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***L’intervento***
TOUADI’, LA MIA RISPOSTA A GRAMELLINI di ANDREA SARUBBI*

ottobre 23, 2009 di Redazione 

Il deputato del Partito Democratico ed ex conduttore del programma di Raiuno “A sua immagine” sceglie il giornale della politica italiana per rintuzzare le critiche piovute dai fronti opposti interni, ma ancora più autorevolmente da quello che è forse il numero uno dei  commentatori del nostro Paese, la grande firma della “Stampa”, sulla scelta di Dario France- schini di proporre Jean-Leonard Touadì, congole- se di colore da trent’anni in Italia, tre lauree, già assessore al Comune di Roma, professore universitario, e una donna come candidati della sua mozione alla vicesegreteria Pd. Una scelta che Gramellini e gli altri hanno subito tacciato di “veltronismo”, e nello specifico di quella branchia di veltronismo messa in campo nella campagna elettorale del 2008 che prevede la candidatura appunto di persone-simbolo, che rappresentano, più o meno bene, una “categoria”. La risposta di Sarubbi. Sentiamo.                                                            

Nella foto, Jean-Leonard Touadì

Le pagine personali di Andrea Sarubbi all’indirizzo http://andreasarubbi.wordpress.com

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di ANDREA SARUBBI*

Il Buongiorno di Massimo Gramellini sulla Stampa, che normalmente mi fa cominciare bene la giornata, oggi mi ha mandato di traverso il caffè. Oggetto: le ironie sulla candidatura di Jean-Léonard Touadi a vicesegretario del Pd, nel caso in cui Dario Franceschini vincerà le primarie. Leggetelo e poi ne parliamo.

I vice del vice
Se domenica sarò eletto segretario del Pd, dice Dario Franceschini, nominerò mio vice il giornalista nero Jean-Léonard Touadi. Passano alcune ore. Se domenica sarò eletto segretario del Pd, ridice Dario Franceschini, nominerò miei vice il giornalista nero Jean-Léonard Touadi e una donna. Lo Statuto del partito gli impedisce di andare oltre la coppia, altrimenti immaginiamo che alle prime luci dell’alba avrebbe incoronato vicesegretari anche un gay, un indiano Cheyenne, uno stambecco del Gran Paradiso. E’ il veltronismo senza Veltroni, la malattia terminale del Partito Democratico. Quell’idea di poter fare politica con le figurine invece che con le persone.
Naturalmente nessuno nega a priori che Touadi e la donna ancora misteriosa (Debora Serracchiani) siano politici straordinari che cambieranno le sorti dell’umanità. Ma resta il fatto che non vengono scelti in quanto tali, ma perché soddisfano le esigenze del cast, come nei reality televisivi. La crisi di Veltroni, fino a quel momento in rimonta nei sondaggi, cominciò con le candidature della Velina Pensante (la Madia) e del Leghista Buono (Calearo). La gente annusò la messa in scena e l’incanto finì. Franceschini riparte da quel vuoto e rischia di approdare nello stesso luogo. Certi democratici se ne facciano una ragione: la politica per immagini è un brevetto di Berlusconi. Ogni replica dell’originale, anche se in versione politicamente corretta, non diventa una novità. Rimane un tarocco.

Nei commenti sul sito web della Stampa, gli elogi a Gramellini si sprecano: un po’ chi non vota Pd, un po’ chi lo vota ma appoggia altre mozioni, tutti a colpire duro contro il veltronismo, a questa politica del casting che non ci farà mai vincere un tubo, eccetera eccetera. Essendo io uno del casting, chiamato nel Pd proprio quando si era aperta una polemica con il mondo cattolico per l’accordo con i radicali, non mi meraviglio che qualcuno possa sospettare della mia obiettività in merito. Perché, non lo nascondo, è pur vero che il mio operato in questo anno e mezzo è sotto gli occhi di tutti (ed ognuno può giudicare autonomamente se quella scelta di Veltroni e Rutelli fu azzeccata oppure no), ma l’idea di essere etichettato a vita in una categoria (il cattolico, nel mio caso) mi sta un po’ stretta. Inoltre, a rischio di non sembrare obiettivo, c’è una verità che non posso tacere: al di là delle facili ironie gramelliniane sulla velina pensante, Marianna Madia è un’ottima parlamentare, pur non venendo dal basso, così come lo sono Chiara Braga e Daniela Sbrollini, che a differenza sua hanno storie di militanza nel partito e di impegno territoriale. La mia prima risposta a Gramellini (ed a tutti quelli che ne condividono l’analisi) è dunque che non esiste un solo modo di arrivare ai piani alti della politica: accanto ai territori gioca da sempre un ruolo la società civile, che per definizione, agli occhi dell’opinione pubblica, proprio in categorie si divide. La stessa possibile candidatura della Serracchiani – che pure non è scontata, mi pare di capire, perché saranno le donne del Pd a scegliere l’altro vicesegretario – è profondamente diversa da quella di Jean-Léonard, visto che si tratta di una giovane donna impegnata da sempre a livello locale ed eletta alle ultime Europee proprio grazie al voto dei circoli. Se avesse avuto altri sponsor politici (magari lo stesso Bersani) chi oggi critica il veltronismo serracchione avrebbe detto che, finalmente, veniva premiato il lavoro dei nostri giovani amministratori. L’altra obiezione che muovo a Gramellini è che, nella vita, tutto può essere ridotto a categorie. Potrei dire che lui è stato nominato vicedirettore della Stampa perché al giornale della Fiat, il più letto a Torino, serviva come il pane un simbolo del tifo granata: una boiata colossale, per carità, ma provate a smentirla una volta che l’ho messa in giro. Allo stesso modo, le primarie dei Democrats americani erano una sfida tra categorie: anche lì, guarda un po’, un nero ed una donna. Qualcuno può dubitare che Obama non sia stato favorito nell’impatto mediatico dal fatto di essere nero? Non credo. O che Hillary Clinton non abbia puntato, nella sua campagna elettorale, sul fatto di essere donna? Neppure. E può darsi, non lo nego, che una parte degli americani abbia votato l’uno o l’altro in base alle categorie di appartenenza; ma questo non toglie nulla ai loro meriti politici, al loro percorso, alla legittimità di occupare il posto che oggi occupano. Perché l’uno e l’altra hanno dimostrato che, al di là delle categorie, c’era – la dico alla Bersani – della polpa, proprio come nel caso della candidatura di Jean-Léonard e – ne sono certo – della donna che verrà scelta nel caso in cui Dario vincesse. Poi, è una mossa mediatica che può dar fastidio a chi non l’ha pensata, va bene, ed è normale che a pochi giorni dalle primarie il tasso di suscettibilità sia più alto del dovuto. Ma definire Touadi una categoria è un insulto alla verità, altro che veltronismo.

ANDREA SARUBBI*

*Deputato del Partito Democratico

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