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Urso: ‘Ora d’Islam nelle scuole’. Sì di Fini, D’Alema. Parla Volpi: ‘Si baciano in bocca’

ottobre 19, 2009 di Redazione 

Intervista all’alto dirigente del Carroccio, membro del Comitato parlamentare di controllo e vigilanza in materia di immigrazione, “colomba” del partito di Bossi. Che assicura: «La Lega non vuole andare contro chi è di un’altra religione» ma la proposta del sottosegretario «è uno dei tanti rilanci del fine settimana». «Chi propone l’insegnamento della religione islamica non aiuta (infatti) l’integrazione bensì fa crescere i ghetti culturali». Ed è sbagliata, secondo Volpi, anche la risposta-provocazione del ministro per l’Agricoltura Zaia (anch’esso esponente leghista) che suggeriva al contrario di imporre l’apprendimento della religione cattolica ai giovani islamici. Da Bocchino (che chiedeva di non fare della questione tema di “competizione politica”) per il delfino di Maroni «un’affermazione preoccupante». Sì al riconoscimento delle radici cristiano-cattoliche. Al nord il problema delle «cellule terroristiche». Lo ha sentito la nostra Désirée Rosadi. Ascoltiamo.           

Nella foto, l’onorevole Raffaele Volpi

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di Désirée ROSADI

Onorevole Volpi, la proposta del sottosegretario Urso di introdurre un’ora di religione islamica nelle scuole italiane ha scatenato molte polemiche. E il Ministro Zaia ha rilanciato, avanzando l’obbligo di insegnare la religione cristiano-cattolica a tutti. Qual è la posizione della Lega Nord?
«Questa dell’ora di religione islamica è uno dei tanti rilanci del fine settimana. E all’interno del dibattito che ne è scaturito, la nostra posizione viene travisata e letta in maniera negativa, mentre invece la Lega non vuole andare contro a chi è di un’altra religione. Queste provocazioni, sia dall’una che dall’altra parte, propongono un percorso di integrazione irrealistico. Siamo fuoristrada: si vuole dare una cittadinanza facile in cinque anni, poi si propone l’insegnamento della religione islamica. L’esperienza di Francia e Inghilterra, per citare due tra i Paesi europei teoricamente più avanti nelle politiche per l’immigrazione, ha dimostrato negli ultimi anni che proprio coloro i quali sembravano integrati si sono avvicinati all’integralismo religioso. Questa è la realtà dei fatti. Chi propone l’insegnamento della religione islamica non aiuta di certo l’integrazione, anzi fa crescere i ghetti culturali».

Ha parlato di “rilanci del fine settimana”. A chi si riferisce in particolare?
«Bocchino oggi ha invitato tutti a non fare della questione dell’ora di religione un terreno di competizione politica. Un’affermazione politicamente preoccupante, a mio parere, in quanto non si può considerare la proposta di un ministro della Repubblica italiana o di un sottosegretario una semplice esternazione, che non può dare adito a discussioni interne alla maggioranza. Io credo che il problema sia un altro. In questo momento siamo fuoristrada per quanto riguarda le politiche dell’immigrazione e d’integrazione: si vuole dare la cittadinanza in cinque anni, poi si propone l’insegnamento della religione islamica. Sembra che una parte del Pdl e una del Pd si bacino in bocca. E a me questi rilanci fanno ridere. Non è così che si fa una politica costruttiva per il Paese».

In sede europea si sta discutendo sull’introduzione del riferimento alle radici cristiane dell’Europa nel Trattato. Secondo lei, sarebbe questa la via più giusta da intraprendere?
«A prescindere dal fatto di essere credenti o meno, nella società c’è una forte influenza cristiano-cattolica. Elemento centrale per capire la nostra società. E il modo migliore per integrarsi nella società europea è conoscere la religione cristiano-cattolica. Ma ciò non significa negare la possibilità di seguire il proprio credo. In ogni caso sono molti i punti da chiarire sull’Islam. Primo fra tutti la gerarchia della dottrina: il mondo cattolico ha dei riferimenti certi, mentre quello islamico no. Di fatto ogni imam si può più o meno autoproclamare tale e può dire ciò che vuole. E ci sono delle situazioni, come quella del dibattito sul burqa, per le quali imam e musulmani importanti portano avanti delle idee condivisibili, l’esatto contrario di quelle che a volte si sentono predicare in alcune moschee. Questo è un dato di fatto».

La polemica sull’insegnamento della religione islamica ha avuto come sfondo l’episodio della bomba fatta esplodere a Milano da un musulmano. L’atmosfera di sospetto in cui viviamo può realmente agevolare il dialogo interculturale?
«Io vivo in un quartiere popolare, dove in questi anni sono arrivati moltissimi stranieri, eppure non vedo tensioni allarmanti. Ciò che desta preoccupazione, in realtà, è il fenomeno delle cellule terroristiche che nascono nel nord Italia. E si sviluppano all’interno di questo humus islamico, presente in maniera forse troppo forte e poco controllata nel territorio. Non dimentichiamo che nella provincia di Cremona c’erano alcune cellule che furono di supporto all’attentato delle Twin Towers. Insomma, se si arriva a pensare che l’occidente sia un nemico, la cosa diventa preoccupante».

Désirée Rosadi

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