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Mentre Kabul si prepara al ballottaggio, è scontro Obama-Cheney su strategia Usa

ottobre 26, 2009 di Redazione 

Secondo l’ex vicepresidente di Bush il “piano McChrystal” per l’Afghanistan, adottato dalla nuova amministrazione, assomiglia a quello della precedente presidenza repubblicana. «Rimarremo là finchè il Paese non sarà sicuro, anche ci volessero anni», ha detto lo stesso generale da cui l’operazione prende il nome. E tutto questo non fa che inimicare ulteriormente un’opinione pubblica ormai stanca della causa afghana. Anche per questo Obama non ha visto di buon occhio la rottura del tavolo per un governo di unità nazionale, e la scelta dello sfidante Abdullah di insistere per il rinvio della decisione agli elettori e al voto finale del 7 novembre. Ci racconta tutto la nostra Désirée Rosadi.            

Nella foto, il presidente afghano uscente, Hamid Karzai, e Barack Obama

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di Désirée ROSADI

Il prossimo 7 novembre l’Afghanistan tornerà alle urne per il ballottaggio, dopo i brogli emersi durante le elezioni del 20 agosto. La Commissione elettorale, infatti, ha invalidato i voti di circa 210 seggi, privando così Hamid Karzai delle preferenze necessarie alla vittoria elettorale. Il presidente uscente si dovrà scontrare con il suo avversario Abdullah Abdullah: nei giorni scorsi sembrava che tra i due potesse stabilirsi un accordo, che avrebbe evitato un ulteriore turno di votazioni, come era stato auspicato anche da Solana, capo della diplomazia UE. L’idea dell’accordo tra Karzai e Abdullah era piaciuta ai governi occidentali, in particolare a Washington. Sono state avviate addirittura delle trattative tra il presidente uscente e lo staff del suo avversario, al fine di elaborare un piano di governo di unità nazionale. Ma ad escludere categoricamente l’ipotesi di coalizione è stato Abdullah, il quale ha fatto sapere che accetterà di restare all’opposizione solo se Karzai vincerà “in modo trasparente e credibile”.

Un colpo basso per la Casa Bianca: a Karzai, interlocutore privilegiato da Obama, come precedentemente da Bush, sarebbe stato affidato il governo di unità nazionale, coadiuvato da Abdullah. Ma non è andata così. Barack Obama, quindi, si trova a dover ripensare l’intera strategia diplomatica, senza considerare la richiesta incombente dei vertici militari di inviare in Afghanistan altri 40 mila uomini. Nel frattempo l’attesa dei risultati di novembre diventa sempre più estenuante, e a rinfocolare il clima già teso arriva Dick Cheney, vice presidente di Bush, che mette in discussione la validità della strategia di Obama. Secondo Cheney, il piano di McChrystal, adottato dall’attuale amministrazione “ha forti rassomiglianze” con quello portato avanti da Bush negli ultimi mesi del suo mandato. E non finisce qui: sembra che Obama abbia chiesto al vice di Bush il merito della sua ideazione. In ogni caso, ciò che risulta evidente è l’incertezza con cui si sta decidendo l’impiego delle forze armate che, sempre secondo Cheney, non può far altro che rafforzare il nemico, ossia i talebani.

Nello specifico, la strategia del generale McChrystal è incentrata sulla richiesta di nuovi 40 mila uomini da dislocare in territorio afghano, e prevede una serie di misure che dovrebbero aiutare la riconciliazione nazionale. Il piano, per come è stato divulgato, prevede la protezione dei civili afghani, lo sviluppo e l’espansione della polizia e dell’esercito afghano, l’assistenza economica, la separazione dei combattenti talebani dalle loro menti, ossia il Mullah Omar e Bin Laden, e la riconciliazione tra le fazioni in lotta. Una strategia condivisibile, se non fosse per i tempi previsti per la sua attuazione: McChrystal ha infatti dichiarato tra le pagine del New York Times che gli americani rimarranno in Afghanistan fino a che il Paese non sarà sicuro, “anche se ci volessero anni”. Parole che non piacciono all’opinione pubblica americana, ormai stanca di fornire i suoi uomini per la causa afghana, proprio mentre lo spettro talebano torna a farsi sentire, minacciando chiunque andrà a votare per il ballottaggio.

Désirée Rosadi

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