Bersani non perde di vista l’obiettivo che si è prefissato. Oggi il neosegretario lo ribadisce a chiare lettere: riportare la crisi al centro del dibattito politico e soprattutto dell’attività legislativa del Paese. “Dopo 17 mesi – dice Bersani alla sua prima uscita pubblica nelle vesti di segretario – in Parlamento non abbiamo avuto una discussione sulla crisi, ma solo voti di fiducia”. “Venga Berlusconi, venga Tremonti in Parlamento a parlare della crisi – aggiunge l’ex ministro dello sviluppo economico – possibilmente in modo non onirico, e noi saremo lì a fare la nostra parte”. E’ ben nota la contestazione mossa dal neoleader agli interventi dell’esecutivo, che a detta di Bersani non sono serviti a far fronte alla forte recessione: “Non è vero che tutti avranno un salario, non è vero che gli ammortizzatori sociali bastino per tutti, è una vergogna che lascino passare il messaggio che tutti avranno un salario quando non è vero”. E aggiunge: “Siamo sempre in mezzo ai problemi suoi (di Berlusconi, ndr) e non riusciamo ad occuparci dei problemi della gente. E’ la vergogna di questo paese”. Dopo l’invito incalzante Bersani sembra però tendere la mano: “Se c’è da fare qualche sforzo per chi è sul fronte della crisi, si faccia questo sforzo collettivo”.
Un difficile compito per Bersani. Il Pd è infine uscito dalla travagliata stagione congressuale, ma i problemi sembrano tutt’altro che risolti all’indomani delle primarie. Al neosegretario non resta che vedere il bicchiere mezzo pieno: le primarie sono state “una grande vittoria per il Pd”, il 25 ottobre è stata “una giornata incredibile per partecipazione e anche per organizzazione”. Ribadendo il suo programma Bersani indica una tabella di marcia, tutta in salita: il Pd dovrà essere “partito popolare dei tempi moderni, capace di usare tutte le cose nuove, ma senza dimenticare il radicamento nel territorio e senza dimenticare i soggetti a cui vogliamo rivolgerci: i lavoratori, le piccole imprese, le famiglie con i loro bisogni, le nuove generazioni. Un partito che guarda negli occhi questa gente”. Guarda al futuro, ma inevitabilmente anche al passato: l’Ulivo. “Ho sempre detto che in quel movimento – chiosa il segretario democratico – c’era il sapore di una grande riscossa civica, non era solo un’operazione politica. Questo è un punto che intendo riprendere perché abbiamo bisogno di metter dentro alla forza che abbiamo fatto vedere ieri, una spinta che viene dall’idea che questo Paese può vivere intorno alle regole, ai meriti, ai diritti, ai doveri, alla sobrietà della politica. L’Ulivo mi pare rappresentasse questo: quindi è un tema da riprendere”. Affrontato il senso da dare a questa storia, la strada sembra già in discesa. Sul tema delle alleanze non si sbilancia ma al contempo non elude il punto: il partito “offre un quadro generoso” e si rivolge “a tutte le forze alternative alla destra”. Non un Pd “che dialoga, ma che si confronta. C’è il Parlamento, lì si discute”.

Il caso Marrazzo. Una giunta senza presidente. Il presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, temporaneamente sospeso, presenterà formalmente le dimissioni entro metà novembre. A dar voce a queste parole è stato Esterino Montino, il vice che lo sostituisce, che al termine della prima riunione di Giunta da lui presieduta ha spiegato alla stampa: “La Giunta non è nelle condizioni oggi di dire esattamente quando saranno presentate le dimissioni. Si tratterà, comunque, probabilmente dei primi di novembre e comunque non oltre metà del prossimo mese”. Dalla rassegna delle dimissioni prosegue il vicepresidente, l’amministrazione avrà 90 giorni di tempo per indire le elezioni per le quali sono previsti altri 45 giorni riservati alla campagna elettorale. Quindi: “135 giorni”, ha concluso Montino. Un tempo che permetterà alla Regione di evitare le elezioni anticipate. La giunta, riunita stamani in seduta straordinaria “ha preso atto delle conclusioni del risultato della visita che Marrazzo ha avuto questa mattina al Policlinico Gemelli da cui è emersa la sua indisponibilità temporanea a svolgere le funzioni per motivi di stress psicofisico perché quello che è successo lo ha provato fortemente. Il certificato parla di trenta giorni per poter riprendere l’attività” riferisce ancora Montino. Mentre Piero Marrazzo espleta la prognosi, il quadro sembra ormai ricostruito in tutte le sue luci ed ombre dal Gip Sante Spinaci: 5mila euro concordati con un transessuale per un rapporto a pagamento, l’irruzione fuorilegge dei carabinieri infedeli e le minacce prima e dopo. Il Gip ha infatti proceduto ad emettere l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti degli indagati: Luciano Simeone, Carlo Tagliente, Antonio Tamburrino e Nicola Testini.

Ginevra Baffigo

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