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Nostra denuncia muove la politica Concia: ‘Alemanno togli manifesti’

ottobre 20, 2009 di Redazione 

Il giornale della politica italiana ha raccontato per primo l’apparizione in tutta la capitale di manifesti discriminatori in cui i gay venivano accostati alla scimmia. Oggi la deputata del Partito Democratico, in prima fila nella lotta contro l’omofobia e autrice del ddl a difesa degli omosessuali poi bocciato dal voto contrario del centrodestra e di Paola Binetti, “rispon- de” alla sollecitazione de il Politico.it e dalle colonne del nostro giornale chiede di poter rivolgere un appello al sindaco di Roma. L’omosessualità non è di parte ma taglia traversalmente tutta la società. Nel resto d’Europa e del mondo ci sono leggi molto dure contro l’omofobia. Non è questione di politica o di ideologia ma di diritti sociali, quando non umani. Senza citare nemmeno una volta la questione, invece, dei più divisivi diritti civili la deputata del Pd in questa intervista apre decisamente al centrodestra rinunciando ad ogni scudo velleitario o ideologico, al solo scopo di arrivare insieme ad interrompere questa deriva di violenza nei confronti di una parte della popolazione. il Politico.it cambia la politica italiana. Onestà, responsabilità, rispetto della dignità della persona. Su questi capisaldi si può ritrovare l’Italia unita domani. L’ha intervistata Ginevra Baffigo. Buona lettura.

Nella foto, l’onorevole Paola Concia

Il pezzo con cui denunciavamo l’apparizione dei manifesti

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di Ginevra BAFFIGO

Nemmeno il tempo di porre la prima domanda che Paola Concia esprimere la propria preoccupazione per ciò che il Politico.it ha raccontato ieri, l’affissione abusiva di alcune centinaia di manifesti discriminatori nei confronti delle persone omosessuali nel cuore della Capitale. La deputata Democratica, relatrice del ddl contro l’omofobia bocciato la scorsa settimana dal Parlamento, si dice “molto preoccupata”.

Un fatto grave.
«Sì, sono preoccupata perché la legge contro il reato di omofobia era un percorso, mio e di molti altri, un’iter culturale, un modo per far fare dei passi avanti al nostro Paese.
La bocciatura sul piano culturale si è poi risolta, come avete potuto vedere, in un’autorizzazione alla violenza. Il modo in cui è stata bocciata la legge ha dato per l’appunto il nulla osta per continuare con le violenze, che ad oggi restano impunite. Questa campagna non è solo un’incitazione all’omofobia, non è solo denigratoria, non è proprio degna di un Paese civile. Un Paese civile non può permettersi di far affiggere dei manifesti del genere nella propria capitale.
Penso che Alemanno debba essere il primo a pronunciarsi in merito. Altrimenti dovrò pensare, come d’altra parte è sospetto, che le sue sono state solo chiacchiere e che non è in grado di controllare e di staccarsi da una certa cultura politica. Se lui questa “campagna” non la sanziona, il messaggio che passerà sarà proprio questo. Soprattutto dovrà esplicitare la propria condanna a queste iniziative, facendo togliere quei manifesti dalla città. Quei manifesti alimentano l’omofobia, Alemanno lo deve sapere. A me non interessa che il sindaco di Roma ogni volta che si verifica un episodio omofobo lo condanni e basta, sono stanca delle chiacchiere».

Cosa deve fare Alemanno?
«Qualcosa prima. Qualcosa dopo. Un gesto importante sarebbe intanto quello di togliere queste affissioni. Io glielo chiedo qui, pubblicamente: si proceda alla rimozione di questi manifesti».

E poi?
«Ci vogliono dei messaggi importanti di condanna, di isolamento politico di certe frange. La politica deve condannare questi manifesti, esplicitando che in un Paese civile queste cose sono vietate. Non c’è punto. Ci vuole una condanna unanime della politica. Un ‘no’ secco a queste intolleranze, a questo pregiudizio sugli omosessuali. Perché questi messaggi non fanno che alimentare la violenza.
Una condanna, ripeto, senza se e senza ma. E ribadisco ancora: “Alemanno devi farli togliere, se vuoi essere coerente nei fatti alle parole dette”. Anche perché altrimenti questa città rischia di diventare una città impossibile per gli omosessuali. Sembra vero quello che si dice su Roma. Io sono dell’idea che l’omofobia sia diffusa in tutto il Paese, però è un dato di fatto che la maggior parte degli episodi si siano verificati nella capitale. Il sindaco non sta facendo niente e la situazione si fa sempre più pesante. Una città come Roma, con una tradizione come quella della nostra capitale, non può diventare una città intollerante verso gli omosessuali e i transessuali. E’ una cosa gravissima e soprattutto pericolosa. Anche questa inerzia è intolleranza».

A quanto ci dicono i dati, le violenze vengono per lo più da persone che fanno riferimento all’estrema destra, e sono molto giovani.
«Due cose vere. Molti esponenti del centrodestra, persone che vogliono cambiare la cultura del centrodestra sui diritti civili, sul rispetto dell’altro, in tal senso penso stiano facendo un grande lavoro ed ovviamente li sostengo. Bisogna sconfiggere e limitare questa cultura razzista ed omofoba che si riscontra in tutto il Paese. Per questo il sindaco di Roma, in particolare, deve essere chiaro nei suoi gesti politici. Lui, ma non solo. Dopo di che vi è anche il problema di una cultura intollerante dei giovani. E’ vero. In questo bisognerà chiamare in campo la Gelmini ed io sono ovviamente disposta a darle una mano. E’ un problema, serio, che deve assumere su di sé il ministro dell’Istruzione. Deve capire che c’è un clima pesante di bullismo ed intolleranza razzista, ed omofoba, fra i giovani. E’ un problema gravissimo e bisogna correre ai ripari. Tutti insieme appunto».

Gli aderenti al Trifoglio, il movimento autore della campagna, sostengono di essere giovani provenienti del volontariato cattolico.
«Sicuramente all’interno del mondo cattolico vi è una frangia integralista, Il Trifoglio deve appartenere a questa cultura. Gli integralisti d’altra parte ci sono in tutto il mondo. Io ritengo che nel nostro Paese la maggior parte dei cattolici non siano integralisti, ma persone con una cultura democratica. E questa cultura deve essere diffusa il più possibile. L’integralismo cattolico ovviamente fa più rumore, la Binetti ne è un esempio. E’ gente più rumorosa, fanno gesti violenti che emergono proprio per questo motivo. Io penso che tutti i laici e tutti i cattolici che vogliono un Paese migliore debbano allearsi».

Come interpreta la propensione delle nuove generazioni alla violenza?
«Nel razzismo e nell’omofobia c’è un ceppo comune. La causa profonda è la paura che poi degenera in intolleranza verso chi è diverso: dal colore della pelle all’inclinazione sessuale, ai portatori di handicap. La diversità, in generale, quando non si hanno gli strumenti per poterla capire, viene affrontata anzitutto con l’attacco. Il diverso fa paura e purtroppo la paura degenera in un atteggiamento di chiusura e poi di violenza. Fra i giovani poi c’è il problema del bullismo. E’ un problema grandemente diffuso. Non solo da noi, ma in Inghiilterra e negli altri Paesi. La violenza tra i giovani è un problema che va affrontato urgentemente. In questo senso, credo che il sistema mediatico dovrebbe contribuire a contrastare questo fenomeno. Non solo la televisione, ormai i ragazzi passano molto più tempo davanti al computer e si informano su internet. Direi soprattutto su internet. Bisognerebbe riflettere sui messaggi che passano sulla rete. Io poi sono una persona che crede che il web sia uno strumento fondamentale. Non sono una che vuole la censura, ma credo al contempo che sia necessario intervenire in quei luoghi dove i ragazzi si formano, e perciò la scuola, internet, la televisione. Bisogna capire il cambiamento che è in atto ed accompagnare i giovani nel loro percorso formativo. Certo, non vanno responsabilizzati solo i media, noi tutti trasmettiamo ai giovani modelli violenti. Siamo una società violenta e loro non fanno che recepirlo. Per questo, ribadisco, non è una parte politica che deve assumere la causa, dobbiamo farlo tutti insieme. Parliamo del futuro dei nostri figli».

La sua legge sarebbe stato un inizio sufficiente?
«Sarebbe stato innanzitutto un deterrente sul piano culturale. Perché lo Stato, le Istitiuzioni, il Parlamento avrebbero stabilito una norma che socialmente indicava quelle violenze come reato».

In molti però sollevavano l’obiezione che la legge non sarebbe bastata.
«Naturalmente. Neanche la legge Mancino sarebbe stata sufficiente per eliminare immediatamente i reati di omofobia. Questo non è un argomento. Perché si fanno questo tipo di leggi? Perché lo Stato deve stabilire e punire chi commette certi atti. Chi ha un atteggiamento omofobo deve sapere che lo Stato e la società condannano quel comportamento. Vale per tutti: per la pedofilia, per la violenza sessuale. In tal senso, ad ogni legislatura inaspriamo le leggi sui reati sessuali. Malgrado ciò, le violenze sessuali continuano ad esserci, o mi sbaglio? Non li abbiamo mica eliminati. Ma vengono puniti più severamente. Perciò ritengo che l’obiezione sia assolutamente pretestuosa. Né l’aggravante né la legge Mancino eliminano la violenza omofoba. Per estirpare il problema ci sono tanti modi, tra cui una legge. E tutti i Paesi civili hanno prima di tutto una legge sull’omofobia. Non è un caso. Tutti».

Forse da noi è stata bocciata perchè conteneva elementi di parte.
«Ma no. La mia legge era un segnale di tutto il Paese. Non è una cosa di parte. Il Parlamento deve dare un segnale di tutte le forze del Paese. Stiamo parlando di un principio fondante: quello dell’ugualianza di tutti i cittadini e della loro dignità. Non posso pensare che nel mio Paese il rispetto dei diritti degli omosessuali e transessuali sia a pannaggio di una parte politica. E’ pauroso pensare una cosa del genere.
Capisce che vorrei vivere in un paese dove questi principi basilari siano patrimonio di tutti i partiti, di tutte le forze politiche. Esattamente come succede negli altri Paesi. Voglio vivere liberamente in questo Paese e voglio essere considerata una cittadina da tutte le fazioni politiche».

Il centrodestra, nonché alcuni segmenti del suo partito, paventavano però il rischio del reato di opinione. Per questo il ddl è stato bloccato e la Binetti lo esplicita in modo piuttosto chiaro: «Per come era formulata la legge, le mie opinioni sull’omosessualità potevano essere individuate come un reato”.
«Io penso davvero che dovrebbero studiare, perché quel testo non conteva assolutamente i reati di opinione. Non li comprendeva. E’ una cosa falsa e pretestuosa. I detrattori di questa legge, molti nel centrodestra altri nel centrosinistra, ma in quest’ultimo caso sono quelli legati alle gerarchie, invece di dire esplicitamente che sono contro una legge sull’omofobia, si nascondono, e continuano a nascondersi, dietro questa pretestuosa e falsa affermazione. Non è vero. Quelle tre righe di testo che introducevano l’aggravante per reati di omofobia, non contengono i reati di opinione. Non c’è altro da aggiungere. Dicessero piuttosto, apertamente, e soprattutto avessero il coraggio di ammettere che non vogliono introdurre in Italia il reato di omofobia. Lo dicessero chiaramente che per loro va bene che i cittadini omosessuali e transessuali possono essere picchiati e malmenati senza che succeda niente».

Anche se la violenza non è solo fisica e i manifesti ne sono la riprova.
«Ma infatti in questo continuo a fare un appello al ministro Carfagna. Il Parlamento dovrà fare per forza una legge contro l’omofobia. Io spero che il ministro delle Pari Opportunità, come ha annunciato, faccia una campagna contro l’omofobia, con leggi, con tutti gli strumenti culturali, con delle campagne educative per la scuola. Gli strumenti sono tanti e si devono mettere in campo tutti. Adesso quello della legge è stato stoppato. Si riprende e mi auguro che ci sia una consapevolezza diversa. Ma poi andranno fatte altre cose. Se la Carfagna farà la campagna io sarò ovviamente d’accordo. Io voglio raggiungere l’obiettivo e l’obiettivo è contrastare questo fenomeno. Ci vuole il contributo di tutti. Alemanno si sbrighi e proceda subito alla rimozione di quei manifesti. Sono offensivi. Abbia il coraggio di dire le cose e non si faccia condizionare da una frangia della sua parte politica».

Prospettive di cambiamento?
«Se pensassi che non ci sono me ne dovrei andare dal Paese. Finchè non siamo in dittatura qualcosa si può fare! Finchè siamo in una democrazia si può tentare di cambiare in meglio questo Paese. Davvero lo dico positivamente, bisogna darsi da fare, bisogna essere positivi, propositivi, non essere velleitari e non chiudersi nei recinti ideologici. Viviamo in uno stato democratico e lo spazio per cambiare in meglio questo Paese c’è».

Nel suo intervento alla Camera prendeva in prestito le parole di Bertold Brecht per sostenere la neccessità dell’aggravante per i reati di omofobia.
“Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare”.
In Italia c’è ancora gente che protesta a sufficienza?
«Il giorno in cui venisse a mancare chi protesta per l’altro, sarà finita la civiltà. Io lotto perché ci sia sempre qualcuno che si indigni per l’ingiustizia subita da un altro essere umano. Non possiamo pensare che i nostri diritti siano di parte. I diritti sociali sono di tutti!».

Ginevra Baffigo

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