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Prima grana per la neosegreteria Bersani Rutelli: “Con Casini non subito non solo”

ottobre 26, 2009 di Redazione 

L’ex vicepremier annuncia a Vespa l’intenzione di lasciare i Democratici per confluire in una nuova forza che metta assieme «i moderati del centrodestra e i democratico-riformisti». Sentiamo.

Nella foto, Francesco Rutelli

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Non sono trascorse nemmeno ventiquattrore, dall’elezione di Pier Luigi Bersani alla guida del Partito Democratico, e il fantasma della scissione prende già corpo. Francesco Rutelli, leader della componente più a destra dei Democratici, gli ex “coraggiosi” (dei quali molti però, come l’ex braccio destro Gentiloni, hanno lasciato per altri lidi interni), un’anima centrista, cattolica e semi-conservatrice in economia e non solo (sì al nucleare, sì al Ponte di Messina, no ai nuovi diritti civili), affida al nuovo libro di Bruno Vespa una frase che tradisce l’intenzione di lasciare il partito che, da allora leader della Margherita, ha contribuito a fondare.

Un’opzione sul tavolo sin dal momento in cui la candidatura di Bersani si è caratterizzata per una possibile svolta a sinistra del Pd, peraltro tutta da verificare. Un’opzione che, tuttavia, non avrà corso subito, anche se bisognerà sentire cosa ne pensano oggi gli (ex?) amici Democratici di Rutelli. Che spiega: «Deve formarsi una forza nuova per favorire aggregazioni che nascano da questa crisi, un confronto tra moderati del centrodestra e democratico-riformisti del centrosinistra». Per tutto questo, «vado con Casini, ma non subito e non da solo».

«Mentre Berlusconi detta l’agenda al paese - ha detto a Vespa l’ex candidato premier del centrosinistra – nel nostro campo da un lato i moderati sono sempre più attratti da Casini e dall’altro guardano a Di Pietro, che batte solo su un punto: Berlusconi è un mascalzone, e se incontra sulla propria strada il presidente della Repubblica, non risparmia neppure lui. Per riparare, il Pd si sbilancia a sinistra, e così peggiora la situazione, e si isola».

«E’ incredibile che il Pd si costruisca radici socialiste con un quarto di secolo di ritardo e molta sinistra è andata a destra», commenta (in anticipo) l’elezione di Bersani. Anche perchè «per essere riformisti non bisogna stare necessariamente nel Pd. A destra ci sono socialisti come lo stesso Berlusconi, Tremonti, Brunetta. Frattini è diventato socialista venendo dal Manifesto. Bondi era comunista. Maroni viene addirittura da Democrazia Proletaria».

Poi un giudizio durissimo sul Pd: «In questi due anni ha sprecato un patrimonio anziche’ costruirne uno nuovo. Avremmo dovuto cambiare terreno di gioco, allenatore, squadra, pallone, modulo tattico, perfino i tifosi. Dopo quindici anni era evidente che lo schema dell’Unione era finito. Bisognava cambiare tutto. E invece non e’ cambiato niente. Il Pd e’ senza ceti produttivi. Vota per noi soltanto il 13-14 per cento dei piccoli imprenditori. Ne votavano di piu’ per il vecchio Partito comunista. Siamo senza operai, senza ceto popolare. Il discorso che Veltroni fece nel 2007 al Lingotto e una conduzione battagliera della campagna elettorale del 2008 hanno portato il Pd a conquistare un terzo dei voti».

Quindi la stoccata finale con annuncio, perchè «nemmeno il Pci si era mai sognato di oscillare tra un laicismo fondamentalista minoritario e un giustizialismo caudillista».

Ci sarà tempo per approfondire i dettagli della presa di posizione rutelliana, che non mancherà di mandare subito in fibrillazione il nuovo Pd di Bersani e di scatenare durissime polemiche. Una posizione che comunque tende a rimettere in discussione l’impostazione bipolare del nostro sistema a favore della ricostituzione di una forza di centro, molto più ampia di quelle che abbiamo visto finora, in grado di dare vita ad una nuova politica cosiddetta “dei due forni”, cioè in grado di allearsi una volta a destra una volta a sinistra, potendo così esercitare un forte potere di influenza sulle scelte dei possibili alleati e di avere la forza di imporre, molto spesso, un proprio candidato premier.

Naturalmente tutto dipenderà da quanti e chi seguiranno Rutelli su questa via (soprattutto tra gli elettori). Anche perchè gli esponenti liberal sono un po’ con Bersani (Enrico Letta su tutti), un po’ con Franceschini (ma slegati dalla corrente rutelliana, come il già citato Gentiloni). E i popolari sembrano aver stretto un “patto di ferro” con l’ex sinistra bersaniana. Ma, certo, in questo quadro tutto, nei prossimi mesi, potrà cambiare.

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