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Esclusivo. Nel ’94 Berlusconi evitò un colpo di Stato di G. Fasanella

ottobre 21, 2009 di Redazione 

Nel ’92-’93 la destra italiana, travolta da Tangento- poli e rimasta solo con la (flebile) rappresentanza dell’Msi, temeva l’avvento di un regime guidato dal Pds di Occhetto e D’Alema. E si preparava ad evitarlo con ogni mezzo. Il Cavaliere diede una forma demo- cratica all’espressione delle ansie di quell’area rimasta orfana dei partiti tradizionali. Ed evitò così una svolta drammatica. Ce lo racconta la grande firma di “Panorama” - testimone diretto di quegli anni proprio come cronista del settimanale di opinione conservatore - che mette in guardia dai rischi della demonizzazione dell’avversario, qualunque esso sia, e invita la sinistra italiana a prendere atto di questo merito storico del suo avversario più radicale. Un pezzo scritto per Facebook e pubblicato in esclusiva dal giornale della politica italiana che va oltre ogni schema precostituito, libero, intelligente. Assolutamente da non perdere.

Nella foto, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi

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di GIOVANNI FASANELLA

Lo so, è un impresa quasi impossibile, nel clima di odio e di scontro al limite della guerra civile in cui stiamo precipitando. Sono sicuro che riceverò insulti, che qualcuno con la puzza sotto il naso, convinto di essere sempre e comunque dalla parte della ragione, mi cancellerà dalla lista dei propri amici. Pazienza, correrò questo rischio. E come avevo promesso, spiegherò, da un punto di vista di sinistra, perché la presenza di Berlusconi sulla scena politica non è stata del tutto negativa.

Ho assistito alla “fine” della guerra fredda in Italia e alla caduta della Prima Repubblica da una postazione privilegiata: tra il 1989 e il 1992 ero il quirinalista di Panorama, quando presidente della Repubblica era Francesco Cossiga, protagonista assoluto di quella delicatissima fase della storia italiana. Ricordo le veline diffuse all’epoca sul “picconatore”. La sinistra dc e il “partito” di Repubblica, in particolare, lo dipingevano come un “pazzo” e suggerivano di andare a cercare in Svizzera le sue cartelle cliniche. Per il Pci-Pds, il “pazzo” era anche pericoloso, in quanto “golpista”. Devo dire la verità, stavo per cascarci anch’io, come gran parte dell’opinione pubblica di sinistra, democristiana o ex comunista che fosse. Ma poi la mia curiosità prevalse sulle vulgate. Dopo averlo osservato con attenzione, mi resi conto che Cossiga giganteggiava al cospetto del ceto politico dell’epoca, era l’unico ad aver capito che, caduto il Muro, occorreva cambiare registro togliendo tutti gli scheletri dagli armadi della Repubblica. Tutti: quelli della destra, del centro e della sinistra, attraverso una pubblica confessione e un’altrettanto pubblica riconciliazione. Occorreva farlo, era il suo messaggio, altrimenti il sistema sarebbe crollato sotto il peso dei fantasmi di una storia anomala, drammatica e anche sanguinosa. E lui per primo aveva cominciato a farlo. A suo modo, certo: giocando con i paradossi e spesso anche fingendosi “matto”, perché quello era l’unico per dire al Paese delle verità sulla guerra fredda nascoste per quasi mezzo secolo, perché “indicibili”.

Un giorno intervistai Luciano Violante, all’epoca vice di Massimo D’Alema alla presidenza dei deputati Pci-Pds, se non ricordo male. Verso la fine del colloquio mi chiese di spegnere il registratore e, dopo avermi strappato la promessa che non ne avrei mai scritto, mi raccontò di un suo incontro al Quirinale. Cossiga lo aveva invitato perché voleva che facesse pace con Edgrado Sogno, il più duro degli anticomunisti italiani durante la guerra fredda, inquisito negli anni Settanta proprio dal magistrato Violante per un tentativo di golpe. “Vi stringete la mano e ci facciamo una bella mangiata di pesce tutti e tre insieme”, gli disse il Capo dello Stato, aggiungendo: “Sogno è personaggio assai più importante di quanto si pensi, ha dietro di sé ambienti potenti: quella stretta di mano li tranquillizzerebbe”. Violante rifiutò cortesemente l’invito. E salutandolo, Cossiga gli disse più o meno così: “Quelli che sapevano davvero come sono andate le cose in Italia sono quasi tutti morti. Ne sono rimasti ancora due o tre… Tu sei uno di quelli…. E sei ancora giovane…”
Non voglio dire come Violante interpretò quel messaggio. Ma so che scrisse una lunga lettera al segretario del partito, Achille Occhetto, con un dettagliato resoconto del colloquio con il Capo dello Stato.

Nei fui molto impressionato, tanto da rimanere senza parole. Ma poi, riflettendoci bene, conoscendo Cossiga e il suo modo di dire certe cose, capii che con quelle sue allusioni aveva semplicemente voluto mettere in guardia dai pericoli che avrebbe corso il Paese, se la guerra fredda fosse proseguita anche dopo la caduta del Muro. La risposta del Pci-Pds all’offerta di una riconciliazione nazionale è storia nota. Non appena venne scoperta la rete clandestina atlantica Gladio, avviò subito le procedure per l’impeachment del Presidente della Repubblica, che se n’era assunto pubblicamente la paternità. Ma Occhetto andò ben oltre. Prima fiancheggiò l’inchiesta della magistratura veneziana sulla Gladio con un “pubblico processo” politico nelle piazze al quarantennio democristiano. Poi cavalcò spregiudicatamente la rivoluzione di “mani pulite” della procura milanese che stava decapitando l’intero ceto politico di governo e anticomunista della Prima Repubblica. Insomma, sconfitto dalla storia, sepolto sotto le macerie del Muro di Berlino, dopo aver cambiato nome e simbolo senza la minima revisione critica della propria esperienza, senza il minimo accenno all’immane tragedia di cui in qualche modo era stato corresponsabile, in Italia il comunismo tentava di prendersi una rivincita attraverso la magistratura. E come aveva previsto Cossiga, il Paese entrò in fibrillazione. E la situazione si fece ben presto talmente grave da rischiare un infarto mortale. Iniziò la mattanza. Salvo Lima, Falcone e Borsellino in Sicilia. Le bombe a Firenze, Milano e Roma. Gli avvertimenti della “falange armata”. Le “perquisizioni” nelle abitazioni di molti personaggi pubblici. Gli strani movimenti di truppe segnalati un po’ ovunque. L’autobomba scoperta a due passi dalla presidenza del Consiglio poco prima che passasse l’allora capo del governo Carlo Azeglio Ciampi. I centralini di Palazzo Chigi bloccati per diverse ore, la Lega di Umberto Bossi pronta alla secessione…. E il tutto avveniva mentre proseguiva, implacabile, l’altra “mattanza”, quella politico-giudiziaria; e il Pds di Occhetto, distrutti i partiti storici avversari dalla magistratura, aveva conquistato nelle elezioni comunali tutte le grandi città e, dopo un esame superato alla City di Londra (c’ero anch’io quel giorno, inviato da Panorama), si apprestava a vincere le elezioni politiche con la sua “gioiosa macchina da guerra” progressista.

Era il 1992-1993. Fu allora che scese in campo Silvio Berlusconi e in pochi mesi, si inventò un nuovo partito politico, Forza Italia: le sue televisioni contro la magistratura del Pds e del “partito” di De Benedetti (fiancheggiato dalla quasi totalità della stampa italiana e internazionale). A dispetto di tutte le previsioni della vigilia, le elezioni del marzo 1994 le vinse Silvio Berlusconi. Nel mese di maggio si insediò il suo primo governo. Mauro Zani, all’epoca dirigente di primissimo piano del Pds, qualche tempo dopo mi disse:

“Sì, quel giorno era come se sul Parlamento fosse calata una cappa di piombo. Che impressione: il Transatlantico di Montecitorio era pieno di uomini che fino a un minuto prima avevano indossato una divisa ed ora ostentavano i loro distintivi all’occhiello delle giacche…Sotto quegli abiti borghesi da neoparlamentari, era tutto un rumore di sciabole e uno sbattere di stivale. No, non credo a un tentativo di un colpo di Stato, nel senso classico dell’espressione almeno. Ma sicuramente c’era una volontà da parte del centro-destra di presidiare le istituzioni, di occuparle anche fisicamente”.

Zani ebbe l’impressione di un pericolo imminente. Cronista di Panorama, c’ero anch’io quel giorno, nel Transatlantico di Montecitorio. E parlando con molti neodeputati della parte avversa, ebbi invece un’altra impressione: quella di un pericolo sventato. Confermata successivamente da diverse altre fonti: politici, militari, magistrati, uomini d’intelligence e anche diplomatici stranieri con cui avevo parlato per capirne di più.
Vorrei riportare una testimonianza, in particolare. E’ di un ex generale degli alpini, Luigi Manfredi, eletto al Senato nel 1994 nelle liste di Forza Italia. E’ davvero illuminante, perché spiega benissimo quale fosse all’epoca lo stato d’animo dell’altra metà del Paese:

“Alla vigilia delle elezioni del 1994 la paura era molto forte. Dal punto di vista psicologico ed emotivo, il clima era lo stesso del 1948, quando si pensava che i cosacchi potessero abbeverarsi alle fontane di Piazza san Pietro. Per noi moderati, Berlusconi rappresentava l’ultima spiaggia. Eravamo convinti, e lo siamo tuttora, che anche se avevano cambiato pelle, gli obiettivi che perseguivano i vari Occhetto e D’Alema fossero in gran parte gli stessi di prima: la conquista del potere, eliminando l’opposizione con tutti gli stratagemmi possibili. Attraverso il controllo della magistratura, l’obiettivo era l’instaurazione di un regime con tratti antidemocratici. Ci eravamo accorti, a un certo punto, che erano stati enfatizzati i peccati commessi da Dc e Psi. Questi due partiti erano stati demonizzati. Non tutti vedevano il disegno, allora. Però era molto chiaro. Stranamente, le inchieste di “mani pulite” toccavano tutti i partiti, ma non il Pds. Eppure noi avevamo le prove dei finanziamenti ricevuti quasi legalmente dalle cooperative rosse. Per non parlare dei rubli che erano arrivati dall’Urss, Paese nemico. Lo scopo vero di “mani pulite”, dunque, non era quello di debellare un fenomeno malavitoso, ma di utilizzare Tangentopoli per scopi politici. Nel 1993 noi moderati ci eravamo trovati in una situazione di grandissimo marasma, con una sola forza di destra (il Msi, ndr) a reggere contro lo strapotere della sinistra. Il pericolo che vedevamo non era tanto quello di un regime comunista come storicamente lo avevamo conosciuto. Il pericolo vero era costituito dalla capacità della sinistra di riciclarsi, con le sue convinzioni illiberali sia in politica che in economia. E non essendoci riusciti col metodo classico dei comunisti, ora potevano riuscirci col metodo democratico. Berlusconi, dunque, costituiva l’ultima barriera contro quel pericolo”.

Tra il 1992 e il 1993, ambienti e forze che durante la guerra fredda erano state impiegate nella lotta al comunismo, si ritrovarono improvvisamente privi della loro tradizionale rappresentanza politica, erano terrorizzate, si sentivano minacciate, braccate. Ed erano disposte a tutto. In quel periodo, l’Italia arrivò davvero a un passo dal colpo di Stato, con la conseguente rottura della sua stessa unità politico-territoriale. Ecco allora il merito storico che va riconosciuto a Berlusconi, al di là dei giudizi sull’operato dei suoi governi e sulla sua stessa persona: quello di aver ridato, attraverso Forza Italia, una rappresentanza politica a forze sbandate, di aver neutralizzato schegge impazzite riconducendole all’interno delle logiche dei conflitti, anche duri e durissimi, ma tipici delle democrazie. Se la sinistra continuerà a demonizzarlo e delegittimarlo, il rischio che correremo tutti sarà quello di riportare le lancette della storia a quel 1992-1993.

GIOVANNI FASANELLA

Commenti

3 Responses to “Esclusivo. Nel ’94 Berlusconi evitò un colpo di Stato di G. Fasanella

  1. Umberto Pelliccia on ottobre 22nd, 2009 13.17

    Ma sai, considerando che il fondatore di Forza Italia sia Dell’Utri, stai dicendo che l’Italia in quel momento ha dato il colpo di spugna alla lotta contro la mafia e che quindi abbia vinto l’antistato… non credo che i cittadini italiani siano poi tanto contenti di saperlo, quindi quest’articolo, che cerca di descrivere nel dettaglio le giustificazioni della cosa, dando quasi una pacca sulla spalla a coloro che vi hanno partecipato, è inutile. Se i rappresentanti del nostro governo hanno trattato il caso Italia con qualsiasi organizzazione criminale hanno sbagliato e devono pagare. Sulla costituzione non c’è scritto da nessuna parte: l’Italia è una repubblica democratica però c’è la mafia… Come non c’è scritto da nessuna parte che governo, servizi segreti, frange di estrema destra e organizzazioni criminali devono creare la strategia del terrore per poi fingere di aver trovato un accordo, perchè erano già d’accordo. Questi tre lustri di “serenità” di cui parli, hanno permesso a questa gente di distribuirsi serenamente le poltrone del potere… il problema è decidere da che parte stare, dalla parte di uno stato debole o da quella di un antistato forte?

  2. mix on ottobre 24th, 2009 00.34

    Da ‘cittadino che paga le tasse’ mi pare intollerabile la sua tesi.
    Il colpo di stato in Italia c’è già stato, strisciante e tuttora in corso, riuscitissimo: aver consegnato ad un solo soggetto il controllo della totalità o quasi dell’informazione privata, il controllo politico di quella pubblica e la carica di presidente del consiglio.

    Quando avremo serie legge antitrust e quote di partecipazione da paese civile nelle aziende che controllano l’informazione la ‘guerra civile’ in atto finirà.
    Sempre che da qualche scantinato massonico-gladiatorio, per paura dei comunisti, non ci tirino addosso un altro.

  3. Mario on ottobre 24th, 2009 09.33

    “Nel 1993 noi moderati ci eravamo trovati in una situazione di grandissimo marasma, con una sola forza di destra (il Msi, ndr) a reggere contro lo strapotere della sinistra. Il pericolo che vedevamo non era tanto quello di un regime comunista come storicamente lo avevamo conosciuto. Il pericolo vero era costituito dalla capacità della sinistra di riciclarsi, con le sue convinzioni illiberali sia in politica che in economia. E non essendoci riusciti col metodo classico dei comunisti, ora potevano riuscirci col metodo democratico. Berlusconi, dunque, costituiva l’ultima barriera contro quel pericolo”.
    Cosa è cambiato da allora? Niente.
    Per cambiare le cose la sinistra dovrà fare i conti con il passato anche recente, eliminare le convinzioni illiberali politiche ed economiche e allora il berlusconismo (con i suoi meriti e demeriti) si estinguerà da solo.
    Si ricordi in primis che Berlusconi non ha convinto mai nessuno ha dato solo voce a tutta quella società civile moderata che già la pensava come lui.

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